Quando mi chiedono di definire il manga Oshi no Ko, io normalmente rispondo: “Oshi no Ko è un isekai”. E so perfettamente che “isekai” è letteralmente la trascrizione di “altro mondo” in giapponese e, quindi, non si dovrebbe applicare a un’opera ambientata nel Giappone contemporaneo. Eppure, i protagonisti di Oshi no Ko muoiono con dei rimpianti, si reincarnano conservando i loro ricordi, vengono dotati di talenti che sembravano pura fantasia nella vita precedente e, grazie a tutto questo, iniziano un’inarrestabile ascesa allo scopo di realizzare il lascito della dèa sotto la cui egida sono rinati. Ditemi se non è un isekai questo.

Se invece mi chiedeste di definire l’anime di Oshi no Ko, concluso con la terza stagione uscita di recente, vi direi: “L’anime di Oshi no Ko è la trasposizione più fedele del manga e, per questo, una brutale menzogna”, e rientra tra gli esemplari più interessanti di animazione giapponese che io abbia visto di recente, psicologicamente provante al pari di classici come Steins;Gate e il capolavoro Perfect Blue (prima che qualcuno cominci a sbroccare, non sto sostenendo che sia allo stesso livello, ma ci sono di mezzo le stesse sensazioni) grazie all’insospettabile sinergia tra una disegnatrice/sceneggiatrice abituata a mettere a disagio con storie di adolescenti non esattamente “quadratissimi” (l’opera precedente più nota di Mengo Yokoari era Scum’s Wish, “Il desiderio della feccia”, già dal titolo… ) con uno sceneggiatore/disegnatore, Aka Akasaka, che aveva brillato per una commedia puccettosissima quale Kaguya-sama: Love is War.

Un’altra giovinezza

La trama di Oshi no Ko vede come protagonista Goro Amamiya, ostetrico-ginecologo di un ospedale nelle montagne di Yamazaki, fan perso della idol emergente Ai Hoshino un po’ per passione propria, un po’ per onorare la memoria della giovanissima e sfegatata sostenitrice Sarina Tendooji, con la quale aveva fatto amicizia durante i noiosi turni ospedalieri, morta prematuramente in quasi totale solitudine per una malattia degenerativa congenita. Dal momento che in un ospedale di provincia in mezzo ai boschi mai potrebbe capitare di essere visitati da celebrità, ovviamente Goro si vede comparire davanti la sua “Oshi” (tradotto grossolanamente: “favorita”/”preferita”), sotto il massimo riserbo e in attesa di due gemelli. Fortunatamente, Goro è sì un fan ossessivo ma almeno non tossico, e c’è da dire che Ai è, come si dice anche ironicamente, “una vera opera d’arte”: luminosa quanto bugiarda, espansiva ed egoista, a tratti persino volgare, eppure tremendamente affascinante. L’intesa tra medico e paziente è subito perfetta e il giorno del parto… Goro finisce ammazzato male da uno stalker della ragazza.


Goro Amamiya e Sarina Tendooji.

Un po’ l’inizio standard delle commedie ambientate nel mondo dello spettacolo. Comunque, il nostro dottore manco ha il tempo di vedere i nonni che lo chiamano dall’altra parte di un fiume di luce che si ritrova ad aprire gli occhi e fissare da una prospettiva inedita Ai Hoshino, da ora in poi madre sua e della sorella gemella. Aquamarine (Aqua) e Ruby Hoshino vengono al mondo figli di una idol rampante e benedetti dal suo stesso carisma, anche se sarebbe più corretto dire “ritornano al mondo figli della idol rampante che adoravano”, in quanto anche Ruby si scopre praticamente subito essere proprio la reincarnazione di Sarina.

ApprofondisciOshi no Ko - Il trailer della terza stagioneOshi no Ko – Il trailer della terza stagione

La vita prosegue normalmente come può proseguire quella di una famiglia guidata da una sventata madre single che vuole riuscire in una carriera piuttosto anomala ed è, grazie al cielo, guidata e sostenuta da una piccola agenzia a conduzione familiare che la tratta quasi più come una figlia incosciente che non come pura merce. Anche loro, un po’ come Goro, sono avvinti dal fascino della giovane e dal suo talento naturale per quella grande menzogna che si chiama “intrattenimento”. Piano piano, complici anche i due gemelli prodigio, i lavori cominciano a crescere per numero e rilevanza, nel giro di pochi anni Ai si presenta alle soglie dello stardom con tutto il suo vorace entusiasmo… per poi morire pure lei pugnalata da uno stalker.


