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Oriente Occidente di Rampini | Tutta la verità sulla Cina in Iran (vista da Pechino)
MMondo

Oriente Occidente di Rampini | Tutta la verità sulla Cina in Iran (vista da Pechino)

  • 14 Aprile 2026

Se offendi pure il primo Papa del tuo paese, hai toccato il fondo. Le insolenze di Donald Trump contro il pontefice sono un segnale di difficoltà. Il retroterra è questo: molti cattolici americani votarono per Trump nel novembre 2024 (malgrado i passati screzi con papa Francesco), a seguito di uno spostamento a destra dell’elettorato religioso che dura da anni. Il vicepresidente JD Vance è cattolico. In passato Trump, pur avendo sempre avuto una «incontinenza verbale» che lo porta alla volgarità e all’insulto, avrebbe evitato di scontrarsi con il capo di una religione i cui fedeli lo hanno votato. Ma con la guerra in Iran siamo di fronte a una specie d’insurrezione di alcuni pezzi di elettorato trumpiano. Non a caso alcune delle più recenti intemperanze il presidente le ha rivolte a destra.

Questa premessa serve a ricordare un’ovvietà: Trump sta coalizzando molte ostilità, e in Europa il suo livello di impopolarità è ai massimi. Questo spiega anche perché è invalsa la moda di dare per sconfitta l’America in questa guerra fin dalle prime ore, e proclamare vincitori tutti gli altri: dall’Iran alla Russia alla Cina. 



















































Iran, la guerra in diretta

Il caso della Repubblica Popolare è interessante. Oggi l’Occidente pullula di «filocinesi» come ai tempi del Maggio Sessantotto quando a Parigi l’estrema sinistra idolatrava Mao. 

La verità sull’impatto che la guerra in Iran esercita sulla Cina è meno trionfale. 

Vi propongo qui l’analisi pregevole – per serietà, approfondimento e lucidità – che la newsletter Sinification estrae dal lavoro di illustri economisti cinesi, autorevoli esperti di regime.

A fare questo lavoro essenziale – ascoltare ciò che i cinesi stessi dicono di questa crisi – è il sinologo Jacob Mardell. Le discussioni sulle opportunità geopolitiche che la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran potrebbe offrire alla Cina sono affascinanti, osserva Mardell, non da ultimo perché confermano una certa convinzione diffusa negli ambienti progressisti secondo cui la guerra di Trump rappresenta un grave errore strategico. 

Ma sarebbe un errore interpretare la guerra con l’Iran come un vantaggio per la Cina. L’analisi di Peng Shaozong espone invece con grande chiarezza un ampio ventaglio di rischi per Pechino, sostenendo che «la volatilità dei prezzi delle materie prime innescata dall’escalation dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran ha avuto un impatto sistemico e superiore alle attese sull’economia cinese, con la possibilità di generare perturbazioni ripetute».

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Il dibattito osservato finora tra gli esperti di Pechino è composito, riflette la realtà di una guerra che presenta per la Cina un insieme ambivalente di rischi e opportunità.

Sul lato delle «opportunità» ci sono i benefici evidenti derivanti dal fatto che un rivale strategico si infili in un potenziale pantano. Diversi autori riprendono l’osservazione ormai diffusa secondo cui questo sarebbe il «momento Suez» dell’America (il riferimento è alla guerra del 1956 che vide Inghilterra e Francia a fianco di Israele per difendere i propri imperi coloniali, contro l’Egitto di Nasser): una guerra che potrebbe minare il sistema del petrodollaro e mettere a nudo la fragilità dell’architettura delle alleanze statunitensi. A ciò si aggiungono argomentazioni secondo cui il conflitto non sarebbe soltanto un ostacolo per Washington, ma anche un’occasione per la Cina – tra queste, la tesi più rilevante è che prezzi elevati del petrolio agiscano come una sorta di tassa sul carbonio, favorendo la Cina in quanto centro dell’economia globale «verde».

