“A volte i sintomi delle trombosi vengono sottovalutati o confusi con quelli di altre patologie, invece è fondamentale formulare la diagnosi precoce per prevenire il rischio che si verifichino complicanze come l’embolia polmonare”. Così la professoressa Anna Falanga, direttore scientifico di Fondazione ARTET, evidenzia l’importanza di riconoscere rapidamente se si è in presenza di una situazione di tromboembolismo venoso.
Questa espressione indica una grave patologia cardiovascolare causata dalla formazione di coaguli di sangue (trombi) nelle vene, solitamente profonde, che possono staccarsi e viaggiare fino ai polmoni determinando condizioni gravi anche fatali. I pazienti oncologici hanno un rischio di trombosi venosa superiore rispetto alla popolazione generale, rappresentando la seconda causa di morte dopo il tumore stesso.
In questo settore la ricerca scientifica sta compiendo importanti passi avanti e per illustrarne le novità Fondazione ARTET ogni due anni promuove un appuntamento internazionale a Bergamo, chiamato “International Conference on Thrombosis and hemostasis issues in cancer” (ICTHIC), conferenza internazionale sulla trombosi e dell’emostasi nel cancro. L’iniziativa, giunta alla 13esima edizione, si terrà da venerdì 17 a domenica 19 aprile al Centro Congressi Giovanni XXIII.
Abbiamo intervistato la professoressa Falanga per saperne di più.
Perché è importante questo appuntamento?
Innanzitutto è motivo di grande orgoglio per noi che lo abbiamo iniziato quasi in sordina per portare all’attenzione il tema della cura dei pazienti oncologici che hanno trombosi. È stato un successo: l’iniziativa ha avuto echi in tutto il mondo e l’abbiamo riproposta con cadenza biennale a Bergamo. Ogni volta intervengono esperti da numerosi Paesi dando vita a interessanti scambi sulle novità della ricerca in questo settore. È un appuntamento importante perché costituisce uno stimolo a continuare nel nostro lavoro ma anche perché si è creato un network internazionale che permette di realizzare collaborazioni utili anche per i giovani ricercatori che volessero fare esperienze negli istituti dove lavorano i relatori. Essendo a contatto con loro veniamo a sapere se ci sono finanziamenti, opportunità e progetti a cui possono prendere parte, quindi è un valore aggiunto per tutti. Lavorare nel campo della ricerca, infatti, a mio parere significa capire che si possono sempre raggiungere risultati migliori per la cura delle varie patologie dei pazienti.
E come sta la ricerca oggi in Italia?
Ha compiuto tanti importanti passi avanti. Il panorama dei farmaci su cui si può contare si è ampliato notevolmente e il lavoro del medico è diventato più complesso perché deve scegliere terapie mirate e personalizzate all’interno di un quadro maggiormente variegato di opzioni terapeutiche. Fra gli obiettivi più importanti a cui sta guardando la ricerca c’è la messa a punto dell’anticoagulante ideale: sono in corso diversi progetti per raggiungere questo traguardo ma non si è ancora riusciti.
Di che farmaco si tratta?
È un farmaco anticoagulante che combatte le trombosi e ne previene la recidiva senza comportare il rischio emorragico, che costituisce l’effetto collaterale principale di tali terapie. Sono in corso sperimentazioni su nuovi farmaci che abbiano queste caratteristiche: ci stiamo avvicinando al traguardo e i risultati degli studi verranno presentati alla conferenza.
Per concludere, quanti casi di trombosi si verificano in Bergamasca?
Al 31 dicembre 2023 nella provincia di Bergamo i pazienti in terapia anticoagulante erano circa 21mila, pari a circa il 2% della popolazione. Di questi, 3.400 erano affetti da tromboembolismo venoso. Queste stime, oggi, risultano in aumento: le diagnosi sono sicuramente migliorate nel corso del tempo, ma talvolta i sintomi vengono confusi con quelli di altre patologie o sottovalutati. Per esempio, nel caso di un paziente oncologico il fiato corto può far pensare che abbia una polmonite, invece potrebbe trattarsi di una trombosi. Rimane ancora molto da fare per quanto riguarda le trombosi degli arti: è importante parlarne di più perché spesso non vengono riconosciute.
E come ci si può accorgere di avere una trombosi?
Per citare un esempio, un paziente che è stato esposto a una situazione di immobilità piuttosto prolungata può sospettare di avere una trombosi degli arti se comincia ad avvertire un dolore alla gamba accompagnato da gonfiore e a volte da rossore. Possono incidere anche tratti genetici che predispongono alla trombosi, perché se ci sono parenti di primo e secondo grado che l’hanno avuta è più probabile che avvenga. Non bisogna sottovalutare certi sintomi e in presenza di dubbi ci si deve rivolgere al medico affinché possa formulare precocemente la diagnosi. Col passare del tempo, infatti, si estende verso l’alto e il trombo può frammentarsi e causare gravi complicanze come l’embolia polmonare. Infine, colgo l’occasione per aggiungere una considerazione.
Tra le fasce di popolazione che hanno maggiori rischi di trombosi ci sono le donne durante la gravidanza e nelle sei settimane successive al parto, nel cosiddetto puerperio, il periodo durante il quale il corpo femminile ritorna gradualmente allo stato pre-gravidico. In queste fasi, quindi, occorre prestare particolare attenzione per evitare che possa accadere il peggio.