La Turchia di Recep Tayyip Erdogan offre la sua sponda per una mediazione attiva capace di evitare la ripresa della Terza guerra del Golfo e sostenere gli sforzi del Pakistan alleato e partner strategico di Ankara che a Islamabad ha ospitato sabato 11 aprile i primi, importanti colloqui per stabilizzare l’Asia Sud-Occidentale. Il Paese anatolico da tempo aveva spinto per favorire una convergenza diplomatica dopo aver sostenuto la Repubblica Islamica, suo storico rivale, nel quadro delle proteste divampate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 per evitare un collasso sistemico dello Stato e aver cercato inutilmente di prevenire la deflagrazione bellica, e nelle ultime giornate ha collegato la necessità di porre fine una volta per tutte alle ostilità alla volontà di contenere dichiaratamente l’assertività di Israele.
Le prospettive di una rivalità sempre più calda
Su InsideOver lo sottolineiamo da tempo: la prospettiva di uno scontro turco-israeliano nei prossimi anni non appare più solo un’ipotesi di studio ma una questione geopolitica che deve invitare a riflettere profondamente sull’architettura di sicurezza del Medio Oriente. Sia che possa manifestarsi sotto forma di scontro diretto, ipotesi su cui soprattutto nello Stato Ebraico si inizia a parlare negli ambienti dei decisori strategici, o tramite lo sdoganamento della rivalità nei teatri di confronto comune (Cipro, Siria e Somalia sono altrettanti punti caldi) la sfida appare potenzialmente dirompente.
Secondo il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan Israele “potrebbe cercare di designare la Turchia come nuovo avversario dopo l’Iran”, e l’ex capo del Mit, l’intelligence turca, divenuto architetto della politica estera di Ankara tra Siria e Levante e soprattutto regista delle nuove dinamiche di Damasco dopo la defenestrazione del regime di Bashar al-Assad Tel Aviv “non può sopravvivere senza un nemico”. Fidan ha parlato all’agenzia Anadolu mentre si discute del ruolo di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar per sostenere la diplomazia pakistana protagonista della mediazione tra Usa e Iran, collegando la necessità della pace e la stabilità regionale al desiderio di contenere le mire egemoniche israeliane.
Gli scenari del potenziale scontro turco-israeliano
L’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University ha ben ricostruito le motivazioni turche dietro il sostegno alla stabilità dell’Iran:
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Condividendo un lungo confine con la Repubblica Islamica, Ankara considera qualsiasi sconvolgimento significativo a Teheran come una potenziale minaccia multidimensionale. Queste minacce spaziano dalle ondate migratorie e dalle perturbazioni nei mercati energetici e commerciali, fino alla preoccupazione principale di un vuoto di potere che potrebbe rafforzare gli attori separatisti curdi (il PKK e le sue affiliate) lungo il confine condiviso.
Erdogan sta usando ogni arma politica e retorica per schierare la Turchia in alterità a Israele, ivi compresa l’enfasi retorica sulle stragi di Gaza e la volontà di farsi portabandiera del mondo musulmano contro Tel Aviv, ha definito “senza senso” la guerra condotta dall’alleato americano e da Tel Aviv contro Teheran e tramite Fidan ha proposto un quadro di sicurezza regionale ben definito per attivare meccanismi di cooperazione comuni con i partner, arabi e non, del Levante. Il diplomatico turco più alto in grado mantiene inoltre un rapporto saldo con il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e ha condannato gli omicidi mirati israeliani che hanno coinvolto la Guida Suprema Ali Khamenei e il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ali Larijani durante la Terza guerra del Golfo.
La mediazione della Turchia per sfidare israele
L’analista Burak Can Çelik ha scritto per lo Stimson Center che in tal senso Ankara potrebbe giocare un ruolo fattivo nella mediazione in un contesto in cui è “probabile che la diplomazia si consolidi attorno a uno scambio di proposte e controproposte incentrato sui limiti nucleari, sui limiti missilistici e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz”, in un contesto in cui il suo ruolo di membro della Nato può garantirle una voce in capitolo sulla futura deterrenza e sicurezza regionale, la crescente partnership con l’Iran può contribuire alla de-escalation regionale e sostenere la mal celata volontà Usa di porre fine a un conflitto disastroso può consolidare un ruolo di Paese-ponte e hub securitario regionale. Per la Turchia è vitale poter costruire un’Asia Sud-Occidentale solida e in cui nessun attore destabilizzante possa giocare un ruolo di guastatore dell’ordine costituito. Il revisionismo geopolitico israeliano, in tal senso, preoccupa Ankara oggi come ieri lo faceva l’avventurismo strategico della “Mezzaluna sciita” iraniana. Per Ankara Israele è un avversario potenziale da valutare e analizzare approfonditamente. E l’Iran l’antemurale che con la sua stabilità può anche ritardare lo scontro potenzialmente più critico per l’area mediorientale e la sicurezza internazionale che sempre più decisori a Ankara e Tel Aviv iniziano a ritenere inevitabile se la rotta di collisione accelererà.
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