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Redazione Online

Il post su Truth, poi cancellato, nel quale si paragona a Gesù guaritore, la minaccia di cancellare l’Iran («un’intera civiltà morirà stanotte»), le offese al Papa («debole sul crimine e pessimo in politica estera»). Il «New York Times» solleva, ancora una volta, il tema della salute mentale del presente

«Furbo come una volpe» o «semplicemente pazzo»? Dopo le ultime uscite del presidente Trump – ha scatenato indignazione nella sua base, molto religiosa, il post su Truth nel quale si paragona a Gesù guaritore, poi cancellato – torna il dibattito sulla salute mentale del tycoon, ormai un classico nella storia presidenziale (Biden veniva attaccato un giorno sì e uno no). Sono almeno dieci anni che il comportamento imprevedibile e i commenti estremi di Trump lo accompagnano sulla scena politica.

Dalla minaccia di cancellare l’Iran dalla mappa del Medio Oriente («un’intera civiltà morirà stanotte») alle offese al papa, «DEBOLE sul crimine e pessimo in politica estera», l’impressione è, come scrive il New York Times, che si tratti ormai di un «autocrate squilibrato, accecato dal potere».



















































La Casa Bianca, naturalmente, ha fatto quadrato e ha respinto le accuse. Lui definisce sé stesso «un genio», spiegando di aver passato ogni test cognitivo. I democratici, che da tempo mettono in dubbio la tenuta psicologica di Trump, hanno lanciato un nuovo coro di appelli per invocare il 25° emendamento e rimuovere il presidente dalla Casa Bianca «per incapacità». Non si tratta di una preoccupazione espressa soltanto da esponenti di sinistra, comici nei talk show o professionisti della salute mentale, che si lanciano in diagnosi a distanza. Ora è un’opinione diffusa anche tra generali in pensione, diplomatici e funzionari stranieri. E tra gli ex alleati del presidente.

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Un sondaggio Reuters/Ipsos  dello scorso febbraio aveva rilevato che circa il 61% degli intervistati considerava Trump «sempre più imprevedibile con l’età», un giudizio espresso non solo da gran parte degli elettori democratici e indipendenti, ma appunto anche da una quota non trascurabile di repubblicani. I dati mostrano inoltre una diminuzione del numero di persone che descrivono il presidente come «mentalmente acuto e capace di affrontare sfide complesse»: questa percezione è passata dal 54% di settembre 2023 al 45% attuale. Secondo Robert Reich, che fu ministro del Lavoro sotto Bill Clinton, «se Trump prima era razionale, ora non lo è più».

L’ex deputata Marjorie Taylor Greene

L’ex deputata repubblicana della Georgia Marjorie Taylor Greene, che di recente ha rotto con Trump, ha sostenuto il ricorso al 25° emendamento, dichiarando alla Cnn che minacciare di distruggere la civiltà iraniana non era «retorica dura, ma follia». Candace Owens, podcaster di estrema destra, lo ha definito «un pazzo genocida». Alex Jones, teorico della cospirazione e fondatore di Infowars, ha affermato che Trump «farfuglia cose; sembra che il cervello non funzioni al meglio».

La fedeltà del Congresso

Il dissenso a destra non ha raggiunto il Congresso, dove i legislatori repubblicani rimangono fedeli al presidente, né il suo gabinetto, che nel caso dovrebbe approvare il 25° emendamento, un’idea molto lontana dalla realtà. «Trump sa esattamente cosa sta facendo», ha scritto Liz Peek, editorialista di The Hill e collaboratrice di Fox News, citata sempre dal New York Times. «Trump continuerà a usare una pressione militare e diplomatica massimalista (e a volte oltraggiosa) nella sua campagna per liberare il Medio Oriente dalla quasi cinquantennale campagna di terrore iraniana».