Ecchecavolo!

Chiaramente quanto sopra è parte di uno spoiler accettabile in quanto parliamo di eventi racchiusi nel primo volume del manga e del film-pilota inviato al cinema con grandissima fanfara per anticipare la serie; sostanzialmente, il succoso prologo dell’opera che ha come protagonisti Aqua/Goro e Ruby/Sarina, adolescenti prodigio benedetti tanto dalle conoscenze e attitudini maturate in una vita precedente, quanto dai geni di una ragazza nata per brillare. Benedetti, ma anche menomati dal ricordo di tre morti decisamente non pacifiche.

Luci e ombre dello showbiz

Come premesso, i due gemelli saranno effettivamente i nostri avatar in un mondo fantastico, quello dello showbiz giapponese contemporaneo, in cui le dinamiche commerciali sono condizionate da internet, dalla fruizione dei contenuti via smartphone e da una moltiplicazione parossistica dell’offerta che rende persino le produzioni televisive un regno dei costi tagliati e dello sfruttamento cinico. Il lavoro di Aka Akasaka rappresenta una sorta di inchiesta “dal di dentro”, ed era dai tempi del già citato Perfect Blue che non si faceva intuire quanto frustrante lavoro tocchi ai talenti “marginali” e alle piccole agenzie che li rappresentano per farsi notare: essere sempre pronti alla chiamata, sempre in anticamera, sempre attenti ad accedere all’occhio di una telecamera vera o immaginaria con l’impossibilità di possedere una vita privata, o anche solo di esprimersi sinceramente.

Rispetto al film di Satoshi Kon, Oshi no Ko si porta dentro anche il fattore “2020”: i content creator che fanno le ore piccole per fidelizzare quei dieci utenti in più e salire nella classifica dei raccomandati dalle piattaforme, le scuole specialistiche, i reality e il terrore che un errore umano non ti faccia solo uscire dagli interessi dei produttori, ma legittimi anche migliaia di iene da tastiera a sbranarti. Per narrare questo mondo sfavillante e oscuro al medesimo tempo, lo studio d’animazione Doga Kobo ha buttato in campo valori produttivi tutt’altro che risibili decidendo, come anticipato, di esordire al cinema ed aprire con una sigla cantata dal duo “di alta classifica” Yoasobi.

Dopodiché i doppiatori, la cura del disegno e una regia che, furbescamente, alterna momenti di “scarico” (quasi sempre siparietti comici con cui ridurre i frame al secondo) ad altri in cui si prende dei grossi rischi sia attraverso sequenze emotive, sia con scommesse visuali azzardate (alcune puntate sembrano inquadrate dalla platea di un teatro), rappresentano investimenti apparentemente più adatti a studi come Trigger, Shaft, Science Saru, che non ai produttori di The Shunji Family Children o Danberu Nan-Kiro Moteru? (if you know, you know…).

C’è in tutte e tre le stagioni della serie, una tensione a creare un prodotto che voglia rendere giustizia al manga, sì, ma anche superarlo senza tradirlo. Particolarmente eloquente, in questo senso, la decisione di aprire ogni puntata con sigle in cui compare la defunta Ai, quasi a ribadire la presenza del personaggio emancipandolo dal mero ricordo tragico; la ragazza è onnipresente come una maledizione, intesa nel senso che gli horror giapponesi ci hanno illustrato: né cattiva, né buona. Esiste.

Tutte e tre le stagioni di Oshi no Ko sono disponibili su Crunchyroll, mentre le prime due anche su Netflix e Prime Video.

Essendo il mio media di elezione i fumetti, una qualsiasi opera “tratta da” che scelga di tradire completamente l’originale o voglia trasporlo fedelmente, deve anche puntare a superarlo. Oshi no Ko, a mio parere, ci riesce: investendo in doppiatori in stato di grazia, in animatori fedeli al tratto originale eppure convinti delle loro possibilità e in registi disposti a prendersi dei rischi anche a costo di annoiare (è successo), racconta ancora meglio del manga la vera storia di una menzogna che si è fatta carne.