Nel 2008 Shepard Fairey divenne famoso con l’immagine di Hope: il volto di Barack Obama, che fissando un punto indefinito sembrava annunciare tempi di magnifiche sorti e progressive. Quelle elezioni hanno portato il candidato Dem alla Casa Bianca, ma la speranza non è durata molto. E lo ammette lo stesso autore: “La cosa positiva di quella campagna era che credevo davvero in lui come essere umano. Nessuno è perfetto, ma speravo potesse cambiare la cultura politica degli Stati Uniti”.

Fairey ha appena terminato una mostra a Los Angeles, Modular Frequency. Attualmente è impegnato nella progettazione di un murales a Roma e in Power to the People, un’esposizione a Napoli presso le Gallerie d’Italia che inaugurerà il 5 maggio. Ma il famoso street artist americano e fondatore della piattaforma creativa Obey si è lanciato anche in una prima partnership con il mondo del design. Per Poltrona Frau infatti ha realizzato Archibald Delicate Balance Limited Edition, 200 pezzi numerati che reinterpretano uno degli arredi più emblematici del marchio di Tolentino, esplorando temi universali come i cicli della vita, la fragilità del mondo naturale, l’interconnessione tra le specie, la necessità di proteggere ciò che ci protegge. “Non faccio spesso collaborazioni a meno che non siano davvero speciali e siano coerenti con la mia opera”, dice.

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Rise Above Flower Study. Artwork courtesy of artist Shepard Fairey.

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Make Art Not War, Version 1: già diventata la Marianna in un murales realizzato a Parigi, la figura ha ispirato anche il volto della Madre Natura sullo schienale della Archibald di Poltrona Frau. Artwork courtesy of artist Shepard Fairey.

Sullo schienale della poltrona c’è l’immagine di una donna: in un periodo storico caratterizzato da polarizzazioni, conflitti, energie maschili violente e predatorie, la forza femminile – nella sua valenza di cura e nutrimento – è un segnale di speranza.

“È esattamente il messaggio che vorrei arrivasse. Certo, non tutti gli uomini sono aggressivi e non tutte le donne sono pacifiche, ma abbiamo bisogno di più energia femminile in posizioni di leadership e nel modo di interagire in generale. Quella donna viene da un’opera di molti anni fa, Make Art Not War, ed è ricorrente nei miei lavori. L’ho usata anche in un progetto ambientalista diventato poster per l’anniversario dell’accordo climatico Cop 21. Umanità ed empatia si supportano a vicenda, e questa figura le rappresenta in modo accurato”.

Lei proviene dalla street art, dall’attivismo, dalla ribellione, dalla critica sociale. Questa collaborazione con Poltrona Frau potrebbe sembrare una scelta insolita.

“Penso che molta gente sia confusa e ritenga che le cose debbano essere o bianche o nere: o di strada o mainstream. In realtà, per quanto si possa essere outsider, non si può evitare di interagire con il capitalismo e la cultura di massa. L’ho accettato 30 anni fa. Bisogna trovare ogni modo possibile per raggiungere un pubblico e trasmettere ciò in cui si crede. Ho sempre abbracciato la strategia “inside-outside”: non è binaria. Non è “o realizzo stampe economiche e cose gratuite sui muri, oppure cambio squadra e mi occupo solo di roba costosa”. Io faccio di tutto. Trovo ipocrita l’idea che l’arte sia separata dal capitalismo o dai beni di lusso. Un’opera è costosa, è un bene di lusso: è un fatto”.

Sul suo account Instagram lei definisce l’arte “problem solver”. È davvero così ottimista?

“Quello che so è che l’arte è un motore di cultura, e il cambiamento che innesca risolve problemi. Negli Usa siamo regrediti molto, ma se guardo a come creativi, scrittori e registi hanno affrontato temi come il matrimonio gay o l’uguaglianza razziale, mi rendo conto che hanno permesso progressi importanti. Non che questi passi in avanti non possano essere annullati da un dittatore fascista, ma la conoscenza ha la forza di reagire. Ha un ruolo enorme. C’è una citazione – credo di Thomas Wolfe – che dice: l’arte elevata a un insieme di principi diventa cultura. Io proietto i miei valori tutti i giorni attraverso le opere. Non dico che il mondo cambierà dall’oggi al domani, ma penso che la creatività giochi un ruolo fondamentale”.