«È completamente pazzo»

Trump è «una persona estremamente malata», tuona il senatore Chuck Schumer di New York; è «squilibrato» e «fuori controllo», aggiunge il deputato Hakeem Jeffries di New York. È «completamente pazzo», dice sicuro il deputato Ted Lieu della California. Il deputato Jamie Raskin del Maryland ha scritto al medico della Casa Bianca chiedendo una valutazione, rilevando «segni compatibili con demenza e declino cognitivo» e crisi di rabbia «sempre più incoerenti, instabili, volgari, deliranti e minacciose».

Il discorso sullo Stato dell’Unione

Il tema della salute mentale è emerso con forza nel dibattito pubblico proprio alla vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione, a febbraio, durante il quale Trump ha pronunciato il suo intervento più lungo di sempre davanti al Congresso, cercando di rivendicare i risultati della sua amministrazione e di galvanizzare il suo elettorato. La generalizzata insoddisfazione nei confronti delle sue performance – su questioni economiche, politiche e istituzionali – alimenta dubbi anche su aspetti legati alla sua capacità di leadership.

Il Nobel per la Pace

Alla Casa Bianca Donald Trump accettò la medaglia del Nobel per la Pace da María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana, premiata a dicembre, come se si trattasse d’un vero premio destinato proprio a lui. Da tempo il tycoon sostiene che dovrebbe essere premiato dal comitato di Olso. «Trump vive in un mondo di sua costruzione — ha spiegato a Le Grand Continent la storica e psicologa francese Elisabeth Roudinesco, biografa di Sigmund Freud e Jacques Lacan, citata da Paolo Valentino — che vuole identico al suo desiderio di onnipotenza e godimento personale. Non scherza quando organizza una cerimonia per farsi consegnare un Nobel immaginario: vive realmente la scena, ci crede. Il suo è un delirio di grandeur fondato sul culto dell’ego. Trump è un istrione narcisista, tanto più pericoloso in quanto il suo entourage si sottomette». 

Lo scorso luglio Trump, come ha scritto Paolo Valentino sul Corriere, raccontò in dettaglio una storia impossibile: suo zio, il professor John Trump, aveva avuto fra i suoi allievi al Mit Ted Kaczynski, alias Unabomber, il folle che con le sue lettere esplosive aveva provocato tre morti e 23 feriti in 18 anni. «Era un bravo studente», avrebbe detto lo zio a Donald. Peccato che John Trump sia morto nel 1985 e che l’Fbi identificò Unabomber solo nel 1996. 

Gli altri presidenti americani

Non è la prima volta, come dicevamo, che la salute mentale di un presidente viene messa in dubbio. John Adams, Andrew Jackson ed entrambi i Roosevelt furono accusati di instabilità mentale dagli avversari politici.

Abraham Lincoln lottò contro la depressione. Woodrow Wilson non fu più lo stesso dopo un ictus. Lyndon B. Johnson oscillava tra un’energia maniacale e momenti di profonda malinconia. Ronald Reagan sembrò perdere lucidità verso la fine della sua presidenza, e molti si chiesero se l’Alzheimer, annunciato anni dopo, non avesse già iniziato a manifestarsi.

Alcuni ammiratori di Trump lo hanno paragonato a Nixon, che sosteneva la cosiddetta «teoria del pazzo»: incaricò Henry Kissinger, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, a capo dei negoziati di pace sul Vietnam, di dire ai negoziatori che il presidente era instabile e imprevedibile, come strumento di contrattazione, in modo da ottenere un accordo migliore. In privato, tuttavia, alcuni dei consiglieri di Nixon non credevano che fosse una messinscena.

Anche Trump ha cercato di sfruttare la sua instabilità psicologica. «Fate credere loro che sono pazzo», disse a Nikki Haley, la sua ambasciatrice alle Nazioni Unite durante il primo mandato, riferendosi ai nordcoreani. «Sapete qual è il segreto di un tweet davvero efficace?», chiese una volta a William P. Barr, allora suo procuratore generale. «La giusta dose di follia».

14 aprile 2026 ( modifica il 14 aprile 2026 | 10:18)