Per diventare suo zio Michael, il giovane Jaafar Jackson non si è risparmiato. Figlio di Jermaine, fratello 71enne della popstar ed ex bassista degli indimenticati e popolari Jackson 5, sorriso irresistibile e fisico agilissimo, nel film Jaafar canta, balla, corre, soffre, doma le folle dei fan. Fino a ieri cantante emergente, il neo-attore è stato scritturato nel biopic dal produttore Graham King (lo stesso di Bohemian Rhapsody dedicato al frontman dei Queen, Freddie Mercury) e ora si prepara a diventare una star.

Come si è preparato a interpretare il ruolo?

«Ho provato e riprovato i balli per ore, fino a farmi sanguinare i piedi. Volevo che ogni movimento fosse giusto e qualche volta ho avuto la tentazione di rinunciare… ma poi mi sono ripreso, con l’aiuto decisivo dei coreografi Ric e Tone Talauega».

È vero che per un anno ha nascosto a tutti di aver ottenuto il ruolo?

«Sì, anche a mia madre e al resto della famiglia. Prima di dare la notizia volevo essere sicuro di poter interpretare il film. L’ho detto solo quando ho pensato di potercela veramente fare a sostenere la parte».

Cosa le ha dato il coraggio di buttarsi in questa impresa tanto ambiziosa?

«Il giusto della sfida e il desiderio di dimostrare ai produttori, al regista e ai miei cari di essere in grado di interpretare un ruolo così importante».

Che ricordo ha di Michael, morto quando lei aveva 13 anni?

«Da piccolo sono stato ossessionato dalla voglia di guardare e capire le esibizioni di mio zio. Ho studiato le sue interviste, i suoi video, tutte le sue apparizioni senza lontanamente immaginare che tanti anni dopo avrei avuto l’opportunità di interpretarlo sullo schermo».

E una volta sul set cosa ha provato?

«Sono tornato ad avvertire quella connessione profonda che mi legava a Michael. Essere il protagonista del film è stato come ricevere una chiamata. Durante le riprese ho imparato a dare un significato a ciascun passo e a sentire il ritmo da dentro, catturando l’essenza di mio zio».

Ricorda la prima volta che si è visto allo specchio trasformato nella popstar?

«È stato cinque minuti prima di andare sul set, il primo giorno delle riprese. Ero nervoso, c’era voluto tanto tempo, oltre un anno di preparazione prima di arrivare fin là… Mi sono guardato e ho detto: non si torna più indietro. E per tutta la lavorazione ho continuato a pensare a Michael».

Che messaggio vorrebbe far arrivare al pubblico?

«Spero che le persone continuino ad essere ispirate da Michael, che è stato un artista capace di mettere insieme gente da tutto il mondo. Come ha dimostrato questa anteprima di Berlino: la sua energia me la sento ancora addosso».


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