di
Guido Olimpio

Gli Usa potrebbero sbarrare le rotte verso gli scali iraniani. Ma i pasdaran dispongono ancora di forze navali e potrebbero rispondere con nuovi attacchi nel Golfo

Un blocco navale contro l’Iran. Uno scenario prima evocato senza dirlo direttamente, dallo stesso Donald Trump. ma poi annunciato apertamente come reazione al negoziato fallito a Islamabad. Il presidente si era inizialmente limitato ripostare un articolo apparso sul sito Just the News dove viene considerata questa opzione. Poi è arrivato l’ormai consueto annuncio su Truth.

Il piano – non ancora specificato nel dettaglio – dovrebbe portare ad un controllo dell’Us Navy lungo la rotta che porta agli scali della Repubblica islamica. In questo modo verrebbe esercitata una pressione sia sul regime che sui Paesi che usano la via d’acqua, come Cina o India. A quel punto potrebbe esserci un’azione diplomatica per indurre Teheran ad essere meno intransigente. 



















































Guerra in Iran, le notizie in diretta

L’idea è stata rilanciata una settimana fa dall’ex generale Jack Keane sulle pagine del New York Post: «Se la guerra riprende e dopo aver ridotto l’arsenale nemico in modo sufficiente gli Usa possono scegliere di occupare o distruggere l’isola di Kharg… L’alternativa è imporre il blocco navale per strangolare l’export vitale». Successivamente è stata la vicepresidente del Lexington Institute, Rebecca Grant, allineata su posizioni molto interventiste, ad appoggiare la soluzione di un assedio navale. La Marina dovrebbe ripetere – è la sua tesi – quanto fatto nei confronti del Venezuela prima della cattura del leader Nicolas Maduro: alcuni raid, blocco delle petroliere, pattugliamento stretto. Qualsiasi nave voglia passare dovrebbe sottostare ai controlli dell’Us Navy. Per la Grant dovrebbe essere «molto facile» attuare la misura.

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In realtà nulla è facile in questo conflitto e lo hanno dimostrato le lunghe settimane di operazioni. Teheran ha sempre reagito ad ogni colpo ampliando lo scontro e lo farebbe anche nel caso di un blocco prendendo di nuovo di mira gli alleati degli Usa sull’altra sponda del Golfo. O chiudendo completamente il traffico creando ulteriori danni in campo economico a livello globale. Gli eventuali controlli su petroliere o cargo creerebbero contrasti seri con quei governi che acquistano prodotti dall’Iran. La lista è ampia, come lo possono essere le conseguenze.

Esistono poi i rischi di natura militare. La componente navale dei pasdaran è stata ridimensionata da Epic Fury, affondate quasi 115 unità, tra queste 6 delle 7 fregate a disposizione, tre corvette, un sottomarino, una porta-droni e «vascelli» d’appoggio. Tuttavia, secondo l’esperto Farzin Nadimi, i guardiani dispongono ancora del 60% di una flottiglia composta da vedette, motoscafi, mezzi leggeri, missili cruise antinave e migliaia di mine in grado di complicare la missione. Da non sottovalutare neppure i droni-kamikaze, in versione aerea e marittima: dal 28 febbraio gli iraniani hanno attaccato una cinquantina di navi.

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L’Iran, fin dal 1980, si è addestrato ad un confronto nelle acque strette e basse del Golfo puntando su tattiche asimmetriche, a manovre «a sciame», incursioni rapide. L’intento è sempre quello dell’attrito e del logoramento nei confronti di un avversario che non «vuole» finire intrappolato in una crisi prolungata. La scelta, come per qualsiasi guerra, non mette al riparo la Repubblica islamica da rischi pesanti. Washington potrebbe ordinare nuove ondate di bombardamenti su un Paese con le infrastrutture civili e belliche devastate. Per questo sarebbe meglio per tutti non abbandonare la via negoziale. 

12 aprile 2026 ( modifica il 12 aprile 2026 | 16:44)