di
Simone Innocenti

Sara, la compagna della vittima, era insieme al figlio di 11 anni e ha visto il gruppo aggredire Bongiorni: «È morto per le botte»

DAL NOSTRO INVIATO 
MASSA – «Non riesco a dire nulla. Non so come fare. Voglio solo riaverlo tra le mie braccia. Dopo quello che è successo, io non so più nulla», dice Sara Tognocchi, massese di 47 anni, compagna di Giacomo Bongiorni, l’uomo ucciso sabato sera in piazza Palma, a Massa. 

«Compagna per ancora pochi mesi perché a luglio ci saremmo sposati e saremmo andati assieme in una casa nuova», aggiunge la donna, che ieri ha ricevuto la visita del sindaco di Massa Francesco Persiani. La voce incrinata, gli occhi lucidi, lo sguardo pieno di dolore e disperazione. «Non è vero che Giacomo è morto perché è caduto per terra dopo un cazzotto — dice la donna —. Scriva la verità».



















































Quale è la verità?
«La verità è questa. Scriva che sabato sera eravamo usciti con alcuni amici, che c’era anche mio fratello Gabriele con suo figlio. Stavamo andando a prendere un kebab, erano da poco passate le 21.30. In piazza Palma c’era un gruppetto di giovani: erano in sei, forse sette. Hanno cominciato a lanciare bottiglie contro la vetrata del negozio e mio fratello ha detto “ma non tirate le bottiglie: ci sono le persone che possano farsi male”. Gabriele si è rivolto a questi ragazzi in maniera gentile, glielo ha detto educatamente perché nostra madre ci ha insegnato l’educazione».

Poi cosa è successo?
«Hanno circondato mio fratello e poi il mio compagno. Sono arrivati anche altri giovani. Hanno cominciato a colpirli. Non hanno detto nulla. Li picchiavano e basta. Mio fratello è finito per terra e hanno continuato a picchiare. Non si sono mai fermati. Pestavano Giacomo, io lo vedevo a terra e loro sopra».

Lei, signora, cosa ha fatto?
«Ero sconvolta, mi sono messa a chiedere aiuto. Ho preso il figlio del mio compagno e l’ho portato via, ho avuto paura che questi ragazzi si mettessero a picchiare anche i bambini. Poi ho continuato a chiedere aiuto, a dire che dovevano smetterla. Ma loro non hanno smesso. L’hanno pestato a morte».

Non è morto per la caduta?
«No. È morto per le botte. Hanno smesso di colpirlo solo quando si sono resi conto che l’avevano ammazzato. A quel punto e solo a quel punto sono scappati. Nel frattempo sono arrivate alcune persone a capire cosa stava succedendo. Due giovani hanno iniziato a praticare il massaggio cardiaco a Giacomo. Io sono corsa da lui, gli tenevo la testa tra le mani ma dalle orecchie usciva il sangue. Suo figlio gli teneva la mano e diceva: “Babbo, alzati. Per favore alzati”. Ma non si è alzato, Giacomo è rimasto a terra».

Poi sono arrivati i carabinieri.
«Ci hanno portato in caserma. C’erano anche alcuni testimoni: una persona ha fatto il nome di uno di questi che ha preso a botte Giacomo».

Come vi eravate conosciuti?
«Tre anni fa, a una cena: avevamo amici in comune. Poi abbiamo iniziato a frequentarci. Lui era un uomo speciale, dolce e delicato, di quelli che sanno amare le persone. Una persona meravigliosa. Mi sono innamorata subito di lui, di un amore maturo. A luglio ci dovevamo sposare, avevamo preso una casa per vivere assieme e invecchiare mano nella mano».

Suo fratello come sta?
«Ha un ginocchio rotto, il naso rotto, diverse ecchimosi. E tutto questo perché?».

Già, perché?
«Non lo so. Noi eravamo usciti soltanto per stare assieme e passare un sabato sera in famiglia, tra di noi. Poi ci è successo tutto quello che ci è successo e che le ho raccontato. A lei sembra una cosa normale?».

Lei cosa pensa?
«Penso che non so come farò. Penso che non ci credo ancora che sia morto sotto gli occhi di chi lo amava. Sotto gli occhi miei e quelli di suo figlio, che poi, per lo choc, è stato portato in ospedale. E questo per cosa? Perché a un gruppo di ragazzi, che erano ubriachi, è stato detto di non lanciare bottiglie, di stare attenti agli altri?».

Pensa che con più controlli tutto questo non sarebbe successo?
«Credo che i controlli dovrebbero esserci sempre. E invece in questo caso non ci sono stati. Mi auguro che almeno la giustizia ora faccia il suo corso».


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13 aprile 2026