di
Greta Privitera, foto di Gabriele Micalizzi (Cesura)
Nei villaggi di pescatori dell’Oman che si affacciano sullo Stretto. L’Iran dista appena 30 chilometri, ma la guerra pare molto lontana da qui
DALLA NOSTRA INVIATA
KHASAB (OMAN) – La barca fende le onde che si abbattono contro la fiancata, mentre un vento rabbioso da nord increspa le acque di Hormuz. Il piccolo motoscafo vira intorno alla falesia a picco sul mare e, all’improvviso, si staglia all’orizzonte Kumzar, ultima frontiera dell’umanità sul lato omanita dello Stretto, a soli trenta chilometri dalle coste iraniane.
Le casupole verde acqua, azzurro cielo e bianche da secoli si aggrappano alla roccia, silenziose testimoni di quanto accade in questo tratto di Golfo Persico, crocevia di ambizioni d’imperi che da sempre lottano per il suo controllo. Non sembra vera, Kumzar. È come un presepe arabo atterrato per errore in prima fila su una delle arterie commerciali più strategiche del mondo, da cui transita una buona parte delle esportazioni globali di petrolio e che oggi si è trasformata nel nodo decisivo per porre fine alla guerra in Iran.
Attracchiamo il motoscafo sulla spiaggia minuscola che è l’unica porta d’ingresso di questo villaggio raggiungibile soltanto dal mare, e ci dà il benvenuto un vecchio signore col turbante che si ripara dai 40 gradi, all’ombra di una casa sbiadita. Le capre pascolano tra i sassi sulla riva, indifferenti al frastuono del nostro approdo. «Turist, turist», dice un ragazzino dal sorriso largo. Da cinquanta giorni non ne vedono molti di turisti, da queste parti.

Duecento case
Nel paesino di duecento case, una scuola, un ristorante e una moschea, le famiglie tirano avanti con la pesca e i viaggiatori francesi, italiani, tedeschi attratti dalla bellezza esotica di Kumzar. Ma dall’inizio del conflitto, e con il blocco di questo braccio di mare, tutto è cambiato. La via principale — che in realtà è un canale di scolo a cielo aperto — giace deserta e testimonia un mondo interrotto.
«La sentite la guerra?», chiediamo a tre uomini seduti davanti all’unico alimentari aperto, una stanzetta angusta stipata di provviste di ogni tipo, compresa qualche tavoletta di cioccolato italiano. Uno di loro si alza e se ne va. Un altro scuote la testa: «No war, no war», ripete in un inglese incerto. In effetti qui la guerra non c’è, resta lontana appena 30 chilometri, perché l’Oman è tra i Paesi del Golfo Persico meno sfiorati dal conflitto.
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
«Le sirene non hanno mai suonato da queste parti, siamo in pace», aggiunge l’uomo. Il ragazzino di prima ci fa da guida fino alla cima del canalone dissestato che divide il villaggio, e ci racconta di aver visto solo due missili passare in cielo: «Era Iftar, la fine del Ramadan, sembravano fuochi d’artificio». Eppure, proprio lì di fronte, c’è Bandar Abbas, il porto iraniano della provincia di Hormozgan dove sorgono le basi navali della Repubblica islamica, appena bombardate.
Quando il cielo è limpido, dalla spiaggia di Kumzar si distingue netta la sagoma dell’Iran. «Siamo vicini di casa», commenta un altro uomo. Sono così vicini che gli abitanti di questo villaggio non parlano arabo, ma il kumzari, un miscuglio di arabo, persiano e hindi, con venature di inglese e portoghese lasciate dai marinai europei che per secoli hanno navigato lo Stretto di Hormuz, fermandosi qui per rifornirsi d’acqua e riprendere fiato.

I dirimpettai
Sono così vicini che nell’ora scarsa di navigazione da Khasab — capitale della provincia di Musandam, e nostro punto di partenza per attraversare lo Stretto — verso Kumzar, incontriamo solo piccole imbarcazioni iraniane che sfrecciano veloci, cariche di merce comprata in Oman da portare in patria. «Prendono vestiti, cibo ed elettronica che, a causa delle sanzioni, non riescono ad avere nel loro Paese», ci spiegano. Da quando è scoppiata la guerra, seguita dal blocco navale diventato doppio dopo quello imposto da Donald Trump, i commercianti iraniani dal porto di Khasab caricano anche automobili da traghettare in Iran.
Nessuno nomina l’America, i pasdaran o la Repubblica islamica. Qui la guerra non arriva con i grandi discorsi della diplomazia e le minacce tonanti dei potenti. Nessuno a Kumzar si tormenta per gli ultimatum o per chi riuscirà alla fine ad aprire il loro Stretto, condiviso con gli ayatollah. Si fa lo slalom quotidiano tra i problemi che il conflitto ha scaricato sulle loro vite, proprio in questa terra, l’Oman, che da mediatore ha fatto l’impossibile per evitare che i nemici si lanciassero bombe.
Qui la guerra arriva sotto forma di effetti secondari: porta via i turisti, porta via il lavoro, e riempie di silenzi. Sono i bambini, come sempre, a colmare quei vuoti. Due donne, dall’uscio delle loro case, ci indicano di andare a salutare Leyla, che al massimo avrà sei anni. Le signore sono contente e ridono piano, coprendosi la bocca con un lembo del velo, mentre osservano la piccola che si mette in posa per una foto con noi, unici visitatori in questo villaggio bellissimo ma fantasma.
Leyla ci saluta con un «bye bye», dopo averci fatto provare i suoi braccialetti color oro. Altri bambini appena usciti da scuola si buttano in acqua e giocano con una scatola di plastica che fingono sia la loro barca. I pochi pescatori che sono usciti nonostante le onde alte stanno ora tornando a riva. Lasciamo Kumzar per fare ritorno a Khasab, soprannominata la «Norvegia d’Arabia» per i suoi fiordi spettacolari, e voltiamo le spalle al piccolo villaggio con il timore che sia stato solo un miraggio, pronto a svanire se osiamo girarci.
La flotta immobile
Né Donald Trump, né Benjamin Netanyahu, né i pasdaran conoscono Kumzar, né come la loro guerra s’insinui nelle vite di chi non la vuole. Per il viaggio di ritorno percorriamo un altro tratto dello Stretto, e sembra impossibile che questo luogo, simile a un paradiso, sia divenuto famoso non per la sua bellezza ma per il petrolio che non passa. Da queste coste si intravedono alcune delle mille navi bloccate ai lati dello Stretto di Hormuz, un’armata immobile fermata dal blocco, in attesa paziente di poter tornare a navigare.
15 aprile 2026 ( modifica il 15 aprile 2026 | 23:56)
© RIPRODUZIONE RISERVATA