L’ex giocatore del Vicenza, oggi allenatore: “La prima volta in Serie A, a 31 anni, non respiravo per l’emozione. Guidolin mi insegnò a intuire dove sarebbe finita la palla. Il calcio di Baldini un dispiacere, ma facemmo subito pace”
G.B. Olivero
18 aprile – 08:52 – MILANO
Non bisogna avere fretta, ma costanza. Non l’ansia di arrivare, ma la voglia di riuscirci. Mimmo Di Carlo non ha mai pensato di non farcela: non si è posto il problema e ha seguito il suo percorso mettendoci ogni giorno qualcosa in più, qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse spingerlo un metro più avanti. E poi un altro e un altro ancora. Ed è stato premiato: esordio in B a 29 anni, esordio in A a 31, una Coppa Italia vinta da vice capitano, una semifinale di Coppa delle Coppe vissuta con la fascia al braccio. Un mediano, per definizione, deve correre: “E io correvo, tanto. Però poi grazie a Guidolin ci ho messo la testa. Ho cominciato a pensare rapidamente, a capire prima dove sarebbe finito il pallone, a leggere in anticipo le situazioni di gioco. Sono diventato più forte e quest’evoluzione mi ha spinto a diventare allenatore. La mia storia deve servire a chi magari a 25 o 26 anni si scoraggia, pur avendo buone qualità. Non bisogna mai arrendersi”.

Mimmo Di Carlo
Allenatore
Nato nel ’64, ha debuttato in A col Vicenza nel ’95, vincendo la Coppa Italia ’97. Oggi allena il Gubbio
Mimmo, lei non ha pensato di arrendersi quando non riusciva a staccarsi dai campi di Serie C?
“Da giovane speravo di scalare le categorie più in fretta, ma poi ho capito che dovevo concentrarmi solo su me stesso. Quando con Ulivieri in panchina il Vicenza è stato promosso in B, ero davvero felice. Poi con Guidolin siamo arrivati in A. Da tifoso nerazzurro, ho debuttato proprio contro l’Inter a San Siro: avevo già 31 anni, ma non respiravo per l’emozione. Da allora mi sono goduto ogni partita. E ho apprezzato ancor di più la fortuna di trovarmi in una piazza fantastica: dirigenti capaci, tifosi meravigliosi”.
Cosa aveva di speciale quel Vicenza?
“Innanzitutto le idee di Guidolin: un gioco moderno, aggressivo, dinamico, verticale. E poi nello spogliatoio c’era un’alchimia particolare: io, Viviani, Lopez e D’Ignazio eravamo partiti dalla C. Ma chiunque arrivasse, veniva accolto nel modo migliore. E lo stadio faceva la differenza”.
La Coppa Italia fu il momento più bello?
“Battemmo il Milan nei quarti dopo due partite di un’intensità incredibile. In finale perdemmo l’andata a Napoli e al ritorno vincemmo ai supplementari. Io e altri due compagni eravamo in dubbio per una contrattura: giocammo tutti senza problemi. L’adrenalina e la voglia di vincere quella partita furono la cura migliore”.
L’eliminazione in semifinale di Coppa delle Coppe contro il Chelsea brucia ancora?
“Brucia perché con il Var sarebbe finita in un altro modo. A Vicenza 1-0 con gol di Zauli. A Stamford Bridge Luiso ci portò in vantaggio e poi sull’1-1 segnò ancora. Il bis, però, fu annullato per un fuorigioco inesistente: peccato, sarebbe stata dura per il Chelsea. La squadra inglese era forte ed esperta: c’erano Zola, Vialli, Poyet e Hughes che entrò nel finale e realizzò la rete decisiva. Ma quella resta un’avventura meravigliosa”.
Com’era quella Serie A?
“Troppo bella. Il livello era altissimo, c’erano sei o sette squadre che partivano per vincere lo scudetto. Tantissimi fuoriclasse, ne cito quattro: Ronaldo, Zidane, Totti e Del Piero. Quando li affrontavo l’obiettivo era anticiparli perché se entravano in possesso della palla diventava durissima fermarli. Cercavo di rallentarli, di umanizzarli. E dopo la partita, sotto la doccia, sentivo gocciolare anche la soddisfazione di aver dato tutto me stesso per giocarmela contro campioni eccezionali”.

In panchina ha accarezzato la Champions con la Sampdoria. È quello il grande rimpianto?
“Sì, perché uscimmo nei preliminari con il Werder Brema prendendo un gol al 93’ nell’ultima azione della partita: era fatta. Quello è stato il momento in cui la mia carriera sarebbe potuta cambiare. E invece in pochi mesi successe di tutto: a ottobre Cassano litigò con Garrone e non giocò più; a gennaio Pazzini fu ceduto all’Inter. Eravamo comunque sopra la zona retrocessione, ma fui esonerato. E la Samp andò in B. Con Cassano avevo un ottimo rapporto: siamo due persone schiette. Antonio è un vincente, ha personalità e bisogna tenerne conto responsabilizzandolo. Con me si è sempre comportato benissimo”.
Gli anni della prima esperienza al Chievo sono i migliori da tecnico?
“Sicuramente. Ringrazio ancora oggi Campedelli e Sartori, due persone fantastiche che mi hanno permesso di lavorare in un ambiente sano. La mia forza è stata la loro vicinanza. Quando mi chiamarono, la squadra era in zona retrocessione. Nel girone di ritorno facemmo 28 punti e ci salvammo comodamente”.
Da qualche anno è tornato sui campi di Serie C, togliendosi però una grande soddisfazione.
“Soddisfazione a metà, purtroppo. Volevo riportare il Vicenza in A partendo di nuovo dalla C. Io abito a Vicenza, amo questi tifosi e desideravo fargli questo regalo. Siamo andati in B, ma il Covid ci ha frenato: stadio vuoto quando avremmo dovuto festeggiare e soprattutto quando avremmo potuto inseguire la A. Per il resto, mi rimprovero di aver accettato a volte delle proposte che avrei dovuto rifiutare. A Gubbio, adesso, stiamo facendo un buon lavoro”.

Il calcio che le diede Baldini non l’ha dimenticato nessuno.
“Io e Silvio abbiamo un buon rapporto e risolvemmo in fretta la cosa. Parma-Catania, io mi lamentai con l’arbitro per le perdite di tempo, lui si arrabbiò, mi disse qualcosa, io risposi e mi girai. Poi sentii il calcio senza nemmeno capire cosa fosse successo. Per fortuna rimasi calmo. Non fu una bella scena e ancora oggi mi dispiace”.
Di sicuro non se la può prendere con i giornalisti: ne ha una in famiglia.
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“Sharon è stata bravissima a seguire la sua strada. Ha iniziato in una tv a Bassano e adesso è a Sky. L’altra figlia Naomi lavora con Karla Otto, nell’organizzazione degli eventi. Mia moglie Anna Maria ha un negozio a Vicenza: è bellissima e io sono sempre innamorato di lei. Sono un uomo fortunato”.
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