di
Greta Privitera
Il docente iraniano esperto di Medio Oriente: «Non ci si poteva aspettare di più, presto un altro tavolo. Il blocco su Hormuz? Per avviare altri colloqui»
DALLA NOSTRA INVIATA
ISLAMABAD – Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, tra i massimi esperti d’Iran, come legge i negoziati d’Islamabad?
«Sono falliti, ma sono andati avanti per 21 ore, fino a notte fonda, il che suggerisce che ci sono state conversazioni importanti, che valgono di più del fallimento stesso. Le due delegazioni arrivavano da quaranta giorni di guerra, immagino non potessero andare oltre. La leggo così: Islamabad è stato il primo round. Ma i negoziati in sé rappresentano un momento storico».
Perché?
«Innanzitutto, sono i primi faccia a faccia dal 2015, dall’accordo sul nucleare con Barack Obama. E poi sono stati un confronto ad altissimo livello».
Però è un nulla di fatto.
«Ci sono delle differenze importanti, in particolare su quando e come verrebbe aperto lo Stretto di Hormuz, su come gli iraniani faranno a consegnare i 400 chilogrammi di uranio arricchito. Sulla fine dei bombardamenti israeliani in Libano, sullo sblocco dei beni iraniani congelati. Le differenze ci sono, ma credo anche che in quelle stanze ci siano state conversazioni importanti. Vero è che Trump ha appena minacciato di imporre un blocco navale su Hormuz, ma trovo interessante che non abbia ancora minacciato bombardamenti massicci sull’Iran».
Non è così pessimista.
«No, ci si aspettava un grande accordo, ma non era realistico. Questa guerra finirà attorno a un tavolo, anche se non è successo questa volta».
E ora, invece, che succede?
«I due si metteranno pressione a vicenda. Gli Stati Uniti non vogliono violare il cessate il fuoco in corso, quello di due settimane, quindi usano un’altra strada e minacciano il blocco navale».
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La Repubblica islamica?
«Potrebbe reagire chiudendo lo Stretto di Bab al-Mandab, sul Mar Rosso, con l’aiuto degli Houthi. Ma dietro le quinte, non escludo che continueranno a scambiarsi messaggi attraverso il Pakistan. Non siamo tornati a una guerra su vasta scala».
Se gli Stati Uniti imponessero davvero il blocco navale, non metterebbero ancora più pressione sull’economia globale?
«Certo, ma ho la sensazione che prima della scadenza dell’ultimatum di Trump, faranno altri negoziati».
E se non succede?
«Gli Stati Uniti potrebbero riprendere i massicci bombardamenti sull’Iran, e la guerra potrebbe ricominciare. Ma, ripeto, a un certo punto, a meno che gli Usa non costringano l’Iran alla resa, dovranno negoziare una soluzione».
Cosa fa Benjamin Netanyahu in tutto questo?
«Fosse per lui si tornerebbe subito alla guerra».
Trump potrebbe di nuovo ascoltare l’alleato israeliano?
«Non credo che si tratti di ascoltare. Netanyahu al momento non ha una soluzione per il presidente americano che deve decidere se vuole tornare a una guerra su vasta scala, e quindi sobbarcarsi tutto quello che significa fuori e dentro l’America, oppure se vuole dare un’altra possibilità ai negoziati. Imporre un blocco su Hormuz è un modo per aumentare la pressione e quindi di avviare altri colloqui».
L’Iran questa volta si è seduto al tavolo con più potere, con lo Stretto nelle mani, questo ha irrigidito le posizioni?
«Il potere è sempre soggettivo. Gli Stati Uniti, persino a Ginevra, si aspettavano che l’Iran si arrendesse, ma non è nei loro piani. Ora può essere che l’Iran stia chiedendo troppo. Ed è vero che gli Stati Uniti hanno la sensazione che non siano pronti ad arrendersi. Ma è normale, dopo la guerra i problemi sono diventati più complessi rispetto a quelli di Ginevra. Si sono aggiunti Hormuz e il Libano. Trump sta cercando di acquisire potere contrattuale».
Come è possibile che l’amministrazione americana abbia sottovalutato in questo modo la carta Hormuz?
«Trump pensava che la guerra sarebbe stata così breve da non lasciare né il tempo né la capacità di chiudere quello Stretto. Ha scelto di ignorare le informazioni di intelligence contrarie».
Cosa pensa che succederà a quel passaggio di mare?
«Per ora rimarrà chiuso. La risposta degli Stati Uniti è stata quella di chiuderlo ancora di più, ma la domanda è: quando chiuderanno il Mar Rosso?».
Siamo più vicini ai tavoli o alle bombe?
«Di sicuro per le bombe abbiamo fino allo scadere dell’ultimatum».
13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 12:53)
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