di
Chiara Maffioletti

L’attrice – protagonista di «Scuola di Seduzione», nuova commedia di Carlo Verdone disponibile su Paramount+ – sarà al cinema dal 7 maggio con «Illusione» di Francesca Archibugi

Aveva vent’anni Vittoria Puccini quando ha iniziato a recitare. Un paio di anni dopo, era già diventata una delle attrici in assoluto più famose, al centro di un successo esploso interpretando l’eroina romantica Elisa di Rivombrosa. Un’ascesa violenta e improvvisa, ma che l’attrice ha saputo trasformare presto nella sua velocità di crociera, portando avanti una carriera fitta di ruoli, quasi tutti positivi. In «Scuola di seduzione», nuovo film di Verdone disponibile su Paramount +, interpreta una moglie trascurata, che non si sente più vista:  «È un ruolo che, nella sua semplicità, racconta quello che provano un sacco di donne: in tante ci svalutiamo un po’ in partenza. Ci diamo per sconfitte in partenza. Quello che mi diverte di questo personaggio è però la sua capacità di cambiare: attraverso l’aiuto di una improbabile coach passa dall’essere una donna insicura, che non si piace, a una persona che ritrova la fiducia in sé stessa. Per scoprire davvero chi siamo bisogna avere il coraggio di lasciarsi andare. E magari prendere direzioni diverse, più giuste per noi». 

Le è mai capitato di sentirsi come il suo personaggio? Insicura, non adeguata? 
«Molto spesso. Per fortuna con l’età arriva però anche la consapevolezza e si impara a volerci più bene. Nel mio caso però, il tipo di lavoro che faccio mi ha aiutato: questa esposizione continua in qualche modo ti obbliga a non chiuderti troppo in te stessa. Mi sono dovuta continuamente confrontare con l’esterno. Dopodiché, apprezzarsi è la base fondamentale anche per avere poi dei rapporti che siano sani e io ho un sistema di difesa che funziona molto bene: ho imparato presto a coltivare dei rapporti che mi facessero bene, a partire dalle amicizie. Nel momento in cui mi accorgo che qualcosa mi fa stare male, reagisco».



















































Come è stato il rapporto con Verdone?
«Non vedevo l’ora di lavorare con lui. È un uomo di grande generosità e mi sono lasciata molto guidare da lui, che è un grande direttore di donne: ha un tocco speciale, di grande cura e attenzione. Poi io impazzisco per le sue diagnosi: al nostro primo incontro sono uscita con la ricetta. E non ne sbaglia una, ha una conoscenza incredibile». 

Per lei la grande popolarità è arrivata prestissimo. Come era allora? «Sicuramente ero molto più timida rispetto ad oggi. Ma ho sempre avuto una forte determinazione nel mio lavoro. La popolarità, però, è stata qualcosa di assolutamente imprevisto, inaspettato e meraviglioso… ricordo esattamente l’emozione che ho provato quando il fenomeno di Elisa di Rivombrosa è esploso…». 

Come è stato?
«Ci trovavamo con tutti gli altri attori, ma anche con i tecnici, tutti, a casa della regista Cinzia Torrini per guardare assieme le puntate. La mia famiglia faceva lo stesso, a Firenze. Proprio radunando amici e parenti. Una volta mi sono presentata lì, da loro, senza che lo sapessero, e mi sono unita a loro. Quelle emozioni erano qualcosa di stupendo, che mi porterò sempre dietro… è stato qualcosa di enorme, di gigantesco, ma che ho vissuto veramente con grande gioia». 

In quegli anni c’era anche la favola nella favola: lei e Alessandro Preziosi vi eravate veramente innamorati e insieme avete avuto una figlia… 
«Sì, diciamo che era abbastanza totalizzante. Di contro mi sono ritrovata a dover affrontare tutta una serie di cose a cui non si è mai preparati, ma ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto solida che in questo mi ha mi ha aiutata tantissimo anche a mantenere i piedi per terra. Mia madre era bravissima in questo, nel farmi capire che comunque io ero sempre la ragazza di Firenze che tornava in famiglia tutti i weekend. Le mie radici mi sono servite per non allontanarmi da ciò che ero prima di Elisa di Rivombrosa». 

