di
Giuliana Ferraino

Il World Economic Outlook taglia la crescita globale al 3,1% e vede l’Italia ferma allo 0,5% per il biennio 2026-2027. «Siamo già vicini allo scenario peggiore»

L’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, diffuso a Washington in occasione del tradizionale appuntamento congiunto con la Banca mondiale, formalizza il passaggio dell’economia globale da una fase di faticosa ripresa a un’altra di estrema incertezza, dominata dal «rischio della più grande crisi energetica dei tempi moderni».  

Il Fmi ha rivisto al ribasso la crescita mondiale per il 2026: le stime ufficiali indicano 3,1%, ma la realtà corre molto più forte delle tabelle statistiche. Il capo economista Pierre-Olivier Gourinchas non ha usato giri di parole per descrivere la fragilità del momento. Sebbene il «quadro di riferimento» del Fondo monetario internazionale ipotizzi ancora una crescita globale inferiore solo dello 0,2% rispetto al 3,3% ipotizzato in precedenza, si tratta di uno scenario di base che appare ormai appeso a un filo. È una fotografia scattata un attimo prima dell’ultima escalation, che l’evoluzione quotidiana del conflitto sul campo minaccia di rendere anacronistica. Gourinchas ha ammesso che siamo già in una terra di mezzo: stiamo scivolando verso lo «scenario avverso», quello in cui il Pil mondiale crolla al 2% e l’inflazione, spinta dai rincari energetici, schizza al 6%. 



















































L’analisi di Gourinchas spinge il paragone fino alle radici della memoria economica globale, evocando uno shock energetico comparabile a quello del 1974. Anche se la guerra dovesse finire oggi, il «trascinamento» dei problemi alle forniture peserebbe per tutto l’anno. Rispetto agli anni Settanta, però, il Fondo individua due differenze sostanziali che fungono da paracadute: da un lato un’economia mondiale meno dipendente dal greggio grazie a fonti alternative e maggiore efficienza; dall’altro, un cambio di paradigma delle banche centrali. Se in passato queste sostenevano l’attività produttiva a ogni costo, oggi la priorità assoluta è il raffreddamento dell’inflazione.

Per l’Italia, le notizie che arrivano da Pennsylvania Avenue non sono buone. Il Fmi ha tagliato le stime di crescita per il nostro Paese allo 0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Una frenata che ci vede fanalino di coda insieme alla Germania (+0,8%) e a una Gran Bretagna in forte affanno. L’intera Eurozona è sotto scacco: con una previsione media dello 0,7%, il Vecchio Continente è il grande malato della crisi iraniana, intrappolato tra la dipendenza energetica e la paralisi dei consumi interni.

Eppure, nonostante il rischio di recessione sia ormai concreto, da Washington arriva un «no» secco a qualunque ipotesi di allentamento fiscale. Il Fondo ha chiuso la porta alla sospensione del Patto di Stabilità, chiedendo ai governi europei — Italia in testa — di non deviare dalla rotta del rigore. Per Gourinchas, la strada resta quella del riallineamento dei conti entro il 2031: le riserve di bilancio vanno ricostituite ora, nonostante lo shock energetico. La linea è chiara: gli aiuti a famiglie e imprese devono essere chirurgici e temporanei, senza creare nuovo debito.

Mentre il segretario del Tesoro, Scott Bessent, accusa il Fondo di eccessivo allarmismo, i mercati sembrano dare ragione al pessimismo del Fondo. Con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e le materie prime previste in rialzo del 19%, l’illusione di un atterraggio morbido dell’economia è svanita. La sfida per l’Europa non è più solo la crescita, ma la tenuta sociale di fronte a un rigore di bilancio che il Fmi considera non negoziabile, proprio mentre l’energia torna a essere un bene di lusso.

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14 aprile 2026 ( modifica il 14 aprile 2026 | 19:21)