di
Aldo Grasso
Nelle arene tv conduttori, avvocati, consulenti e pistaroli recitano ruoli prefissati. E la vittima smette di essere persona per farsi materiale narrativo
Di tanto in tanto, come sabato sera, «Blob» ripropone immagini di «Cinico Tv». Daniele Ciprì e Franco Maresco mettevano in scena un’umanità dolente senza mai trasformarla in spettacolo consolatorio: era uno sguardo feroce, ma non compiaciuto, che sottraeva invece di aggiungere, che esponeva il vuoto invece di riempirlo di parole inutili.
I personaggi che allora sfilavano in uno scenario di rovine mettevano davvero in gioco la loro vita, cercavano di farla sopravvivere, combattendo contro il prolasso degli organismi, l’ebetudine dei discorsi, i suoni gutturali che accompagnavano ogni scena.
Era una tv coraggiosa, per chi la faceva, per chi la metteva in onda, per chi la guardava. Fra muri diroccati, periferie desolanti, discariche di una Palermo saccheggiata e sfigurata, una piccola compagnia stabile di «condizioni penose» recitava la propria disperazione.
Oggi, invece assistiamo alla deriva di un cinismo deteriore. Specialmente i processi mediatici hanno trasformato la sofferenza in un format.
In queste arene, dove conduttori, avvocati, consulenti e pistaroli recitano ruoli prefissati, soprattutto la vittima smette di essere persona per farsi materiale narrativo.
Qui il cinismo non è uno strumento critico, ma un dispositivo produttivo volto a massimizzare lo share attraverso la pornografia dei sentimenti.
Tant’è vero che alcuni di questi processi vengono addirittura portati a teatro (mi vergogno per il pubblico che vi assiste).
Non voglio nemmeno immaginare poi come i conduttori possano coinvolgere le parti in causa rispettose delle sentenze.
È proprio in questa distanza che «Cinico Tv» riemerge come atto radicale. Nel suo rifiuto di offrire soluzioni o redenzioni facili, insisteva su una realtà irriducibile a merce.
Le figure marginali immerse in una Palermo spettrale non chiedevano empatia: esistevano nella loro opacità. In quel silenzio e in quel bianco e nero sporco si apriva uno spazio di verità che la tv contemporanea ha smarrito nell’indifferenza costante.
I processi televisivi al contrario inglobano la tragedia e la restituiscono come finzione. Non c’è più rischio, né pudore; solo una recita permanente.
13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 17:36)
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