In un memorandum (censurato) del think tank cinese Intellisia, gli autori sostengono che un conflitto prolungato in Medio Oriente non solo drenerebbe risorse agli Stati Uniti, ma riorienterebbe capitali, flussi energetici e catene di approvvigionamento a vantaggio di Pechino. E secondo il professor Di Dongsheng della Renmin University, i prezzi più alti dell’energia rappresentano, nel complesso, un guadagno netto per la Cina, poiché migliorano la competitività relativa della manifattura cinese pur aumentando i costi assoluti. Questo argomento è apparso tanto più intrigante in quanto, Di sembrava incapace o riluttante a esplicitarlo direttamente, promettendo una spiegazione che poi ha evitato di fornire. Sebbene il tono generale tra i commentatori si sia irrigidito oscillando tra costernazione e una certa Schadenfreude, permane una cautela nel discutere le «opportunità» della guerra: Pechino preferisce presentarsi come mediatore neutrale e promotore di pace, piuttosto che come beneficiario opportunistico del conflitto.

Esiste, naturalmente, anche un’autocensura nel rappresentare le conseguenze come troppo gravi: la maggior parte delle analisi sottolinea la resilienza della Cina e l’ampiezza delle sue riserve energetiche. Proprio per questo colpisce che una figura del livello istituzionale di Peng Shaozong sia così esplicita nel mettere in evidenza i rischi che questo conflitto comporta per il suo Paese.

Peng è stato in passato analista senior presso l’influente Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC) ed è oggi vicepresidente della China Society of Economic Reform, un think tank affiliato allo Stato e supervisionato dalla stessa NDRC; le sue parole hanno dunque un peso significativo.

Un altro contributo rilevante che coglie entrambe le dimensioni del problema è un recente articolo dell’economista senior Lian Ping, il quale sostiene che prezzi più elevati del petrolio aumentano l’inflazione importata, comprimono i consumi delle famiglie, riducono i margini delle imprese energivore a valle della filiera, deprimono gli investimenti e mettono sotto pressione la bilancia commerciale cinese e il renminbi. Tuttavia Lian non presenta lo shock come interamente negativo: osserva anche che prezzi elevati e persistenti del petrolio potrebbero attenuare le pressioni deflazionistiche, incrementare i profitti nel settore energetico a monte, accelerare lo sviluppo delle industrie legate alle nuove energie, incentivare il risparmio energetico e l’innovazione industriale, oltre a favorire sia la diversificazione energetica sia l’internazionalizzazione del renminbi. Si ferma però prima di trarre una conclusione netta sul fatto se il conflitto, nel complesso, avvantaggi o danneggi la Cina.

Dall’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, i mercati delle materie prime sono stati guidati dal rischio di guerra, dalla speculazione e dall’accumulo di scorte, con shock dei prezzi che si trasmettono a cascata dagli input a monte fino alle imprese a valle.

L’esposizione della Cina è elevata e fortemente concentrata: la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio è pari al 72,7%, mentre il 45-50% del greggio importato e il 38% del gas naturale importato transitano attraverso lo Stretto di Hormuz.

Lo scenario di base è un ciclo di «combattimenti intervallati da negoziati», con prezzi del petrolio oscillanti tra i 90 e i 130 dollari al barile per circa tre mesi e pressioni importate che si intensificano a intervalli.

L’Iran è sia un grande esportatore di petrolio sia un fornitore chiave di input chimici, per cui eventuali interruzioni dell’offerta possono generare effetti moltiplicativi lungo le filiere chimiche, agricole e tessili.

Il conflitto mette inoltre in luce un collo di bottiglia nel mercato dell’elio: un’interruzione a Ras Laffan (principale hub di esportazione di GNL ed elio del Qatar) ridurrebbe di oltre un terzo l’offerta globale, aggravando le vulnerabilità nei semiconduttori e nelle apparecchiature mediche basate sulla risonanza magnetica.

