di
Luca Zuccala e Davide Landoni

La fiera d’arte moderna e contemporanea (17-19 aprile, preview il 16) è il fulcro della Art week di Milano: l’omaggio a John Coltrane e cosa c’è da vedere

In una jam session sarebbe il musicista al centro. Quello su cui convergono gli sguardi, al cui cenno l’ensemble attiva le mani e dà il via al concerto. Ma l’orchestra in questo caso è l’art week di Milano (13-19 aprile) e il fulcro miart, la fiera d’arte moderna e contemporanea che da trent’anni rappresenta il punto di incontro e scambio tra mercanti e collezionisti, nazionali e internazionali. 

La manifestazione fa da calamita gravitazionale attirando in città centinaia di player del settore da ogni parte del mondo (i quali, potenzialmente, proseguono il loro viaggio milanese la prossima settimana per il Salone e la design week, e poi spostarsi in Laguna a inizio maggio per la preview della Biennale veneziana), che a loro volta innescano l’attivazione culturale lungo il tessuto urbano, una scarica che si condensa in mostre, inaugurazioni e eventi e d’ogni tipo. E come nel jazz il risultato è armonico e divergente insieme, affidato ai singoli chiamati però a confrontarsi con il gruppo, seguendo il ritmo creativo che l’istinto suggerisce. 



















































Metafora musicale che non viene dal nulla, ma proviene direttamente dalla fiera, che dal 17 al 19 aprile (preview il 16 su invito) si ripresenta sotto New Directions – omaggio al celebre album del 1963 del musicista statunitense John Coltrane (1926-1967) in occasione del centenario della nascita. L’allusione non è solo alla personale sinfonia tra espositori che ogni anno, diversa, si rinnova, ma ad una trasformazione che coinvolge ogni aspetto della sua identità: dai contenuti curatoriali all’immagine coordinata, fino all’esperienza stessa del visitatore. 

La fiera diretta per l’ultimo anno da Nicola Ricciardi (e che, a quanto ne sappiamo, non ha ancora definito la nuova direzione) si trasferisce nella South Wing dell’Allianz MiCo, nel quartiere CityLife, adottando un layout completamente ripensato. La fiera abbandona la tradizionale organizzazione lineare per articolarsi su tre livelli distinti, concepiti come un percorso progressivo, abitando spazi più museali che fieristici, con spaziature e disposizioni lontane dal classico padiglione. 

In questo contesto, 160 gallerie provenienti da 24 Paesi propongono una serie di progetti espositivi che attraversano più di un secolo di storia dell’arte, dai classici del Primo e Secondo Novecento alle esplorazioni più contemporanee. Un restringimento voluto e cercato, rispetto alle 179 dello scorso anno. Un modo per privilegiare la qualità e la ricerca, elementi che attraversano tutte e tre le sezioni della manifestazione. 

Abbandonando le strade più battute, molti espositori hanno scelto una radicalità inedita, puntando su progetti monografici e stand che sacrificano la varietà commerciale in favore di una coerenza estetica quasi museale, capace di rafforzare l’identità del progetto espositivo attraverso una cura meticolosa. 

Il percorso si apre idealmente al piano d’ingresso con la sezione Emergent, l’unico segmento in espansione di questa edizione. Curata da Attilia Fattori Franchini, la sezione accoglie 29 gallerie internazionali che investono con coraggio sulle nuove generazioni di artisti; tra queste figurano realtà come Amanita (New York, Roma), COMMUNE (Vienna), Crome Yellow M & C (Johannesburg), Ehrlich Steinberg (Los Angeles), Alice Folker Gallery (Copenhagen), Gaa (New York, Colonia), MERKUR (Istanbul), Satine (Venezia), South Parade (Londra) e TBA (Varsavia). Qui la sperimentazione è totale e attraversa linguaggi che vanno dalla ceramica al tessile, dalla pittura alla fotografia, affrontando temi urgenti come l’identità, il corpo e il cambiamento climatico, con una particolare attenzione alle installazioni site-specific realizzate da artiste. 

Miart, le novità di quest’anno del salone dell’arte

Scendendo al livello inferiore, si incontra il cuore pulsante della fiera, la sezione Established, che ospita 111 gallerie storiche e consolidate capaci di restituire una fotografia autorevole del panorama artistico contemporaneo. Tra le presenze più attese si confermano realtà che hanno definito l’identità della fiera come Massimo De Carlo, Lia Rumma, Poggiali, Galleria dello Scudo e Francesca Minini, affiancate da firme internazionali del calibro di Bortolami, Buchholz, Sadie Coles HQ e Corvi-Mora. In questo spazio, il moderno e il contemporaneo convivono in una simbiosi necessaria, coprendo un arco cronologico che parte dal primo Novecento per arrivare al design da collezione. 

All’interno di questa cornice si inserisce la novità di Established Anthology, una meta-sezione di 20 gallerie situata al piano superiore, caratterizzata da spazi ampi e pavimenti in legno. In questo ambiente, il tempo cessa di essere una linea retta per disegnare traiettorie cicliche, metamorfosi e memorie in cui le opere dialogano attraverso salti temporali e inversioni cronologiche, ipotizzando scenari che oscillano tra il reale e il distopico. 

Miart, le novità di quest’anno del salone dell’arte

Tra le anticipazioni raccontateci dagli addetti ai lavori, citiamo APALAZZOGALLERY con il tandem Francesco Vezzoli-Sonia Boyce, Galleria Continua con una personale di Alicja Kwade, e Galleria d’Arte Maggiore g.a.m. con Giosetta Fioroni e Bertozzi & Casoni in dinamica dialettica. Un’altra sinergia capitale è quella messa in scena da Tornabuoni con Lucio Fontana e Alighiero Boetti, le cui indagini pioneristiche mettono al centro le dimensioni di spazio e tempo. Un filo comune che emerge anche nella presentazione della berlinese ChertLüdde, dedicata alla storia e alla memoria e centrata sul neon dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda History is Happening Right Now Outside these Walls…, e dal racconto della storia secolare delle manifatture ceramiche di Albisola, costruita in fiera da Mazzoleni. 

A completare questa visione polifonica contribuisce il progetto speciale Movements, nato dalla collaborazione con lo St. Moritz Art Film Festival e curato da Stefano Rabolli Pansera. Per la prima volta, il linguaggio del video e dell’artist film viene esplorato a miart in modo strutturato attraverso una chiave musicale, dove ritmo e risonanza diventano dispositivi concettuali. Attraverso venti pellicole realizzate appositamente da artisti rappresentati dalle gallerie partecipanti, la musica non si limita ad accompagnare le immagini ma le genera, articolandosi in cinque movimenti tematici che spaziano dal paesaggio alla coreografia. Più di ogni altro anno, nel suo trentesimo anno, a ritmo di jazz miart promette di risuonare come una melodia eterogenea dove ogni visitatore può trovare una sua risonanza interiore.

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15 aprile 2026