Il copione della guerra in Iran per adesso sta continuando com’era cominciato: il fronte esterno è più favorevole a Trump di quello interno. Sul terreno strettamente militare, ma anche su quello geoeconomico, gli ultimi sviluppi sono abbastanza favorevoli.
Il contro-blocco di Hormuz, cioè l’embargo Usa sulle navi iraniane, per quanto parziale può spingere il regime di Teheran a maggiori concessioni al tavolo del negoziato in Pakistan. I record storici delle Borse Usa, così come il buon andamento del mercato di Tokyo, e la crescita del Pil cinese al 5%, sono tutti dati che convergono a smentire le narrazioni più apocalittiche. Una schiarita sembra arrivare perfino dal Libano con l’annuncio di una tregua di dieci giorni.
Diverso è il fronte interno, quello dove Trump arranca contro un’opinione pubblica sfavorevole. L’avvio della procedura di impeachment da parte dei democratici contro il segretario alla Guerra Pete Hegseth rimarrà un gesto simbolico, fine a sé stesso. Mancano i numeri parlamentari perché l’impeachment si realizzi.
D’altronde i capi d’imputazione contro Hegseth a rigore andrebbero rivolti al Commander-in-Chief cioè il presidente stesso: se questa guerra è illegale, se nel farla sono stati commessi dei reati, la responsabilità ultima è di Trump. Questo rinvia all’importanza delle elezioni di mid-term del 3 novembre: in quel voto legislativo, se i democratici dovessero conquistare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, tra i loro ranghi affiorerà di nuovo il «partito dell’impeachment» contro il presidente.
Sulle dinamiche elettorali da qui a novembre Trump si sta rivelando il peggior nemico di sé stesso. Come non bastasse questa guerra, impopolare fin dall’inizio perché lui non l’ha mai spiegata a dovere, l’apertura di una «questione cattolica» dentro la base della destra è un problema serio.
Ricordo che i cattolici statunitensi da anni si erano spostati a destra, spesso in aperto dissenso con le posizioni del Vaticano durante il pontificato di papa Francesco. Il cattolicesimo americano era diventato uno dei bacini elettorali decisivi per riportare Trump alla Casa Bianca con l’elezione del novembre 2024.
Le ragioni sono molteplici. L’elettorato cattolico ha reagito agli eccessi della cultura «woke» nella sinistra democratica; ha visto minacciati i valori tradizionali, il ruolo della famiglia, dalle campagne più radicali per l’agenda Lgbtq+; non ha condiviso il permissivismo sul crimine o sull’immigrazione clandestina durante la presidenza Biden; né il terzomondismo antiamericano del pontificato Bergoglio.
Lo spostamento a destra dei cattolici si era sovrapposto a quello di comunità etniche: italo-americani, irlandesi, polacchi, latinos. Non era passato inosservato l’intervento di Trump in favore dei cristiani perseguitati in Nigeria dal terrorismo jihadista.
Tutto questo patrimonio di consensi è stato messo a repentaglio in pochi giorni dagli attacchi contro il primo papa di origine statunitense, un pontefice comprensibilmente molto popolare tra i suoi concittadini, del quale i cattolici americani sono orgogliosi, e che è ben diverso dal suo predecessore.
Sullo scontro fra Trump e papa Leone, vi propongo qui un’analisi illuminante. L’autore è Ross Douthat, opinionista del New York Times con alcune credenziali specifiche: è un intellettuale conservatore molto autorevole, non trumpiano (semmai anti-trumpiano, ancorché aperto a riconoscere meriti occasionali a questo presidente), e lui stesso cattolico.
Douthat è in una posizione privilegiata per darci un punto di vista autorevole che viene proprio da quella minoranza cattolica americana dove Trump in passato raccolse molti voti e nella quale ha reclutato il proprio vicepresidente JD Vance e il proprio segretario di Stato Marco Rubio.
«Analizziamo – scrive Douthat – l’ultimo scontro tra Chiesa e impero, il conflitto aperto tra il presidente Donald Trump e papa Leone XIV, attraverso tre cerchi concentrici, che ci portano dalle realtà generali della politica cattolica fino alle specificità più scottanti di questo caso. A livello generale, non c’è nulla in un conflitto tra un’autorità secolare e il pontefice romano che dovrebbe sconvolgere i cattolici. Nulla nella dottrina cattolica afferma che i papi sono immuni da errori quando parlano di politica, e la storia offre abbondanti prove del fatto che possono commettere sbagli anche gravi. Di conseguenza, quando i papi si occupano di politica, non è blasfemo che i politici dissentano da loro, e questi contrasti non sono nuovi. Sono vicende molto tradizionali, durano dal Medioevo.
Nell’attuale zona di controversia — quella che oppone il papa, il Vaticano o cardinali di primo piano al nazionalismo di destra — i conservatori hanno spesso lamentele ragionevoli. La dottrina sociale cattolica sfida sia la destra sia la sinistra, ma è un equilibrio difficile, e i leader della Chiesa tendono spesso a criticare più duramente una parte politica e a sostenere l’altra. Sotto Giovanni Paolo II, molti cattolici progressisti ritenevano legittimamente che il Vaticano fosse più vicino alla destra; sotto Francesco la dinamica si è invertita.
Pur essendo contrario all’aborto, all’eutanasia e ad altri capisaldi progressisti, Francesco ha dato priorità alle questioni economiche e ambientali. Nutriva una personale avversione per i conservatori, in particolare quelli americani, rispetto ai progressisti.