A questi esperti citati da Sinification aggiunto la più recente analisi del sinologo Bill Bishop apparsa nell’altra newsletter specializzata, Sinocism. Questa si riferisce agli ultimi sviluppi e cioè il blocco annunciato da Trump contro le navi in uscita dai porti iraniani. 

Questo embargo, se funziona davvero in questi termini, è un colpo ai rifornimenti di greggio diretti verso la Cina. Bishop descrive una Pechino sospesa tra prudenza strategica e tentazione opportunistica. Finché la crisi mediorientale resta confinata a un danno economico indiretto – il blocco delle rotte, il rincaro dell’energia, la minaccia alla navigazione verso l’Asia – la leadership cinese reagisce come da copione: denuncia l’unilateralismo americano, invoca de-escalation, cerca sponde diplomatiche nel Golfo, ma evita qualsiasi passo che la esponga a uno scontro diretto con Washington. 

Bishop aggiunge un elemento che cambia il quadro: le indiscrezioni dell’intelligence americana secondo cui la Cina starebbe valutando, o forse avrebbe già avviato, forniture di sistemi di difesa aerea all’Iran. Secondo fonti dell’intelligence Usa Pechino si preparerebbe a consegnare nelle prossime settimane armi antiaeree, compresi MANPADS, forse passando per paesi terzi per mascherarne l’origine. Il New York Times parla in termini leggermente diversi: non di una decisione già presa, ma di informazioni secondo cui la Cina «potrebbe aver inviato» di recente missili all’Iran. La diplomazia cinese ha smentito, sostenendo di agire con prudenza e nel rispetto delle norme sull’export militare. È un passaggio importante perché segnala l’ambiguità di Pechino. 

Da una parte la Cina non vuole che l’Iran crolli o resti troppo esposto militarmente, sia per ragioni energetiche sia perché Teheran resta un partner utile nel fronte anti-occidentale insieme alla Russia. Dall’altra parte Xi Jinping non vuole neppure spingersi fino al punto di trasformare la Cina nel fornitore d’armi di una guerra contro Stati Uniti e Israele. Bishop mette in luce proprio questa zona grigia: l’aiuto cinese, se esiste, non sarebbe il gesto clamoroso di un’alleanza militare dichiarata, bensì una forma di sostegno calibrato, negabile, forse occultato dietro triangolazioni. È il metodo tipico della politica estera cinese quando vuole influire senza assumersi apertamente il costo politico delle proprie scelte. 

Qui entra in scena Trump. Ha lasciato intendere che, se la Cina fornisse davvero armamenti all’Iran, la risposta potrebbe essere molto dura, compresi dazi del 50 per cento. Trump ha anche avvertito che Pechino avrebbe «grossi problemi» se compisse quel passo. Questo inserisce la crisi iraniana dentro una logica molto più ampia: non più soltanto Medio Oriente, ma anticipo di un confronto frontale tra America e Cina. Un eventuale invio di armi trasformerebbe infatti Pechino da beneficiaria passiva dell’instabilità americana a partecipante diretta, con il rischio di compromettere anche il previsto incontro Trump-Xi del mese prossimo, che Bishop tratta con ironia osservando che forse conviene prenotare alberghi rimborsabili.

La Cina vorrebbe avere entrambe le cose: sostenere l’Iran quel tanto che basta a impedirne la disfatta, ma senza pagare il prezzo di una rottura aperta con Washington. È una strategia sofisticata, ma anche fragile. Perché se le forniture venissero confermate, Trump avrebbe il pretesto per saldare ancora di più il dossier iraniano alla guerra commerciale e tecnologica contro Pechino. E allora la prudenza cinese, fin qui metodica, rischierebbe di apparire per quello che è: non neutralità, ma coinvolgimento sottotraccia.

14 aprile 2026, 11:22 – modifica il 14 aprile 2026 | 12:10

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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