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Alessandro Fulloni, inviato a Pietracatella, e Luca Pernice

Antonella Di Ielsi, 50 anni, e sua figlia Sara, 15, morte dopo Natale in ospedale. Inizialmente si era pensato a un’intossicazione e vennero indagati cinque medici per omicidio colposo. Poi sono state trovate tracce di ricina ed è cambiato tutto. Non ci sono indagati, ma sono state interrogate oltre 40 persone. Gli investigatori battono anche piste fuori dall’ambiente familiare

Sono seppellite nel cimitero di Pietracatella (borgo di 1.200 anime sulle alture che sormontano Campobasso), l’una accanto all’altra. Le ricoprono due cumuli di terra su cui sono posati dei fiori. Una sola lapide, per entrambe, senza scritte. Ai lati, due croci di legno. Attaccati, foglietti plastificati con le date di nascita e di morte. Ecco da sinistra la tomba di Sara  Di Vita, venuta alla luce il 18 gennaio 2010. Si è spenta lo scorso Natale, il 27. E a destra sua madre, Antonella di Ielsi, cinquant’anni: nata il 24 novembre 1975, se n’è andata all’indomani della figlia, il 28, e sempre al reparto di Rianimazione dell’ospedale di Campobasso.

Conosciamo l’ultimo desiderio di questa donna, che però non è riuscita a esaudire: quando familiari e medici le hanno detto che la sua Sara non c’era più, ha chiesto di poterla vedere un’ultima volta. Ma non è stato possibile. Ha avuto un collasso, il quadro clinico, già grave, è precipitato repentinamente. Ed è morta dopo poco. 



















































Sappiamo che sulle prime i medici pensavano a un’intossicazione. Invece no. Qualche settimana fa, dal Centro antiveleni della Fondazione Maugeri a Pavia, che aveva condotto delle analisi, è arrivato un alert: attenzione, nel sangue di Sara e Antonella ci sono tracce di ricina, un potente e letale veleno. Conclusione: questa storia si è trasformata in un giallo. Sconvolgente. 

Madre e figlia sono state avvelenate. Si indaga per duplice omicidio premeditato. Al momento non sono indagati. Ma ecco di seguito tutto quello che conosciamo della vicenda.

La famiglia di Giovanni Di Vita e Antonella Di Ielsi

Antonella era la moglie di Giovanni (per tutti Gianni) Di Vita, stimato ex sindaco Pd di Pietracatella dal 2006 al 2014 ed ex tesoriere regionale dem. La coppia ha un’altra figlia, Alice, 19 anni. Gianni, professione commercialista, ha degli studi sia a Pietracatella che a Campobasso; sua moglie lavorava con lui. 

La sera dell’avvelenamento

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la sera di Natale Sara, Antonella e Gianni si sono recati al pronto soccorso dell’ospedale di Campobasso perché accusavano dolori di stomaco e vomito. Intorno all’una di notte sono stati dimessi per una semplice intossicazione alimentare e gastroenterite.

La mattina successiva il nucleo familiare è tornato nuovamente al pronto soccorso per gli stessi sintomi del giorno precedente: nel pomeriggio tutti e tre, però, sono stati nuovamente mandati a casa. 

La morte di Antonella e Sara

Le condizioni della quindicenne sono precipitate il 27 quando, accompagnata in ospedale da un parente, è stata immediatamente ricoverata in Rianimazione, dove è deceduta intorno alle 23.

In serata nello stesso reparto è stata ricoverata anche la madre, che ha scoperto lì del decesso della figlia: la donna è morta domenica mattina. Gli inquirenti hanno accertato che i tre si erano rivolti anche alla Guardia medica.

Le indagini sui medici 

La Procura di Campobasso, inizialmente competente sul caso, aveva indagato cinque medici per omicidio colposo. Va detto che secondo l’ospedale Cardarelli le procedure mediche erano state rispettate

Gianni, che aveva detto di avere accusato dei malori, dopo l’aggravarsi di moglie e figlia era stato ricoverato allo Spallanzani di Roma, specializzato in malattie infettive, e dopo tre giorni era stato dimesso. Anche la figlia Alice era stata ricoverata a Roma,  ma solo a titolo precauzionale. Vedremo tra poco il perché.

Le ipotesi: il pesticida, il veleno per topi, i funghi

I primi esami avevano escluso che la morte potesse essere stata causata da pesticida per topi o da una intossicazione per funghi. 

All’attenzione degli inquirenti soprattutto la cena del 23 dicembre quando nella casa di famiglia al tavolo da pranzo erano seduti le due vittime e l’uomo: l’altra figlia, infatti, aveva cenato fuori. Sotto esame anche pranzo e cena dell’indomani, alla Vigilia, trascorsi con altri familiari. 