Leone ha portato maggiore stabilità alla Chiesa. Ha mostrato ai conservatori un volto più paterno, ha preso sul serio le loro preoccupazioni sulla liturgia e la chiarezza dottrinale, pur continuando a riecheggiare Francesco su temi come immigrazione e cambiamento climatico. Di conseguenza, si è vista una separazione più netta tra una minoranza di cattolici di destra molto attivi online, sempre pronti allo scontro con il papato, e una base conservatrice più ampia, disposta ad accettare un papa dai toni talvolta progressisti purché non appaia intenzionato a sconvolgere la dottrina.
E tuttavia l’inclinazione a sinistra del Vaticano nei dibattiti politici contemporanei può rivelare mancanze di carità o di chiarezza. La carità difettosa emerge soprattutto quando i leader ecclesiastici parlano di immigrazione: dovrebbe essere possibile difendere i migranti dagli abusi, e al tempo stesso riconoscere le ragioni legittime per cui i cattolici americani giudicano disastrosa la politica di frontiere aperte di Joe Biden, o per cui i cattolici europei temono una trasformazione religiosa dei loro Paesi a causa dell’immigrazione musulmana.
Il Vaticano appare più a suo agio nel dialogo con Biden o con Macron che con Trump o Marine Le Pen, ma fatica a comprendere perché una parte consistente dei suoi fedeli preferisca le destre.
La mancanza di chiarezza, invece, è un problema ricorrente nel linguaggio ecclesiastico su temi che vanno dalla ricchezza alla povertà fino alla guerra e alla pace. I commenti papali sull’economia possono apparire non solo orientati a sinistra ma anche vaghi. Le posizioni sulla politica estera rischiano di scivolare verso un pacifismo disinvolto, non sempre coerente con la tradizione cattolica. Si ha il diritto di chiedere al Vaticano di riconoscere che il potere militare talvolta svolge un ruolo moralmente legittimo.
Queste sono le ragioni del dissenso dei cattolici conservatori da Roma. Ma iniziano a incrinarsi quando si passa al secondo cerchio, quello della guerra in Iran, la questione che ha fatto esplodere il conflitto tra la Chiesa e Trump. Qui non è il papato a mostrare difficoltà con le questioni concrete; sono invece le argomentazioni della Casa Bianca a vacillare.
I sostenitori di Trump lamentano che certi cardinali americani di orientamento progressista sono faziosi, e che il Vaticano non denuncia abbastanza il regime iraniano. Ma queste sono obiezioni secondarie rispetto alla domanda fondamentale: la guerra è giusta oppure no?
Trump non ha fornito una giustificazione coerente. Si potrebbe sostenere, per esempio, che la guerra è giusta perché mira a rovesciare un governo malvagio. Ma Trump sostiene di non voler un cambio di regime e di essere disposto a un accordo che lasci al potere l’élite clericale.
Oppure si potrebbe dire che si tratta di un intervento limitato per prevenire una minaccia militare iraniana. Ma Trump ha più volte evocato una campagna molto più ampia, con bombardamenti «fino all’età della pietra» e distruzione su scala civile, ipotesi incompatibili con qualsiasi teoria della guerra giusta. O ancora, si potrebbe sostenere che la guerra americana è giusta perché colpisce obiettivi militari, a differenza delle operazioni israeliane più controverse. Ma è difficile sostenere questa distinzione: si tratta dello stesso conflitto.
Le informazioni disponibili suggeriscono che l’America sia entrata in guerra senza un obiettivo strategico chiaro né una giustificazione morale coerente, senza considerare adeguatamente i rischi e nonostante le riserve del vicepresidente cattolico e i dubbi del segretario di Stato cattolico
Ciò non esclude un esito positivo, ma spiega perché il capo della Chiesa cattolica abbia tutte le ragioni per definire questo conflitto ingiusto.
La risposta del presidente a questa critica — entriamo nel terzo cerchio — esula dal normale confronto tra Chiesa e Stato. Non è nemmeno un tipico eccesso trumpiano. Si entra invece nel terreno della profanazione e del sacrilegio: dai post pasquali sui social, con minacce e sarcasmi religiosi, fino agli attacchi al papa e a immagini generate dall’intelligenza artificiale che raffigurano Trump come Cristo.
I difensori cristiani di Trump tendono a separare questi episodi, giustificandone alcuni e condannando solo l’ultimo. Ma il problema centrale, dal punto di vista religioso, non è chi si senta offeso, bensì la coerenza di un filo che lega minacce blasfeme, invettive contro il principale leader cristiano e l’auto-rappresentazione come figura divina.
Non si tratta solo di un’offesa all’identità religiosa o alla dignità papale, ma di una violazione dei primi due comandamenti, con Dio stesso come parte lesa. Per un osservatore non credente, la bestemmia può apparire come un peccato senza oggetto reale, e questa escalation può interessare solo come un segnale dello stato mentale del presidente.
Ma per un credente, l’intera traiettoria politica di Trump — il suo ruolo nella crisi della sinistra, il suo passaggio dal potere all’esilio e di nuovo al potere — si inscrive in un disegno provvidenziale. In questo quadro, la deriva blasfema rappresenta un monito per i suoi sostenitori religiosi, un avvertimento sui possibili esiti della storia e sul rischio spirituale di seguirlo fino in fondo».
17 aprile 2026
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