di
Rosarianna Romano

Il 76enne di Spongano, nel Salento, è stato operato alle Molinette di Torino, dove gli hanno rimosso un tumore al colon, usando per la prima volta l’ipnosi clinica ed evitandogli l’anestesia generale

Luigi Stefanelli, per tutti Gino, sorride. Sono passate poche settimane dalla sua operazione all’ospedale Molinette di Torino e dall’intervento che ha permesso di rimuovere il tumore al colon, usando, per la prima volta per questo caso, la tecnica dell’ipnosi clinica ed evitando così l’anestesia generale. È tornato a Spongano, piccolo paese dove da sempre vive, di poco più di tremila abitanti, in provincia di Lecce. 

Ha 76 anni e, un tempo, lavorava come collaboratore scolastico. Ora è in pensione, ma continua, come ha sempre fatto, ad andare in campagna per fare ciò che ama di più: coltivare la terra, piantare semi, raccogliere frutti, ortaggi e verdure. Proprio lì, tra la terra aspra e soleggiata di Spongano, lo ha riportato Valentina Palazzo, psicologa, specializzanda in chirurgia generale e ipnologa clinica, durante i lunghi minuti in cui si è svolto l’intervento. 



















































«È andato tutto bene – racconta -. Sin dal primo momento i medici mi hanno rassicurato. Subito dopo l’operazione mi hanno dato un girello per aiutarmi a sostenermi e a camminare. E ho detto: “Ora con questo posso arrivare a piedi fino a Spongano”».

Signor Stefanelli, cosa ha visto durante l’operazione?
«Ho piantato i semi, sistemato il terreno. Ho visto crescere i primi germogli della pianta. Ho raccolto i pomodori. Ho fatto la salsa».

A Spongano?
«Sì. Ho anche lavato i pomodori e li ho asciugati. Poi bisogna passarli con attenzione e sistemare la salsa nei barattoli di vetro».

Ha sentito dolore durante l’operazione?
«No, per niente».

Quanto è durata?
«Poco più di un’ora».

Che cosa sentiva?
«Avvertivo una sensazione di calore e una pressione. Ma dolore no. La dottoressa mi ha parlato per tutto il tempo, io rispondevo e restavo tranquillo».

Che cosa le diceva?
«Mi faceva parlare della campagna. Mi chiedeva come si prepara la terra, come si piantano i pomodori, quando si raccolgono, come si fa la passata. E io le raccontavo tutto».

Quindi, mentre i medici la operavano, lei con la mente era nei campi?
«Sì, ero lì, anche se ero sveglio. Ero nella nostra campagna, tra la natura che conosco da sempre. Insieme a me c’era anche la dottoressa Palazzo, a cui mostravo tutto ciò che dicevo, mia moglie e i miei figli».

Come avete reagito quando è stata proposta l’ipnosi?
«All’inizio ci sembrava quasi incredibile, ma è una tecnica scientifica, già applicata in altri interventi. Ci siamo fidati e affidati a tutta l’équipe diretta dal professore Mario Morino, che ha poi eseguito l’intervento. A causa del quadro clinico complesso non era possibile fare l’anestesia generale».

Ha fatto delle prove prima dell’intervento?
«Due sedute preliminari. Non tutti i pazienti sono ipnotizzabili, quindi dovevano capire se potessi rispondere bene. In quelle prove la dottoressa Palazzo ha cercato quali fossero i miei ricordi più rassicuranti. E ha capito subito che il mio mondo era la campagna».

Quel racconto serviva anche a dare un senso alle sensazioni fisiche che percepiva?
«Esatto. Tutto era costruito con delle metafore. Alcune manovre diventavano, nel racconto, il gesto del lavorare la terra o di posare i tubi dell’irrigazione. Come in un sogno. Così quello che sentivo veniva tradotto in qualcosa di familiare, non spaventoso».

Perché proprio la campagna?
«Perché è il posto dove mi sento libero, sereno, pienamente me stesso. Il mio linguaggio, il mio immaginario, la mia vita».

Da sempre?
«Sempre. Ho lavorato come collaboratore scolastico, ma sono figlio di contadini. Anche da bambino, appena potevo, andavo in campagna con mio padre. È il posto dove mi sento bene, dove sono cresciuto e ho cresciuto i miei figli. Adesso che sono in pensione ci vado ogni giorno».

Quando ha capito che l’intervento era andato bene?
«Subito dopo. I medici mi hanno chiesto come stavo. Io ho risposto: bene, benissimo».

Cosa le ha detto il dottore?
«L’ultima volta che l’ho visto mi ha detto: “Ecco il mio eroe”. Ma io gli ho risposto che gli eroi sono loro. Sono loro che hanno fatto tutto. Io ero solo il paziente».

Si è ripreso in fretta?
«Sì. Già il giorno dopo camminavo per il corridoio. Mi hanno dato un supporto, ma io volevo muovermi da solo. Ho anche preso tè e fette biscottate».

E dopo quanti giorni è tornato a casa?
«Sono stato operato di lunedì e siamo tornati a casa il sabato».

Ora come si sente?
«Mi sento bene. Ogni tanto sento qualche piccola fitta per la ferita, ma è normale. Per il resto posso fare tutto».

È già tornato in campagna?
«Sì, appena sono tornato a Spongano sono andato di nuovo lì. È il mio posto».


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18 aprile 2026 ( modifica il 18 aprile 2026 | 07:49)