La conduttrice è al timone di «Citofonare Rai2», «The Floor» e in libreria con la sua autobiografia, «A modo mio»
Il 17 aprile Paola Perego compirà 60 anni. «Il cambio di prefisso fa una certa impressione», ammette lei. Aggiungendo però un dato non di poco conto: «Mi piaccio molto più oggi che a 30 o a 40 anni. Con l’età, la consapevolezza e l’accettazione vanno oltre l’aspetto fisico. Nella mia vita ho anche superato un cancro, le mie priorità sono un po’ cambiate. E quindi, certo, non è bello invecchiare: quando vedo qualche ruga in più mi girano scatole così come quando mi viene mal di schiena se sto piegata troppo a lungo, ma alla fine è una cosa che accetto come una cosa naturale della vita».
È felice, quindi?
«Sì. Lavorativamente è un periodo molto florido, stanno succedendo un sacco di cose in questa parte stagione. Mi hanno chiesto di raddoppiare l’impegno con Citofonare Rai2 che va in onda la mattina sia del sabato che di domenica. Poi sono in onda con The Floor il lunedì, in prima serata sempre su Rai2. Inoltre il 14 aprile uscirà il mio libro, A modo mio (Sperling&Kupfer) e ora ho anche un podcast che mi diverte molto, Poteva andare peggio».
Partiamo da «Citofonare Rai2».
«Lo considero il mio gioiellino, mi dà tanta soddisfazione. Mi è stato chiesto di scrivere un varietà del mattino per sollevare una fascia di ascolti che partiva dal 2%. Siamo arrivati al 7. Ho sempre voluto lavorare con le donne, mi piace coalizzarmi con loro, e ora mi affiancherà Paola Barale che era stata già la mia inviata ai tempi della Talpa».
Come è stato ritrovarvi?
«Mi ero trovata molto bene. Cercavo una persona intelligente, divertente e la cui immagine non fosse troppo sfruttata. Con lei mi ero trovata molto bene. Ora siamo entrambe maturate e ci siamo scoperte più simili di quanto pensassi».
Con Simona Ventura che l’ha affiancata finora, come sono i rapporti?
«Lei ha scelto un’altra strada, ci sta. Ha scelto di andare a Mediaset e fare un altro percorso. È finita così».
Come è arrivato invece «The floor»?
«Mi ero divertita moltissimo già quando lo guardavo condotto dai The Jackal. Quando mi hanno chiamata sono stata contenta, anche di condurlo con Gabriele Vagnato. Ci rido molto».
Non sono molte le donne che conducono quiz o game show. Che ne pensa?
«Tra i tanti generi che ho frequentato c’è stato anche il game show, Salto nel buio. E’ vero che poche donne lo fanno ma credo che sia solo una consuetudine televisiva nata un po’ per caso. Gli uomini conducono più quiz, le donne più reality, ma credo sia più una questione di abitudine».
Le donne fanno ancora più fatica a lavorare in tv?
«Credo di no, l’unica cosa per noi più ancora più complicata è quello che riguarda l’aspetto fisico, un fattore che agli uomini non viene richiesto: a loro viene solo richiesto di saper fare il loro lavoro».
Non è cosa da poco conto. Lei che rapporto ha con il suo corpo? Con la sua immagine?
«All’inizio della mia carriera mi ha aiutata ma se sei solo bella duri da Natale a Santo Stefano. Ti devi impegnare, devi dimostrare di saper fare qualcosa: in 42 anni di carriera ho visto passare tante meteore».
A lungo non ha saputo dirsi brava, conferma?
«Negli anni in cui soffrivo di attacchi panico non mi piacevo per niente. Se avessi avuto la consapevolezza di oggi avrei saltato i fossi per il lungo. Invece mi vedevo sempre incapace, brutta… Cosetta dei Miserabili».
Suo marito Lucio Presta, tra gli agenti televisivi più influenti, l’ha aiutata nel vedersi diversamente?
«Quando ho iniziato a lavorare con lui all’inizio ero sconvolta: non riuscivo a riconoscermi i talenti che vedeva in me. E lo stesso è successo quando ci siamo innamorati. Poi mi è scattata anche la cosa di non volerlo deludere. In generale lui mi fa sempre sentire la donna più brava e vella del mondo, credo sia quello che funziona nei rapporti veri: danno serenità».
Uno dei passaggi di questi suoi 60 annoi è stato diventare nonna. Come è stato?
«Quando mia figlia me lo ha detto io ero pazza di gioia. Lei nel comunicarmelo era molto titubante, ma io dal primo istante ho vissuto una gioia unica: ho visto nascere mio nipote, mia figlia mi ha voluta in sala parto. Fino a che non è nato mio nipote la mia preoccupazione era che mia figlia stesse bene, poi, come è nato questo puffo piccino, io sono impazzita. I miei nipoti possono tutto di me».
Cosa fa con loro?
«Tante cose che magari, quando ero mamma, non mi concedevo. Sono la nonna un po’ pazza, li porto al fast food, giochiamo, gli racconto un sacco di cose. Con la piccola andiamo a fare shopping di saponette da bagno, quelle che fanno la bomba di colore. Ho conquistato la leggerezza».
Una delle 60 lezioni che condivide nel suo libro, no?
«Ho cercato di scriverle non per dare veramente lezioni ma per condividere temi di cui spesso non si parla, come la menopausa, per dire. Un momento non facile ma naturale. Ho scritto che io l’ho affrontata ricorrendo a ormoni bioidentici che mi hanno accompagnata nell’affrontare i sintomi, minimizzandoli».
Una lezione su tutte?
«Accettarsi e fare pace con il fatto che non si può piacere a tutti, cosa che per anni io ho cercato di fare. Invece conta solo essere fedeli a noi stessi. Più vado avanti e meno voglia hai di perdere tempo con le persone non ti interessano».
Quale è stato il momento più complesso della sua carriera?
«Quando mi hanno chiuso ingiustamente un programma accusandomi di sessimo (era “Parliamone sabato”, nel 2017). Per me, che sono da sempre dalla parte delle donne, è stato un colpo durissimo da cui risollevarmi. Per tanti anni non mi sono più divertita con il mio lavoro. Ora sono tornata a farlo e per me conta moltissimo».
Ha affrontato anche un tumore.
«Lo chiamo con il termine corretto: un cancro. Un carcinoma maligno al rene, altro argomento tabu di cui io invece parlo liberamente. L’aspetto più sconvolgente è che io l’ho scoperto e curato in tempo solo perché faccio regolarmente prevenzione annuale a pagamento e trovo che questa sia una delle più grande ingiustizie sociali: se non me la potessi permettere magari non sarei qui. Resto sotto follow up, le priorità sono cambiate, io sono cambiata, capisco e accetto la fragilità dell’essere umano. Ma, in tutto questo, ogni volta penso a chi deve aspettare anche 8 mesi per fare dei controlli».
Come festeggerà, dunque, questa cifra tonda?
«Non con grandi feste o torte a tre piani. Penso a una cena con tutte le persone che mi vogliono bene, con la mia grande famiglia allargata. I sessant’anni di oggi sono diventati un’altra cosa rispetto a quelli dei nostri nonni, dentro per certi versi me ne sento 30. E credo che proprio il desiderio di continuare a sperimentare ci mantenga giovani di testa».
Che augurio si fa per il futuro?
«Di non perdere mai l’entusiasmo, che è quello che mi fa sentire viva. Non devo dimostrare più nulla a nessuno. Il giorno in cui dovessi perdere l’entusiasmo improvvisamente invecchierò, quindi mi auguro che non accada».
13 aprile 2026
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