Shepard Fairey

un ritratto di Shepard Fairey. foto Jeffrey Rovner

Shepard Fairey

L’opera Peace Fingers (Geometric) Version 1. Artwork courtesy of artist Shepard Fairey

Per la mostra a Los Angeles ha usato il termine “frequenza”. Scrive che i suoi lavori aspirano a trovarne una che stimoli l’osservatore a sintonizzarsi. In una realtà dominata dal rumore, quanto è difficile produrre un’opera che sia avvincente?

“È più difficile che mai, perché ci confrontiamo con media diversi e perché è estremamente facile generare immagini, soprattutto con l’intelligenza artificiale. Vorrei conoscere la formula esatta, ma vado a sensazione. Quando creo qualcosa che mi colpisce, sento una sorta di ritmo, un focus che attira lo spettatore, testi, pattern, simboli che si possono digerire poco a poco senza essere travolti. C’è bellezza in questo. Sono un grande fan della musica, ed è uno dei motivi per cui mi piace la parola frequenza. La intendo in senso ampio: una canzone può avere una melodia catchy, ma poi ci sono i testi e altri ingredienti che generano la sensazione complessiva. Penso a molti miei pezzi come a canzoni fatte di parti diverse”.

Teme l’impatto dell’Ai sul suo lavoro?

“Ho più timore di quello che fa nel rilevare i nostri dati e di come si infiltra nella psiche, perché penso che molta gente non sia consapevole delle proprie vulnerabilità. L’Ai toglie il lavoro a molti, ma nell’arte può solo rimescolare ciò che è stato già creato, non può certo inventare the next thing. La trovo affascinante: può produrre velocemente tante interazioni, ma anche per quello devi essere un ottimo curatore, avere gusto e visione. L’ho usata io stesso per generare un database di immagini da cui creo le illustrazioni. In fondo non è diverso da quello che faccio quando scatto o lavoro con fotografi o cerco immagini senza copyright nel pubblico dominio”.

Tornando all’attivismo, parte fondamentale del suo lavoro: oggi il mondo è in fiamme. Quali battaglie le sembrano più urgenti?

“Beh, salvare la democrazia negli Usa è importantissimo, ma anche il cambiamento climatico fa parte del mio lavoro da almeno 15 anni. Rimango sbalordito dal fatto che tante persone non riconoscano la necessità di mantenere il pianeta abitabile e il clima stabile. È un atteggiamento miope ed egoista. Un altro tema su cui mi sto concentrando è rimuovere l’influenza corporativa dalla politica: voglio che la democrazia funzioni per il cittadino medio, non per le corporation o i super-ricchi. E poi naturalmente la pace. Se guardo all’Iran o a quello che ha fatto Trump in Venezuela, Putin in Ucraina o Israele a Gaza, la mancanza di rispetto per la vita umana e i governi di altri Paesi è sbalorditiva. Non sono un fan di Maduro o di Hamas, ma usare la scusa di combattere i “cattivi” per fare ciò che si vuole ignorando il diritto internazionale, la diplomazia, è estremamente pericoloso. Non ho il potere di fermare il caos, ma creo arte che parla di pace, armonia, diritti umani”.

Da Obama a Trump, gli Usa sono cambiati moltissimo negli ultimi 20 anni. Se dovesse fare un poster oggi, che cosa scriverebbe al posto di Hope?

“Metterei la faccia di Trump e sotto la parola Tyrant!. Sì, è il termine migliore. Tuttavia, anche se voglio che i “cattivi” siano ritenuti responsabili per come vanno le cose negli Stati Uniti, cerco sempre valori comuni che possano unire, invece di attaccare solo l’altra parte. In generale penso che la paura peggiori le cose e l’empatia le migliori”.

Natural Spring Bird, Version 2. Artwork courtesy of artist Shepard Fairey.

Natural Spring Bird, Version 2. Artwork courtesy of artist Shepard Fairey.