Determinante per accertare le cause della morte di mamma e figlia sono gli esami sui liquidi e sul sangue delle due vittime repertati nel corso dell’autopsia. Proprio nell’ipotesi di un avvelenamento dovuto ai funghi, gli inquirenti avevano mandato reperti medico-scientifici al Centro antiveleni di Pavia, massima autorità nazionale.

La ricina e la nuova pista: l’omicidio premeditato

Da Pavia è arrivata la notizia, tramite un primo alert verbale alla Procura di Campobasso, della possibile presenza di ricina nel sangue delle due donne. Da qui in poi l’inchiesta ha preso tutta un’altra direzione: non più due omicidi colposi. Ma un duplice omicidio premeditato

Il fascicolo giudiziario è stato trasferito alla Procura di Larino, competente territorialmente: l’eventuale delitto, ovvero l’avvelenamento, sarebbe avvenuto a casa dei Di Vita. A quel punto la notizia è arrivata alla stampa.

Prima di proseguire, spieghiamo cos’è la ricina, sostanza recentemente  famosa anche perché usata come «veleno invisibile» nella serie tv Breaking Bad: il protagonista (un chimico) la sintetizza e la conserva in una capsula nascosta facendone quasi un «oggetto simbolico» della storia.
È estratta dalla pellicola interna del rivestimento del seme del ricino ed è una tossina altamente letale, per la quale non esiste antidoto, cura o vaccino efficace. La ricina è presente nella polpa di scarto prodotta durante il processo di lavorazione dell’olio di ricino. La gestione di questi materiali, però, è regolata perché sono tutti trattati e detossificati (e poi smaltiti) sotto precise norme. La sostanza ricina viene invece isolata normalmente in  laboratori scientifici sotto stretto controllo (viene testata in ambito medico, ad esempio come antitumorale).

L’uso criminale e terroristico o come arma biologica prevede un processo di sintesi molto complesso e pericoloso. Pochi milligrammi bastano per uccidere un uomo robusto. Veniva usata dai servizi segreti dell’Est europeo per eliminare dissidenti e oppositori al tempo della Guerra Fredda.

Non c’è traccia di ricina nel sangue di Di Vita

Da qui in poi entriamo nell’indagine giudiziaria recentissima. È di poche ore fa la conferma che quella sera del 23 dicembre, e l’indomani, al pranzo e alla cena della Vigilia, Gianni Di Vita, non ha ingerito lo sostanza letale che invece ha stroncato madre e figlia.

A ribadire questo scenario, gli esami, ripetuti due volte, inviati da Pavia sebbene in forma ancora non ufficiale.

Cosa c’era sulla tavola dei Di Vita la sera del 23 dicembre?

Com’è finita dunque la sostanza sulla tavola dei Di Vita, quella sera del 23, la data più probabile dell’avvelenamento secondo gli inquirenti? A cena non c’era Alice, la primogenita diciannovenne, uscita per una pizza con gli amici. 

Interrogato come persona informata sui fatti, Di Vita avrebbe detto di «non ricordare» quel che mangiò con Antonella e Sara. Impossibile, peraltro, risalire ai cibi, visto che i netturbini passati sia il 24 che il 26 hanno portato tutto in discarica.

Gli interrogatori: sentite 40 persone, anche una cugina

Venerdì scorso padre e figlia sono stati ascoltati dalla Mobile per tutto il giorno e alla sera, alle 20, a sorpresa è stata sentita anche la cugina di Gianni, la donna presso cui ora dimorano i De Vita, la cui casa è sotto sequestro.

«La sera del 23 non ero a cena con loro» ha detto agli investigatori che gliel’hanno espressamente chiesto.

Sono circa 40 le persone interrogate, tra parenti e amici. Testimonianze che descrivono una famiglia unita, con Gianni sempre vicino alla sua Antonella, con la quale lavorava, tra l’altro, nello studio che aveva a Campobasso. «Fidanzati sin dalle superiori» racconta chi li conosce descrivendo un ex sindaco, con cariche importanti nel Pd, tra cui quella di tesoriere regionale, «sempre pronto ad ascoltare». 

Le nuove piste: un vecchio rancore all’origine del delitto?

Gli investigatori — convinti di risolvere il caso — battono anche piste fuori dall’ambiente familiare, scandagliando vecchi rancori magari dissimulati da chi, con Gianni e sua moglie, aveva rapporti ravvicinati.

Intanto, in vista della convocazione delle parti il 29 aprile per l’esame dei vetrini istologici sui due corpi, l’avvocato di Di Vita, Vittorino Facciolla, ha nominato un tossicologo di fiducia «a disposizione degli inquirenti».

15 aprile 2026 ( modifica il 15 aprile 2026 | 12:59)