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Cambiare tutto per non cambiare niente. È la formula gattopardiana che ha funzionato bene nel caso dei “Cesaroni 7”. In positivo, s’intende. Durante la conferenza stampa di presentazione della nuova stagione, la scorsa settimana, Claudio Amendola aveva detto: “Mi vanto di essere tra le tre persone che meglio conoscono i Cesaroni. E cercherò di mantenere lo spirito che li ha sempre contraddistinti”. Missione compiuta per l’attore, che per la prima volta ha debuttato anche come regista della serie: la commozione sincera che si respirava a Garbatella, storico quartiere della famiglia Cesaroni, in occasione del lancio, si è compiutamente tradotta dall’autenticità delle parole alla concretezza dei fatti. I “Cesaroni 7”, da anni agognati dal pubblico, sono un revival che funziona: l’anima è rimasta intatta. E ce ne vuole, se si pensa che sono passati ben dodici anni dall’ultima stagione, che la società è cambiata e il pubblico pure.
“Questa scena doveva essere di Antonello, ne siamo certi”, scrivono alcuni telespettatori su Instagram, sotto a un video. Lo scrivono a proposito della scena in cui Giulio (Claudio Amendola) s’infuria, perché scopre che le quote della bottiglieria di famiglia – ormai in crisi – sono state vendute: come sappiamo, infatti, Antonello Fassari, storico Cesare Cesaroni, la cui veemenza era adorata dal pubblico, è purtroppo scomparso a un passo dall’inizio delle riprese, a copione già scritto. Ed è emblematico che il pubblico lo riconosca ancora tra le pieghe di sceneggiatura: è la conferma suggestiva che c’è coerenza col passato. Una coerenza stilistica tra questi Cesaroni e quelli di vent’anni fa, insomma.
Certo, inevitabilmente alcuni intrecci narrativi hanno finito per perdersi: alcuni personaggi sono spariti, certi filoni pure, a vantaggio di altri temi attualissimi entrati in sceneggiatura (il rapporto con la tecnologia, ad esempio, oppure la crisi economica e la salute mentale). Ma conta poco, o comunque meno: nella casa di Garbatella – dove i più nostalgici avranno riconosciuto persino l’arredamento – è tornata integra la tradizionale bonarietà di sentimenti della famiglia allargata più famosa della tv, di quel “metodo Cesaroni” per cui, in un modo o nell’altro, una quadra si trova sempre; di quell’atmosfera rassicurante e movimentata da toni dramedy solo quando possono atterrare sulla commedia.
Promosso anche il cast
Promosso anche il cast. Al di là dell’usato sicuro (Amendola, Branciamore, Fremont e gli altri), credibili anche gli innesti dei nuovi attori. In conferenza, la giornalista della Stampa Francesca D’Angelo aveva sottolineato come le scelte di casting avessero saputo “guardare al di là di quelle logiche da circoletto che ultimamente tengono banco nei salotti buoni della tv”. E infatti gli ingressi sono evidentemente plasmati con l’unico criterio di risultare a immagine e somiglianza dei Cesaroni stessi (sempre per la competenza di Amendola in materia, s’immagina). Lo è Marta Filippi, nata professionalmente sui social e ottima nel suo debutto generalista: chi meglio di lei, in fondo, cresciuta davvero a Garbatella? Chi meglio dei romanissimi Lucia Ocone e Ricky Memphis sta bene in bottiglieria? Vivace al punto giusto anche Pietro Serpi, che interpreta Adriano, versione 2.0 di Mimmo sempre col telefono in mano.
L’unica nota “cringe”? Gli adolescenti
L’anima dei Cesaroni è insomma salva. Intatta, intima e verace. Pur avendo cominciato a tessere una nuova trama rinunciando a certi fili col passato (ma magari certe incoerenze verranno spiegate prossimamente…). Non una fiction come le altre, non interscambiabile: sono, ancora, i Cesaroni. E, del resto, anche gli sceneggiatori sono gli stessi. È tornato il calore narrativo degli archetipi familiari forti: Claudio Amendola il saggio decisionale, Matteo Branciamore sempre troppo buono e sognatore, Walter l’eterno adolescente, Elda Alvigini e la sua iconica tempra. L’unica nota clamorosamente cringe? Il racconto degli adolescenti (le battute in inglese di Marta, figlia di Marco, sono come unghie sulla lavagna, ndr), ma del resto sono quindici anni almeno che abbiamo smesso di saper raccontare gli adolescenti in tv senza risultare imbarazzanti: da quando, probabilmente, hanno iniziato a raccontarsi da soli su Instagram. Tra le note stonate, anche Mimmo: interpreta un insegnante di sostegno quasi 30enne, ma sembra praticamente coetaneo del 15enne che deve assistere.
I Cesaroni, parla la sceneggiatrice: “Parleremo di neurodivergenza, mio figlio è nello spettro autistico. Puntiamo anche ai giovani”Adesso viene il difficile
I dati di ascolto confermano il successo: 3.486.000 spettatori, con uno share del 22,6%. Almeno per il momento, cioè per la prima puntata, che in molti abbiamo visto sull’onda dell’emotività. Ora però bisognerà capire se l’operazione nostalgia lascerà spazio a sviluppi di trama intriganti. Ieri, infatti, ci siamo messi tutti davanti alla tv in modo “obbligato”, con lo stesso spirito di quando si va a una cena di classe insomma: vent’anni fa i Cesaroni erano un rito collettivo, dunque era quasi d’obbligo sapere come fossero cresciuti i protagonisti, quali strade avessero preso, tra lavoro e vita privata. E speriamo che tornino a esserlo anche oggi. Come dicevamo qui, del “metodo Cesaroni” c’è tutt’oggi un gran bisogno, visto che siamo a un passo dal lockdown energetico: “Che amarezza…”.