Cinquant’anni di fotografia non come una celebrazione, ma un attraversamento. Guido Harari non ama i bilanci, li considera piuttosto trampolini, occasioni per rilanciare. La mostra «Guido Harari. Incontri» aperta fino al 26 luglio nella Basilica Palladiana, a Vicenza, uno dei luoghi simbolo del Rinascimento italiano, nasce proprio così: da un’esigenza di racconto, di condivisione, di restituzione. Non solo musica, pur centrale nel suo percorso, ma un’intera costellazione di incontri, immagini, relazioni, visioni.
Fotografo tra i più noti del panorama italiano, capace di raccontare come pochi l’anima dei musicisti e degli artisti che ha incontrato, Harari ha sempre concepito il ritratto come un atto di relazione, prima ancora che come esercizio estetico. La mostra ripercorre questo cammino lungo mezzo secolo, mettendo insieme volti celebri e figure meno note al grande pubblico, in un’operazione che è anche, dichiaratamente, un gesto di divulgazione culturale. Harari ha 74 anni, capelli bianchi raccolti, occhiali con lenti fumè, sempre sul pezzo tra ricordi, suggestioni e futuro.
Guardando a cinquant’anni di fotografia, che cosa si è salvato e che cosa si è perso per strada?
Avrei voluto realizzare di più. Però mi rendo conto di aver comunque creato tanto, con i mezzi che avevo, il tempo e la disponibilità che sono riuscito ad ottenere. E da un punto di osservazione svantaggiato: l’Italia non era New York, né Londra, né Parigi o Berlino. Quando però guardo il lavoro complessivo, sono felice delle scelte. Certo, molto era commissionato, ma il fatto che in mostra ci siano i fratelli Franco e Sergio Citti, Francesco Rosi, Bruno Munari, Dario Fo, Michelangelo Pistoletto, nomi che nel mondo dell’arte non sempre sono notissimi al grande pubblico, per me è importante. Anche questa è un’operazione di divulgazione. E per nulla spocchiosa, queste sono le persone, le esperienze che mi hanno offerto molto. E magari una piccola parte può incuriosire anche oggi. Certo, con Internet, poi, un giovane può subito chiedersi: “Pistoletto chi è?”. Un tempo non era così, bisognava leggere, documentarsi. C’era lentezza.
L’idea della mostra nasce quattro anni fa, che cosa l’ha mossa?
Avevo altre esposizioni alle spalle, poi l’allora assessore alla cultura di Ancona, Paolo Marasca, mi propose un progetto più ampio. Gli dissi subito di sì, ad una condizione: non solo musica, ma tutto il mio percorso. C’erano anche i miei settant’anni, ho pensato a un bilancio che per me rappresenta sempre un trampolino. Non mi sono pensionato, anzi. Sono più attivo che mai. È stato un modo per rilanciare e anche per far capire ai più giovani da dove si partiva in quell’epoca. In mostra si sarà una parete lunga otto metri che riproduce le pareti della mia stanza: un enorme collage con Che Guevara, Truffaut, i Beatles, Hendrix, Kennedy, Judy Garland, soprattutto musica e cinema. È un flash potentissimo. C’è anche una teca con oggetti e libri, “Gli scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini, per esempio. Quella stanza copre il periodo dal ’62 al ’72, la mia formazione, quella che poi mi ha spinto verso la musica e la fotografia.
Sostiene spesso che il ritratto è un incontro: che cosa deve accadere perché l’incontro diventi fotografia?
Deve esserci un’apertura reciproca. Una voglia di scoprire qualcosa di sé, da entrambe le parti. Quando mi relaziono con l’altro, lo faccio anche con me stesso, l’altro è uno specchio. E poi ci deve essere voglia di giocare. Questo è chiarissimo nella “Caverna Magica” che sarà in mostra: le persone arrivano, si parla mezz’ora, e in quel tempo capisco su quali spunti far leva. Poi si parte con quello che c’è. È come la cucina degli avanzi, non c’è stylist, truccatore, parrucchiere. Si inventa tutto al momento. È liberatorio per i soggetti e anche per me.
C’è un momento preciso in cui capisce che lo scatto è quello giusto?
Sì. Quando cattura l’energia dello scambio. Quella è la cifra. Non importa se è tecnicamente perfetto, può essere anche sfocato, con il soggetto mezzo fuori. L’importante è che ci sia l’energia del momento.
La musica è stata la sua porta d’ingresso. Anche oggi è il motore principale?
No, c’è molto altro. Già dalla fine degli anni Ottanta avevo iniziato a fotografare persone in ambiti diversi. Poi mi sono disamorato della fotografia celebrativa e mi sono dedicato ai libri con Fernanda Pivano, la Fondazione De André e Gaber, con la nipote di Pier Paolo Pasolini. Ho scoperto che il libro è una forma di fotografia senza macchina fotografica. Con la macchinetta hai poco tempo, devi giocarti tutto subito. Con un libro puoi immergerti per anni, andare più in profondità.
C’è un artista che le ha insegnato qualcosa sullo sguardo?
Non proprio sullo sguardo, ma sull’atteggiamento sì. Nel 1973 ero al seguito di Frank Zappa e volevo fargli un’intervista. Balbettavo. Lui capì e mi disse: “Vuoi diventare amico di un musicista? Spegni il registratore e beviamo qualcosa insieme”. Poi questo gesto si è ripetuto con molti altri artisti, vivere, condividere. Quello è lo sguardo che ascolta.
L’accesso al backstage è stato un privilegio o una responsabilità?
All’inizio non era un privilegio, forse c’erano meno richieste o magari ero solo più curioso. Ho fatto amicizia con musicisti come la PFM, De André, Santana, Lou Reed, e si sono aperte delle porte. È stato un privilegio, certo, ma anche una responsabilità: mi ha insegnato quando non tirare fuori la macchina fotografica.
Oggi siamo immersi nelle immagini. Che cosa manca davvero alla fotografia?
Domanda difficile. Con l’intelligenza artificiale non sappiamo più in che realtà viviamo e sarà sempre peggio. Una volta dicevo, se c’è un futuro per l’uomo, c’è un futuro anche per la fotografia. Ora non ne sono più così sicuro.
Se dovesse raccontare il nostro tempo con una sola immagine?
Marte. Deserto, rosso. Questo è il nostro tempo.
Esporre in Basilica Palladiana che effetto le fa?
È straordinario. Pensavo di aver già raggiunto un traguardo con Palazzo dei Diamanti a Ferrara, ma quando mi è stata proposta la Basilica ho detto subito sì. Vicenza è una città d’arte che guarda anche alla fotografia: significa che il contenuto della mostra può dialogare con la tradizione, con ciò che già esiste. E, magari, attirare anche un pubblico giovane. I documentari su di me e non solo proiettati sotto quelle volte? Una chicca favolosa. Alzi gli occhi al cielo e capisci che non ci poteva essere un luogo migliore.
David Bowie è l’immagine-manifesto. Non lo ha mai incontrato davvero, che cosa rappresenta questa scelta?
Bowie è l’icona dell’incontro mancato. L’ho fotografato in concerto, e tanto mi basta. Ho provato a incontrarlo, ma non era il momento giusto. Con le mega star è quasi impossibile incontrarsi nel pieno dell’esplosione. Devi essere lì prima, quando sono ancora sulla rampa di lancio. Alcuni fotografi, come il giapponese Sukita, lo hanno seguito per quarant’anni. Quello era il tempo giusto, non il mio.