un anno di scuola

I protagonisti di Un anno di scuola. Lei è Fred (Stella Wendick), la svedese: loro sono Pasini (Pietro Giustolisi), Antero (Giacomo Covi) e Mitis (Samuel Volturno)

RUOTA INTORNO all’arrivo di una giovane donna in un clan maschile il secondo film della triestina Laura Samani. Che proprio nella sua città natale ha ambientato e girato Un anno di scuola. L’amicizia, l’accettazione, il desiderio e le sfide sono protagonisti.

Un anno di scuola, dal romanzo di Giani Stuparich al film

Al pari dei quattro fantastici giovani attori (Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno e Stella Wendick) scelti dalla regista per il suo libero adattamento del romanzo omonimo di Giani Stuparich (Quodlibet, 2017). Presentato alla Mostra di Venezia 2025 e vincitore di diversi premi, il film è nei cinema distribuito da Lucky Red.

“Un anno di scuola” di Laura Samani è, semplicemente, il più bel film italiano nei cinema- immagine 3

Stella Wendick è Fred, Fredrika

Un anno di scuola: trama, cast e personaggi del film nei cinema

Settembre 2007, l’arrivo della diciottenne svedese Fredrika detta Fred (Stella Wendick) all’ITIS Marie Curie di Trieste ha l’effetto di una bomba nel piccolo mondo degli studenti dell’ultimo anno. In particolare su tre di loro: il seducente Pasini (Pietro Giustolisi), il più sensibile Antero (Giacomo Covi) e il gioviale Mitis (Samuel Volturno).

Amici inseparabili, dopo lo scherzo crudele riservato alla ragazza da parte dei loro compagni di classe i tre accolgono Fred nel loro esclusivo clan. Concedendole l’ingresso alla tana dove si radunano, la “trappola”. Ma le tensioni crescono. Sia con il resto della compagnia, per la scoperta che sarà il padre di Fred a decidere dei licenziamenti nella fabbrica dove lavorano i genitori di molti di loro, sia tra i tre amici. Soprattutto quando tra la ragazza e Antero nasce una relazione, all’insaputa di tutti. Ed è la seconda “bomba”…

La recensione di Un anno di scuola: l’insostenibile leggerezza del desiderio

L’inizio di un film porno. Così Fred descrive il suo primo giorno di scuola, il suo primo contatto con un mondo diverso da quello al quale era abituata. È un mondo che la regista conosce bene, per averlo vissuto da adolescente, «unica femmina in un gruppo di tre maschi». Un privilegio apparente, che Fred  (anche Samani?) scopre comportare il sacrificio di sé, di una parte di sé. Per essere accettata e non percepita come una minaccia. Ma il desiderio è natura, è chimica. Non si può impedire che l’etilene di una mela faccia maturare prima i kiwi che la circondano, come ci insegna il film. Che anche nelle scelte di regia si rivela molto attento ai corpi, in un’età emblematica, simbolo di trasformazione. Inizia concentrandosi a lungo sulla realtà vissuta dai ragazzi, per poi cambiare.

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E passare a osservare loro con gli occhi di Fred. Per ricordarci che le differenze sono normali, e possono far paura, come le novità e i cambiamenti. Dei quali il film è ricco (non a caso ambientato nel 2007, prima della diffusione dei social e nell’anno in cui venne eliminata la frontiera con la confinante Slovenia) e che conducono verso un finale dolceamaro. Nel quale si corona un racconto che evita inutili drammatizzazioni e sentimentalismi, che non trascura le fragilità maschili mentre racconta un’esperienza femminile. Anche con un pizzico di humor e qualche emozione (a patto di ricordarsi come nasce un amore). Con leggerezza e la spontaneità dei quattro esordienti protagonisti. Senza dare risposte giuste, anzi, costringendo i nostri “eroi” ad arrangiarsi con quelle sbagliate. A stare male. A crescere.

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La regista Laura Samani (Trieste, 1989). Nel 2022 ha vinto il David come esordiente con Piccolo corpo. Foto ufficio stampa

Sei domande alla regista Laura Samani

È stato l’aspetto autobiografico che l’ha portata dal suo film precedente Piccolo corpo a questo?

Avevo bisogno di vita. E il modo migliore è stato lavorare con degli adolescenti e divertirci, interrogandoci su delle cose che non avevano ancora trovato risposta in Piccolo corpo. Il film in realtà è tratto molto liberamente dal romanzo omonimo di Giani Stuparich, ambientato al liceo Dante di Trieste, che io stessa ho frequentato. Dove ho letto quel libro, proprio quando avevo l’età dei protagonisti. Durante il lockdown, ero a casa dei miei genitori: nella mia camera di allora ho ritrovato il libro, l’ho riletto e ho capito che volevo fare un altro film.

Da quel libro, ambientato nel 1909 e dalla miniserie di Franco Giraldi del 1977, molto è cambiato. La sua protagonista è svedese, e siamo nel 2007. Perché?

Il 2008 è l’anno in cui mi sono diplomata: se penso a cosa voglia dire avere 19 anni per me vuol dire averli nel 2008. Puro egoismo, quindi. Poi, con la cosceneggiatrice Elisa Dondi ci siamo rese conto che era l’ultimo anno prima dell’arrivo dei social in Italia. E un momento che per Trieste ha significato l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen, come sottolineano i ragazzi.

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La svedese e la lingua del desiderio, diversa tra uomini e donne

Tutti bravissimi. Chi sono e chi dovevano essere?

Pasini, Antero e Mitis sono un trio sano di maschi. Sono adolescenti “cazzoni”, ma non hanno intenzione di fare male. Come spesso accade, più perché di base c’è una diseducazione emotiva. Quanto a Fred, nel racconto di Stuparic Edda era viennese. Abbiamo scelto la Svezia per regalare ai nostri maschi “la svedese”. E per la lingua: nel film viene usata come arma di potere sull’altro. Ma si collega anche al fatto che per me uomini e donne non parlano la stessa lingua.

È una questione legata al desiderio, si vede nel film. Desideriamo le stesse cose, ma il modo in cui possiamo esprimere, tradurre, verbalizzare banalmente questi desideri è diverso. C’è meno spazio di manovra per chi abita un corpo femminile. Perché comporta dei giudizi, delle scritte sui muri o oggi dei video.

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Il 2007, ultimo anno di un idilio dorato

Oggi sarebbe stata diversa anche la pressione su Fred…

Molto, basti pensare al Revenge Porn. Nella mia testa era più forte l’immagine dei jeans a vita bassa, dei telefoni starTAC e poi dello spartiacque del pre e post social. Prima della crisi economica negli Stati Uniti. Un po’ la fine di un idillio dorato, sotto tanti aspetti.

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È stato complicato trovare le location giuste, la Trieste di allora?

Abbiamo avuto reference principalmente fotografiche, del tedesco Josh Kern, e del film di Klapisch, Le Péril Jeune. Alcuni luoghi non esistono più, non c’è più la Luminosa, il tram ha ricominciato a funzionare dopo che abbiamo finito le riprese e abbiamo sfiorato il rischio di avere una ovovia. Forse uno dei luoghi che ho più cari, nei quali abbiamo girato, sono le antenne di Conconello, che è dove si svolge il primo appuntamento tra Antero e Fred. Come fu tra me e mio marito.