di
Giuliana Ferraino
Trimestre record per Jp Morgan, Citi, Goldman e Wells Fargo grazie al disordine geopolitico e alla volatilità. Il paradosso del rischio: per gli istituti finanziari è un prodotto da vendere
Mentre il mondo osserva con il fiato sospeso l’escalation del conflitto in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz incendia i mercati energetici, i bilanci di Wall Street raccontano un’altra storia. Le grandi banche americane hanno appena archiviato un primo trimestre 2026 da record, incassando miliardi e dimostrando ancora una volta che la volatilità — termine tecnico per definire il disordine dei mercati — è la merce più preziosa del decennio.
La tempesta perfetta dei profitti
I dati pubblicati martedì sono impressionanti. JPMorgan Chase, Citigroup e Wells Fargo hanno registrato, nel solo primo trimestre, profitti combinati superiori ai 25 miliardi di dollari.
Il motore di questa crescita non è stata la salute dell’economia reale, ma il caos geopolitico. L’incendio in Medio Oriente ha scosso i mercati delle materie prime, portando il greggio Brent a superare i 120 dollari al barile e spingendo i prezzi del gas naturale liquefatto (Gnl) in Asia a un incremento del 140%.
I numeri delle big
JPMorgan Chase ha guidato la carica con un utile netto di 16,49 miliardi di dollari, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Ma è il dato sulla divisione Markets a svelare il meccanismo: i ricavi dal trading hanno toccato il record storico di 11,6 miliardi, alimentati dalle frenetiche scommesse di investitori e aziende desiderosi di proteggersi (o speculare) sulle oscillazioni del greggio e dei tassi d’interesse. Citigroup, sotto la guida di Jane Fraser, ha segnato il miglior fatturato trimestrale degli ultimi dieci anni, con un utile netto balzato del 42% a 5,8 miliardi di dollari. Goldman Sachs ha visto i profitti salire a 5,4 miliardi, trainata da un aumento del 27% nel trading azionario. Il dato forse più indicativo arriva da Wells Fargo, tradizionalmente più legata all’economia reale. La banca ha visto l’utile salire a 5,25 miliardi di dollari (+15%), trainata da un portafoglio prestiti che ha sfondato per la prima volta il tetto dei 1.000 miliardi. Ma il segnale inequivocabile del momento storico è il balzo del 38% nei ricavi da trading, arrivati a 1,35 miliardi
Il paradosso del rischio
C’è una frase che spiega bene la temperatura nelle sale operative, pronunciata dal cfo di JPMorgan, Jeremy Barnum: «Non abbiamo visto la cosiddetta cattiva volatilità». Per i banchieri, la volatilità diventa «cattiva» solo quando i mercati si bloccano per mancanza di liquidità. Ma finché il petrolio oscilla violentemente e gli investitori corrono a coprirsi dal rischio (hedging), le commissioni corrono ininterrotte.
Mentre le famiglie americane iniziano a pagare il 25-30% in più per la benzina — come ammesso dal cfo di Wells Fargo, Mike Santomassimo — le banche incassano la scommessa sulla paura. È il paradosso di un’economia bellica finanziarizzata: il conflitto che minaccia la stabilità globale alimenta i bonus dei trader.
Nonostante l’inflazione strutturale e il rinvio del taglio dei tassi da parte della Fed, Wall Street appare impermeabile ai colpi. Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, parla di un’economia «resiliente», ma la realtà è che il sistema bancario ha imparato a monetizzare l’incertezza estrema, grazie alla capacità di un’infrastruttura finanziaria che ha trasformato il rischio geopolitico in una classe di asset.
Succede che le grandi istituzioni finanziarie hanno costruito un sistema finanziario globale dove il rischio non è più un pericolo da evitare, ma un prodotto da vendere. E il conflitto diventa la leva per i dividendi. Wall Street non sta speculando sulla guerra, sta semplicemente operando nell’unico modo che conosce: estrarre valore dal disordine, prezzando la storia in tempo reale. Finché il disordine globale rimarrà la norma, i bilanci delle banche continueranno a riflettere una verità scomoda: nel mercato della paura, il banco vince sempre.
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15 aprile 2026 ( modifica il 15 aprile 2026 | 08:45)
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