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Sal Da Vinci è il protagonista della nuova puntata di Stories, il ciclo di interviste di Sky TG24, in onda lunedì 20 aprile alle 21.00 su Sky TG24, sabato 25 aprile alle 12.15 su Sky Arte e sempre disponibile on demand. L’artista presenta il suo nuovo progetto discografico Il palco della vita, che definisce «un viaggio nei sentimenti», in cui racconta «storie che appartengono a tutti, come le canzoni che restano nel tempo».


APPROFONDIMENTI

Oltre le aspettative

«È un album che racchiude un viaggio incredibile nei sentimenti. Racconto storie che appartengono a tutti, emozioni che fanno parte della vita di ognuno di noi». Un percorso artistico che nasce senza certezze ma che si affida alla forza imprevedibile della musica: «Le canzoni fanno dei giri immensi e poi ritornano, arrivano nel cuore delle persone inaspettatamente. È qualcosa di magico, qualcosa che nessuno riesce a spiegarsi davvero», dice l’artista campano. Per sempre sì? Il successo supera ogni previsione: «Non puoi immaginare una cosa così grande. Questa canzone è arrivata ovunque, è stata cantata dai bambini, negli stadi, in contesti completamente diversi. Ognuno se la prende e la vive a modo suo». E aggiunge: «Ci sono canzoni che fanno più del dovuto, che durano più dei ricordi. Quando succede, capisci che è qualcosa che va oltre te stesso. La canzone è arrivata ovunque, è stata tradotta anche in giapponese».

Eurovision 

Dopo il successo a Sanremo, rappresenterà l’Italia all’Eurovision in un «circo di emozioni che mi vedrà protagonista insieme ad altri cantanti. È un mondo fascinoso, nuovo, non voglio che mi raccontino niente.

Io amo le sorprese. Sarà un onore rappresentare l’Italia», per poi volare oltreoceano con un tour che toccherà Stati Uniti e Canada. «Dovrò preparare 3 o 4 show diversi tra loro, quello americano, quello estivo e quello teatrale» e il culmine sarà il 25 e 26 luglio all’Arena Flegrea di Napoli, per festeggiare il suo cinquantesimo anniversario di carriera, «Sarà una festa».Radici

Il racconto ripercorre le origini di una carriera iniziata prestissimo, in una famiglia dove la musica era parte integrante della vita quotidiana: «Sono cresciuto in una casa dove si respirava musica. Mio padre ha lasciato un’eredità importante, non solo artistica ma umana: un’unione familiare fortissima. Non ho mai avuto grandi scontri con i miei fratelli, perché c’era un amore che ci teneva uniti». Un’infanzia segnata dall’ingresso precoce nello spettacolo: «Non ho vissuto l’infanzia come gli altri bambini. Ho iniziato a lavorare a sette anni, facendo anche tre spettacoli al giorno. Quella è stata la mia scuola». E il rapporto con il palco è immediato: «Ho provato subito una familiarità incredibile. Per me il teatro era casa, volevo salire sul palco a tutti i costi e rifare quello che faceva mio padre». Anche la scuola si intreccia con il lavoro: «Non ero uno studente da grandi voti, ma ero molto furbo. Ascoltavo, memorizzavo, ripetevo. Era la scuola del teatro. E poi mi portavo sempre dietro la chitarra… così conquistavo anche i professori».

Le difficoltà

Nel tempo arrivano anche le crisi: «Ci sono stati periodi in cui ho pensato di mollare tutto. Quando un sogno non si realizza, ti chiedi se è la strada giusta. Ma il fallimento è una prova: non bisogna fermarsi, bisogna andare oltre». E nei momenti più duri: «Ci sono stati momenti in cui facevamo fatica ad arrivare a fine mese. Io e mia moglie compravamo e rivendevamo collanine per racimolare qualcosa, per non dipendere dalla famiglia. Era dura, ma era una scelta, e le scelte vanno portate fino in fondo». Tra gli incontri decisivi quello con Lucio Dalla: «Mi chiamò nel buio di un retroscena e mi disse di raggiungerlo a Capri per un concerto per gli ormeggiatori. Finimmo a registrare insieme su una barca un omaggio a Renato Carosone, “Canzoncella doce doce”. Solo un pianoforte, nessuno studio, le voci cullate dal mare. È stato un momento unico, un punto di riferimento enorme per me».

Amore e resilienza

La dimensione privata è centrale. Sul primo incontro con la moglie: «La vedevo ogni tanto ma non avevo il coraggio di avvicinarmi. Grazie a mio migliore amico — che era suo cugino — riuscii a farmi invitare alla sua festa di sedici anni. Anche se ero già conosciuto, lei non ha preso Sal Da Vinci: ha conosciuto Salvatore». Poi il corteggiamento: «All’inizio non era convinta. Allora ho conquistato prima i suoi genitori», racconta sorridendo. «Poi, piano piano, è arrivato il momento del coraggio». Il primo bacio resta un simbolo: «Era il 4 luglio 1984. Dal porticciolo di Mergellina ho noleggiato una barca a remi e siamo arrivati fino a Posillipo. Arrivai con il fiatone, ma ne valse la pena: mi sono avvinghiato e l’ho baciata». Poi la rivelazione inaspettata: «So stirare meglio di mia moglie, lo dice anche lei». Un’abilità nata da ragazzo: «Quando ero adolescente, essendo il quarto di sei figli, non c’era spazio nell’armadio e i vestiti si stropicciavano. Mia mamma non aveva tempo e mi ha insegnato a stirare. Da allora non ho mai smesso». Sul presente familiare: «È un amore che non si può spiegare. Quando non vedo i miei nipoti anche solo per due giorni, mi manca qualcosa. È un sentimento enorme, diverso da tutto il resto. Da genitore devi educare, da nonno puoi solo amare». 

La malattia del figlio

Sal ricorda anche uno dei momenti più difficili della sua vita: la malattia del figlio Francesco, colpito da meningite quando aveva solo un anno e mezzo: «Non si trovava una via d’uscita, ero disperato. Avevo chiesto una grazia alla Madonna: se si fosse salvato non avrei più cantato. Stavo per fare questo giuramento, ma fui interrotto da una dottoressa che mi chiamò per firmare un esame. Non ho più fatto quel giuramento e oggi ringrazio per quel miracolo: Francesco sta bene».


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