È stato facile costruire una carriera nel cinema dopo quel botto?
«All’epoca c’era una grande distinzione tra gli attori che facevano tv e quelli che facevano cinema. La mia fortuna è essere stata chiamata subito dopo quel periodo da autori importanti, come Pupi Avati. Io ho sempre un po’ alternato cinema e serie tv e se devo dire se Elisa mi ha più aiutato o più penalizzato, al 100% rispondo che mi ha più aiutato. Mi sono fatta conoscere e ho potuto confrontarmi con progetti diversi, generi diversi, anche perché è divertente cambiare».

Sarà per i lineamenti delicati, lo sguardo dolce, ma ha interpretato quasi sempre personaggi positivi, buoni… 
«Sì, assolutamente. Il cinema è immagine e quindi la tua immagine in qualche modo può ispirare più certi personaggi di altri. Ma fortunatamente sono riuscita proprio poco tempo fa a girare un ruolo da cattiva, in Incanto, un film che è uscito al cinema e poi su Paramount+, dove interpreto proprio la cattiva delle favole, cioè la cattiva al 100%, senza possibilità di redenzione e senza sconti». 

Come è stato?
 «Molto divertente, proprio perché finalmente mi sono confrontata con qualcosa che, appunto, non avevo mai sperimentato. Però se ripenso ai miei ruoli, soprattutto da un certo punto in poi della mia carriera, ho interpretato donne che non sono mai state solo una cosa. Come è poi nella vita. Avevano ombre o comunque delle fragilità con cui poter empatizzare. Elisa è stata l’eroina positiva per eccellenza… che poi, era giovane anche lei, magari adesso, a 40 anni, Elisa avrà fatto la sua evoluzione». 

In Follemente, però, interpreta proprio il sentimento del romanticismo… 
«Sì è vero. Lì sono Giulietta, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno… sì, forse mi assomiglia, anche se trovo delle assonanze anche con il personaggio interpretato da Claudia Pandolfi: mi reputo una persona razionale, penso molto, rifletto tanto sulle cose. Anche se poi, le cose migliori nella mia vita sono successe quando ho abbandonato il controllo. In generale, non mi sono mai chiusa le porte in faccia da sola e non mi sono mai preclusa niente». 

Dal 7 maggio sarà al cinema in Illusione, di Francesca Archibugi.
«Interpreto Susanna: anche lei è una moglie ma il suo matrimonio è in crisi. È sposata con il personaggio interpretato da Michele Riondino e scopre che le ha tenuto nascosto un segreto. È un film che spinge a chiederci quanto conosciamo davvero le persone che abbiamo al nostro fianco. È una donna che ha avuto due gemelli e che ha messo da parte il suo lavoro per prendersi cura di loro. Ma anche questo avrà una ripercussione». 

Sono difficoltà comuni… 
«Molto, ma ancora la nostra società fa fatica a riconoscerle. Chi sacrifica il lavoro sono sempre le donne. Il congedo parentario paritario ci aiuterebbe in questo, ma non succede. Io sono diventata mamma prestissimo ma avevo la possibilità economica di poter gestire tutto, ma io sono un’eccezione».

Nel cinema il gender gap è ancora un tema?
 «Il gender gap è un tema in tutte le professioni. La questione delle donne è un problema culturale. Per cambiare le cose ci vuole una volontà condivisa di donne e uomini, perché è una questione che riguarda tutti. Cerchiamo di aiutare le nuove generazioni a partire già col piede giusto: anche l’educazione affettiva nelle scuole sarebbe importantissima proprio per aiutare i bambini e le bambine ad avere una giusta visione di sé».

Le piacerebbe la regia?
«No, non ho il desiderio di fare una regia. Mi piace fare l’attrice, quindi penso che assolutamente continuerò a fare quello. Facendo un bilancio, ho esaudito tanti desideri, compreso interpretare una cattiva. Ora vorrei un ruolo un po’ fantastico, favolistico… chissà che si realizzi anche questo».

15 aprile 2026 ( modifica il 15 aprile 2026 | 21:37)