Quando lo Sphere ha aperto a Las Vegas nel 2023, l’attenzione mediatica si è concentrata soprattutto sulla sua immagine: una sfera gigantesca trasformata in uno schermo urbano, capace di diventare di volta in volta un pianeta, un occhio, una palla da basket. Oppure, una superficie da cui Timothée Chamalet ha potuto promuovere il lancio del blockbuster Marty Supreme. Lo Sphere, infatti, è diventato subito un’icona – amata, ammirata, ma anche temuta – dell’estetica di una città, e del futuro della musica dal vivo.

Sphere a Las Vegas, un’infrastruttura visiva

Sphere è un edificio che nasce come dispositivo tecnologico, e proprio per questo motivo rappresenta uno dei tentativi più radicali di ripensare il rapporto tra architettura, media digitali e performance dal vivo. Il progetto, sviluppato da Sphere Entertainment, parte da un’idea precisa: costruire uno spazio in cui l’immersività fosse la condizione strutturale e narrativa. I numeri spiegano l’ambizione meglio delle parole: 110 metri di altezza, 157 metri di diametro e una capienza di circa 18.600 spettatori seduti, che può arrivare a quasi 20.000 nelle configurazioni ibride. L’elemento più evidente è naturalmente lo schermo interno: una superficie LED continua di circa 15.000 metri, composta da 64 mila moduli e circa 268 milioni di pixel, che avvolge il pubblico fino a oltre metà della cupola, con una risoluzione effettiva di circa 16K orizzontali. Un’infrastruttura che include circa 150 GPU Nvidia RTX A6000, numeri più vicini a un data center che a una regia concertistica. Ma anche quello esterno, la exosphere, ha numero sbalorditivi: 54 mila metri quadrati di LED composti da oltre 1,2 milioni di punti luce che trasformano l’architettura in un dispositivo comunicativo permanente.

Non si tratta però semplicemente di schermi dalle proporzioni inaudite, ma di un’infrastruttura visiva pensata per lavorare con contenuti nativi, prodotti con workflow più vicini al cinema ad altissima definizione, o al gaming engine, che al video live tradizionale. Gli show devono così essere riprogettati rispetto ai tour canonici. O meglio, ripensati da zero, più come opere audiovisive integrate che come concerti con apparato scenografico. Il risultato è un cambiamento dello stesso concetto di live: il palco smette di essere il centro prospettico e diventa uno degli elementi della composizione, quasi come accade nell’opera o nelle grandi installazioni video contemporanee.

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Kevin Mazur//Getty Images

Ancora più interessante, dal punto di vista progettuale, è il sistema audio. Lo Sphere utilizza una tecnologia di beamforming sviluppata dalla tedesca Holoplot che permette di controllare la direzionalità del suono con una precisione rara per spazi di queste dimensioni. Il sistema audio è composto da circa 1.600 diffusori principali, moduli supplementari e soprattutto circa 167.000 singoli driver, che permettono di trattare il suono come un oggetto spaziale e non più come un’emissione diffusa. Questo significa che il suono non viene semplicemente amplificato, ma progettato e modellato nello spazio: viene segmentato, indirizzato e controllato come materiale fisico, con la possibilità di essere focalizzato su specifiche aree, mantenendo chiarezza anche a volumi relativamente contenuti e, soprattutto, eliminando molte delle distorsioni percettive tipiche delle grandi arene. In termini di esperienza questo si traduce in una percezione molto più omogenea, ma anche nella possibilità narrativa di far muovere il suono in relazione alle immagini, introducendo una vera dimensione spaziale della composizione live.

Le conseguenze sugli show contemporanei

Queste caratteristiche tecniche hanno già avuto conseguenze concrete sul modo in cui gli artisti pensano le loro performance. La residency inaugurale degli U2, costruita intorno all’eredità visiva di Achtung Baby, ha mostrato chiaramente come lo Sphere richieda una scrittura dello spettacolo completamente diversa: non più una sequenza di canzoni con scenografie, ma una drammaturgia visiva continua in cui musica, immagini e spazio partecipano allo stesso racconto. Gli U2 hanno mostrato subito le capacità tecniche e di immaginario che uno spazio del genere può garantire agli artisti, con i video delle performance diventati presto virali per la loro potenza visiva e per il racconto di un futuro diventato presto così vicino, così attuale. Anche il modello economico riflette questa trasformazione. Più che concerti singoli, lo Sphere favorisce residenze lunghe e produzioni stabili, perché il livello di progettazione tecnica rende poco praticabile l’idea del tour tradizionale. In questo senso il riferimento non è tanto l’industria dei concerti quanto quella del teatro commerciale o delle grandi produzioni immersive, dove lo spettacolo diventa una destinazione in sé. Allo Sphere non si passa: ci si ferma e si progetta.

Non sorprende quindi che, almeno nelle intenzioni iniziali, il progetto prevedesse la costruzione di altre sfere in diverse città, con l’idea di creare una rete di venue tecnologicamente identiche in grado di ospitare produzioni replicabili. Ora che lo Sphere ha annunciato i primi utili dall’apertura del 2023 (33,4 milioni di dollari su un fatturato di 1,22 miliardi), Sphere Entertainment sta ripensando a quell’idea di franchising momentaneamente interrotta. Il sistema, dopo un periodo di assestamento, ora dimostra di poter funzionare. Al di là dell’effetto Las Vegas, è probabile che l’influenza dello Sphere si misuri non tanto nelle copie dirette quanto nelle idee che sta già introducendo: il suono progettato come spazio, immagini come architettura. Perché un concerto può essere pensato, prima ancora che come evento, come un’esperienza di narrazione immersiva.