Un piano senza precedenti per evitare che i dati finiscano su server americani. Sullo sfondo, il fantasma di Louis Pouzin: l’ingegnere che aveva in mano Internet e che la Francia lasciò solo
C’è un momento in cui la storia tecnologica europea si spezza in due. È il 1974. Valéry Giscard d’Estaing è appena arrivato all’Eliseo, Louis Pouzin ha già in mano l’idea che avrebbe cambiato il mondo (il datagramma, il sistema per trasferire dati a pacchetti che è alla base di quello che oggi chiamiamo Internet) e la Francia sceglie di non scommetterci. Preferisce il Minitel: una rete chiusa, nazionale, ottima per consultare l’elenco del telefono e poco più. Gli americani ringraziano e costruiscono la Silicon Valley. Cinquant’anni dopo, Parigi ci riprova. Questa volta con i sistemi operativi.
Il piano: fuori Windows, dentro Linux
L’8 aprile 2026, nel salone di un ministero parigino, siedono allo stesso tavolo ministri, funzionari, operatori pubblici e imprenditori privati. La direzione interministérielle du numérique (la DINUM, l’equivalente francese dell’Agenzia per l’Italia digitale) annuncia ufficialmente l’avvio della dismissione di Windows dai computer della pubblica amministrazione. Al suo posto Linux, sistema operativo open source, sviluppato in forma collaborativa, senza padroni esclusivi e senza royalties che finiscono a Redmond. Ogni ministero (operatori pubblici inclusi) dovrà presentare entro l’autunno la propria tabella di marcia su sette fronti: posto di lavoro, strumenti collaborativi, antivirus, intelligenza artificiale, basi di dati, virtualizzazione, apparati di rete. La Caisse nationale d’Assurance maladie ha già fatto la prima mossa, con ottantamila dipendenti in migrazione verso Tchap (la messaggistica interna dello Stato), Visio (videoconferenze sovrane) e FranceTransfert per lo scambio di documenti. La piattaforma nazionale dei dati sanitari, invece, dovrà completare il passaggio verso soluzioni europee entro la fine dell’anno.
«Non possiamo più accettare che i nostri dati, le nostre infrastrutture e le nostre decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo né le regole, né i prezzi, né i rischi», le parole del ministro David Amiel. «L’État ne peut plus se contenter de constater sa dépendance» — lo Stato non può più limitarsi a prendere atto della propria dipendenza. Deve uscirne. Un linguaggio insolito per un comunicato istituzionale, che suona più come una resa dei conti.
Dati, infrastrutture, sovranità
Il punto non è Windows in sé. Il vero problema è infatti rappresentato dalla «residenza» dei dati di cinquantasette milioni di cittadini francesi e, per estensione, europei. Ogni email scritta su Outlook, ogni file caricato su OneDrive, ogni riunione tenuta su Teams è un flusso di dati che attraversa server americani, sotto giurisdizione americana, soggetti al Cloud Act del 2018, la legge che consente alle autorità statunitensi di accedere ai dati archiviati all’estero da aziende con sede negli Stati Uniti. Questo vale per Microsoft, per Google, per Amazon Web Services. Vale, in misura diversa, per quasi tutto lo stack tecnologico su cui si regge la macchina pubblica europea. Per questo il seminario dell’8 aprile riguardava una strategia più ampia: costruire coalizioni tra ministeri, grandi operatori pubblici e imprese private del settore per creare un ecosistema alternativo. La DINUM coordinerà il piano interministeriale. La Direction des Achats de l’État sta già lavorando a una mappatura delle dipendenze critiche. La Direction générale des Entreprises definisce cosa si intende, esattamente, per «servizio digitale europeo». A giugno 2026 si terranno le prime «rencontres industrielles du numérique»: l’occasione per formalizzare un’alleanza pubblico-privata per la sovranità digitale europea.
Il fantasma di Pouzin
Chi conosce la storia sa che questa non è la prima volta che l’Europa si trova a questo bivio. Eric Reinhardt lo racconta nel suo romanzo «Comédies françaises»: il protagonista è un giovane giornalista che indaga su uno degli sbagli più costosi del Novecento tecnologico. Louis Pouzin, ingegnere francese, nei primi anni Settanta aveva inventato il datagramma, ovvero il mattone fondamentale su cui è costruito Internet. Vint Cerf e Bob Kahn, che sono universalmente considerati i padri della rete, si ispirarono esplicitamente al lavoro di Pouzin per sviluppare il protocollo TCP/IP.
Ma Pouzin trovò sulla sua strada Ambroise Roux, personaggio realmente esistito, capo della CGE (la precorritrice di Alcatel Alstom), soprannominato «il padrino degli affari» per la sua capacità di manovrare tra industria e politica. Roux convinse l’entourage di Giscard a scartare il progetto di Pouzin e a puntare sul Minitel, che garantiva rendite certe a chi già controllava le telecomunicazioni nazionali, ma non aveva alcuna vocazione globale. Il progetto europeo «Unidata», che avrebbe potuto sottrarre agli americani il primato su Internet, fu silenziosamente affossato. Pouzin ricevette il suo riconoscimento solo nel 2013, quando la regina d’Inghilterra lo premiò come uno dei padri di Internet. Cinquant’anni dopo aver inventato qualcosa che il suo paese aveva preferito non vedere.
Reinhardt, nel ritratto che ne fa nel romanzo, individua un pattern preciso: eccellenza scientifica dei singoli, incapacità strutturale di valorizzarla. Tutto questo a causa di un sistema in cui gli interessi costituiti pesano più della visione. È una diagnosi che vale anche oggi, e che rende l’operazione avviata dalla DINUM più difficile di quanto non sembri sulla carta.
Linux non è per tutti
Perché la migrazione a Linux non è una passeggiata. Chiunque abbia mai tentato di installarlo su un computer aziendale lo sa. Si tratta di migrare decine di migliaia di applicazioni, riformare i flussi di lavoro, formare gli utenti, convincere i fornitori a seguire. Microsoft ha costruito la sua fortuna anche su questo, ovvero l’inerzia degli ecosistemi. Ogni anno che passa, le dipendenze aumentano, i formati proprietari si moltiplicano, il costo del cambio cresce.
La Germania ci ha provato con il progetto LiMux a Monaco di Baviera: nel 2003 la città migrò quattordicimila computer a Linux, con grande clamore. Nel 2017 tornò a Windows, tra polemiche e accuse reciproche di fallimento. Le ragioni furono in parte tecniche, in parte politiche, in parte legate a una pressione dei fornitori che non aveva equivalenti sul lato open source. L’esperienza tedesca è il precedente che i detrattori del piano francese citano per prima cosa. Ma il contesto oggi è diverso. Non perché la tecnologia sia più semplice (Linux per l’utente medio rimane meno intuitivo di Windows), ma perché il quadro geopolitico è cambiato. La guerra in Ucraina ha ridisegnato le priorità strategiche europee. Le tensioni con l’amministrazione americana su dazi, sicurezza e standard tecnologici hanno convinto anche i più pragmatici che affidarsi interamente a fornitori extra-europei per infrastrutture critiche è un rischio sistemico.
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14 aprile 2026
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