di
Andrea Nicastro
Il braccio destro del presidente ucraino Zelensky: «I nostri colpi asimmetrici pesano su Mosca. Se ci limitassimo alla difesa statica non dureremmo molto: Siamo obbligati a reagire anche con strumenti militari non classici»
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV – Meglio non sfidarlo a chi abbassa lo sguardo per primo perché vincerebbe lui. Non sbatte neppure le palpebre mentre ti fissa nelle pupille. Parla calmo, conciso, ma le risposte sono puntute. In un’ora di intervista nel palazzo presidenziale di Kiev solo una volta ha sorriso e forse era solo una smorfia. La fama di duro precede Kyrylo Budanov e si riflette nella collezione di pugnali sul tavolino, nei modellini di mezzi militari che ricordano imprese audaci. Non ha bisogno di piacere. Gli basta essere il più giovane generale dell’Ucraina, il capo delle spie, l’uomo che ha fermato le forze speciali russe all’aeroporto di Hostomel, lo stratega che ha trasformato la difesa in attacco con raid temerari in territorio russo. Budanov è il nemico che Mosca ha tentato di uccidere almeno dieci volte e, dall’inizio dell’anno, è il responsabile dell’amministrazione presidenziale, il numero 2 dietro il solo presidente Zelensky. È questo quarantenne dalla faccia da giocatore di poker che conduce per Kiev i negoziati con Russia e Stati Uniti.
Generale Budanov, Mosca sta trattando la pace?
«A essere sinceri, nessuno è interessato alle parole, ma tutti lo sono ai risultati. Stiamo parlando con i russi? Sì. E confidiamo di continuare anche nel prossimo futuro».
Qualche intesa?
«Il gruppo di lavoro militare ha messo nero su bianco come applicare il cessate-il-fuoco e gestire la linea di contatto. Servirà quando verrà decisa la fine delle ostilità. Sul lato umanitario, ci scambiamo prigionieri: alcuni dei nostri che sono tornati liberi nel weekend erano stati catturati nel 2022 durante l’assedio di Mariupol. E poi, con gli americani siamo vicinissimi ad un accordo sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina dopo la guerra».
Entrerete nella Nato?
«È un lavoro confidenziale con gli Usa che sarà presto completato. Viste le premesse, saremo soddisfatti».
E i territori invasi?
«Siamo fermi. Sia nei negoziati sia al fronte. Ma intanto ciascuno ha capito cos’è accettabile per l’altro».
Mosca però cerca sempre di conquistare l’intero Donbass e Zaporizhzhia.
«Ci prova, ma non ci riesce. Dal 2023 il fronte è congelato. Ci sono movimenti tattici da una parte e dall’altra. Niente di significativo. Siamo fermi. Anche il tentativo russo di rompere il nostro fronte interno è fallito. L’inverno è stato freddissimo e Mosca con i suoi attacchi terroristici alle infrastrutture energetiche non è riuscita a lasciarci al gelo o a spegnerci la luce. Non è la prima volta che manca un obiettivo che si era prefissa».
Cosa rispondete ai russi che vi chiedono di tenere elezioni politiche?
«L’ho letto sui media, ma al tavolo negoziale non ne hanno mai parlato».
Lei è ottimista: pensa che il costo della guerra convincerà Putin a fermarsi.
«Noto la volontà di lavorare, lo scambio dei prigionieri lo prova. È l’atmosfera di cui abbiamo bisogno. Tutti vogliono smettere di combattere. Magari, lo concedo, non procediamo alla velocità che molti sperano».
Le ultime prove della diplomazia americana lasciano perplessi. I 20 punti per la «pace millenaria» a Gaza sono in maggioranza lettera morta. I 10 della tregua con l’Iran cestinati al primo incontro. Come fate a fidarvi?
«Auguro pieno successo alle trattative sul Medio Oriente e se lei vuole sapere se abbiamo bisogno della mediazione americana, la risposta è sì. Il fatto positivo è che in 12 anni di guerra non siamo mai stati così vicini a raggiungere un accordo con Washington per la nostra futura sicurezza».
Prima l’amministrazione Biden ha messo sanzioni sull’export russo, poi quella Trump le ha tolte. In Europa tanti vorrebbero tornare ad acquistare energia russa.
«Avrei tante domande scomode sul tema. A chi è andato il petrolio degli oleodotti russi in questi anni? Dove scaricano le cosiddette petroliere fantasma? Però perderemmo tempo a discuterne».
Sappiamo che sono andate anche all’Europa, è vero. Dal canto suo risponda alla domanda scomoda se è lei a impedire che il petrolio russo arrivi in Ungheria.
«L’oleodotto è stato danneggiato dai bombardamenti e i lavori per ripararlo sono in corso. Ma, sa, c’è una guerra».
Accetti almeno la paternità dell’attentato all’oleodotto Nord Stream. La magistratura tedesca ha individuato i responsabili in un commando ucraino.
«Erano cittadini ucraini, non rappresentanti dello Stato. Sa quanti stranieri compiono reati o tentano di fare attentati in Ucraina. Non sempre sono espressione delle istituzioni dei loro Paesi».
E l’attentato sul ponte di Crimea per il compleanno del presidente russo? Anche di quello si lava le mani?
«Mi lasci non rispondere».
Colpite impianti petroliferi russi fin sul Mar Caspio. Li rivendica?
«Se ci limitassimo alla difesa statica non dureremmo molto. La taglia tra Russia e Ucraina è troppo diversa. Allora contrattacchiamo dentro la Russia con i droni e i nostri missili a lunga gittata Flamingo. Quanti? È un segreto, ma se ne avessimo di più sarebbe meglio, come di qualsiasi altra arma. Siamo obbligati a reagire anche con strumenti militari non classici».
È la sua «strategia asimmetrica». Funziona?
«So che i nostri colpi in Russia fanno male. Li convinceranno da soli a rinunciare ai loro obiettivi? No. Ce ne vorrebbero molti di più, ma aumentano il peso del conflitto anche per Mosca».
La decisione americana di togliere le sanzioni al petrolio russo per bilanciare la chiusura dello Stretto di Hormuz ha regalato a Putin milioni.
«Non ho qui i numeri esatti. Però il prezzo del petrolio russo è triplicato e le entrate inaspettate daranno ottimismo al Cremlino. Soprattutto se l’economia mondiale continuerà su questi binari».
Da 007 lo sa. I missili iraniani hanno aumentato la precisione a guerra in corso. Perché?
«Lo scambio di informazioni tra Mosca e Teheran non è ipotetica, è un fatto e anche piuttosto normale».
L’ungherese Orbán era contro l’Ucraina. La premier italiana Meloni era a favore di Orbán, ma anche pro Ucraina. Cosa capisce?
«Che prima di tutto ciascun Paese deve essere a favore di sé stesso».
Crede che la guerra in Ucraina e quelle in Medio Oriente siano momenti dello stesso conflitto?
«Sì. Con molto dolore sta nascendo un nuovo ordine. Quello vecchio è morto, non c’è modo di tornare indietro quindi bisogna soffrire sino a che il nuovo mondo non si sarà consolidato».
14 aprile 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA