Il pioniere della fotografia a colori nella street photography negli anni ’60-’70 è stato insignito del premio «Outstanding Contribution to Photography» ai Sony World Photography Awards 2026

«Penso che una delle qualità più importanti in fotografia, e non solo, sia quella di saper accogliere e riconoscere l’inaspettato, la sorpresa di qualcosa che si manifesta senza preavviso. E quando sono in strada, tutto è in gioco». È una lezione sulla fotografia quella che arriva da Joel Meyerowitz, insignito quest’anno dell’Outstanding Contribution to Photography nell’ambito dei Sony World Photography Awards 2026. Un riconoscimento alla carriera celebra il suo vasto e diversificato corpus di opere, la sua influenza sul linguaggio visivo e il suo ruolo pionieristico nel portare negli anni ’60-’70 il colore nella fotografia di strada, in un tempo in cui era considerato un’intrusione volgare e una sfida ai canoni («All’inizio degli anni Sessanta il colore era considerato un lavoro per dilettanti, per matrimoni e celebrazioni, per riviste, giornalismo o moda», aveva raccontato anni fa). Artista americano classe 1938, figlio di genitori ebrei immigrati provenienti dall’Ungheria e dalla Russia, Meyerowitz è diventato uno degli street photographer più famosi e importanti della sua generazione. Quasi per caso.

 La sua vita cambiò, infatti, nell’estate del 1962 quando lavorava come art director e vide il grande Robert Frank al lavoro. «Mi innamorai della fotografia, di come riusciva a immortalare un momento e a conservare il fragile istinto che poteva ispirare una foto», ha raccontato al pubblico dei Sony Award, ripercorrendo la sua lunga carriera. Proprio in quel momento, lui che non aveva mai avuto una macchina fotografica, decise che sarebbe diventato fotografo. «I’m going to be a photographer», disse al suo capo che, di tutta risposta, ne estrasse una dal cassetto e gliela regalò. «Due ore dopo ero in strada, mi sentivo “rinato”: tutto quello che vedevo per strada aveva bellezza, anche un taxi o una mamma con passeggino. Volevo uscire, lasciare la scrivania. Sentivo, e respiravo, l’odore delle persone che incontravo», ha raccontato. Una folgorazione. 



















































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E mentre scorrono le immagini dei suoi lavori più celebri, dagli scatti realizzati da un’auto in corsa (la sua prima esposizione al Moma, ndr) durante un viaggio di un anno intero in Europa, tra il 1966 e il 1967 («Per le strade mi sento vivo, e la casualità mi regala il brivido di foto possibili… Guardare il mondo da un finestrino è diventato un esercizio») a quelli a Ground zero, dopo l’11 settembre, dal «Fallen man» immortalato a Parigi nel 1967 che sembra il frame di un film («L’istinto, quando vedete una folla radunata, deve essere quello di andare, perché sicuramente sta succedendo qualcosa») alla terribile e attraente al contempo immagine del cavallo caduto a Malaga, accanto al carretto («Oggi quest’esplosione di colore con le macchine digitali sarebbe stata molto più facile»), l’autore ricorda come l’identità di ognuno di noi diventi «riconoscibile proprio nell’inquadratura della macchina fotografica, nel momento in cui isola un frammento della realtà fluida. La vera sfida per me – ha aggiunto – è stata quella di restare sempre aperto di spirito, come un artista, per capire che la fotografia che potrei scattare non sarà un’opera immobile. Ma, alla fine, sarà tua e solo tua. Insomma, quello che ho fatto – riassume – è stato girare la macchina e catturare il resto del frame, il contorno che tanti non vedono». Un’opera d’arte che, nel suo caso, non presenta mai inquadrature e scelte formali o rassicuranti. Quello che Meyerowitz non manca di richiamare, però, è il profondo legame, «quasi familiare», che a suoi occhi esiste tra fotografia e poesia: «Profondo e sinergico, basato sulla capacità di entrambi i mezzi di cristallizzare la memoria, emozionare e trasformare la realtà in racconto. La fotografia non usa le parole, ma i sentimenti. In fondo io – conclude – ho seguito solo il mio istinto, e quello che è accaduto dopo è stato solo un regalo». 

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La lezione di Joel Meyerowitz: «In fotografia seguite il vostro istinto, siate pronti ad accogliere l’inaspettatto»

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La retrospettiva dedicata a Meyerowitz sarà ospitata a Somerset House, a Londra, fino al 4 maggio 2026, all’interno della mostra dei «Sony World Photography Awards». L’esposizione riunirà alcune delle immagini più emblematiche del suo percorso: dalle scene di strada newyorkesi alle atmosfere luminose di Cape Cod. 

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17 aprile 2026 ( modifica il 18 aprile 2026 | 02:55)