(Questo testo è stato pubblicato per la prima volta su Global, la newsletter di Federico Rampini: per riceverla basta andare qui)

Vi propongo una delle più autorevoli analisi di fonte cinese sulla guerra di Trump in Iran



















































Lettura utile per almeno tre ragioni: 
1) è una sintesi efficace, e di alto livello, sugli argomenti con cui il regime di Pechino cerca di capitalizzare questa guerra ai propri fini, inserendola in una propria visione del mondo e dell’imperialismo americano; 
2) sono convinto che molti lettori la possano condividere, e in ogni caso riecheggia argomenti contro l’imperialismo americano che sono molto popolari in Occidente e all’interno degli stessi Stati Uniti, non a caso l’autore cita anche degli americani; 
3) condivisibile o meno, questo testo ci dà la misura di quanto l’Occidente sia diventato filo-cinese, visto che fin dalle prime ore di questo conflitto la maggioranza degli osservatori decretavano che l’America lo aveva perso, e mettevano tra i vincitori Cina e Russia oltre all’Iran. Déjà vu… Mi sembra di fare un tuffo nei ricordi della mia giovinezza, quando nelle élite intellettuali d’Occidente, in particolare a Parigi e nel mondo di cultura francofona dove sono cresciuto, «eravamo tutti maoisti»…

Iran, la guerra in diretta

L’ultimo numero di Qiushi pubblica un articolo di Chen Wenxin, direttore dell’Istituto di Studi Americani presso i China Institutes of Contemporary International Relations, affiliati al Ministero della Sicurezza di Stato, intitolato «Il dilemma dell’egemonia americana dietro il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran». Eccovene gli estratti più significativi, tradotti testualmente:

«Sul piano economico, lanciando la guerra contro l’Iran gli Stati Uniti intendevano “spendere poco per ottenere molto”: conquistare il controllo di risorse chiave, nodi strategici e corridoi fondamentali a costi relativamente contenuti, per ottenere maggiori vantaggi economici. Ma le stime dei costi da parte di Washington si sono rivelate completamente errate. All’inizio di aprile, il costo totale aveva già superato i 42 miliardi di dollari. Con il protrarsi della guerra, gli input militari americani hanno continuato ad aumentare. Per sostenere il conflitto, poco dopo l’inizio delle ostilità il Pentagono ha richiesto con urgenza un budget supplementare di 200 miliardi di dollari, mentre all’inizio di aprile la Casa Bianca ha proposto un bilancio della difesa record di 1.500 miliardi per il prossimo anno fiscale: entrambe misure che faranno crescere ulteriormente il debito americano.

I costi nascosti di lungo periodo sono ancora più rilevanti di queste spese immediate. La professoressa di Harvard Linda Bilmes ha avvertito che l’attuale spesa – già massiccia – sarà alla fine superata da costi ancora più elevati, come i sussidi per i reduci e gli interessi sul debito contratto per finanziare la guerra. Mentre la spesa militare è esplosa, l’aumento dei prezzi ha compresso i consumi e il potere d’acquisto delle famiglie. Nell’ultimo mese, il prezzo medio nazionale della benzina è salito di circa il 30%; energia, fertilizzanti e alimentari hanno continuato a rincarare, aumentando sensibilmente il rischio di una “trappola stagflazionistica”. Moody’s Analytics stima che la probabilità di una recessione negli Stati Uniti nei prossimi dodici mesi sia salita al 48,6%. 

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Il conflitto non ha riparato le fondamenta già indebolite dell’egemonia economica americana; potrebbe invece renderle ancora più fragili.

Sul piano diplomatico, il conflitto ha allentato il sistema di alleanze degli Stati Uniti e ne ha incrinato la credibilità egemonica. A differenza della prima Guerra del Golfo (1991) o della guerra in Iraq (2003), quando Washington mobilitò numerosi alleati, queste operazioni militari sono state condotte solo dagli Stati Uniti insieme a Israele, senza consultazioni con gli alleati. Dopo lo scoppio del conflitto, la maggior parte degli alleati non ha offerto sostegno. Regno Unito, Francia e Germania hanno rifiutato esplicitamente di partecipare ad attacchi militari o missioni di scorta, mentre la Spagna ha vietato l’uso delle proprie basi per operazioni contro l’Iran. Gli alleati del Golfo si trovano in una posizione difficile: dipendono dalle garanzie di sicurezza americane ma non vogliono essere trascinati nel conflitto, e la loro fiducia negli Stati Uniti è diminuita sensibilmente. Anche alleati dell’Asia-Pacifico come la Corea del Sud hanno espresso malumori per il trasferimento di sistemi antimissile e forze verso il Medio Oriente.
Secondo Elizabeth Saunders, la guerra con l’Iran eroderà ulteriormente la fiducia degli alleati nell’affidabilità strategica degli Stati Uniti, danneggiandone alla fine posizione e influenza internazionale.

Sul piano strategico, il conflitto ha sovraccaricato le risorse strategiche americane e rischia di lasciare Washington incapace sia di avanzare sia di ritirarsi. Secondo la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti intendono impedire a forze ostili di dominare il Medio Oriente, le sue risorse energetiche e i corridoi di trasporto, evitando però di essere risucchiati in una costosa “guerra infinita”. Ma la realtà attuale è diversa: lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran; Washington teme di ripetere gli errori di Iraq e Afghanistan, ma allo stesso tempo non può accettare il fallimento dei propri obiettivi, ritrovandosi così in una situazione di stallo.
Inoltre, la guerra non ha raggiunto gli obiettivi centrali di “distruggere la capacità nucleare iraniana” o di “cambiare il regime”; al contrario, ha spinto Teheran ad accelerare il proprio programma nucleare, ha aumentato l’insicurezza di molti altri paesi, ha aggravato ulteriormente la situazione regionale.

L’America è diventata un predatore egemonico. Una politica coerente di egemonia predatoria farà declinare l’influenza globale americana — prima gradualmente, poi all’improvviso”, afferma il professore di Harvard Stephen Walt.

In quanto grande potenza, gli Stati Uniti sono ossessionati dalla ricerca e dal mantenimento dell’egemonia, impegnandosi in attività di sovversione e infiltrazione e lanciando guerre con estrema facilità. Il risultato è portare il caos in Medio Oriente, con danni per l’America stessa e per la comunità internazionale. 

Ricorrere alla forza a ogni occasione non dimostra forza. La Cina si è sempre opposta all’egemonismo e alla politica di potenza in tutte le sue forme, così come all’ingerenza negli affari interni di altri paesi. Le grandi potenze dovrebbero comportarsi da grandi potenze: difendere l’equità, seguire la strada giusta e contribuire con energia positiva alla pace e allo sviluppo del Medio Oriente. La Cina sostiene che tutte le parti debbano tornare al più presto al tavolo negoziale, risolvere le divergenze attraverso un dialogo tra pari, lavorare per una sicurezza condivisa e ristabilire rapidamente pace e stabilità nella regione».
  
Ciascuno trae le conclusioni che vuole da questo testo. Non entro in un’analisi dettagliata e mi limito a poche osservazioni fattuali. – L’affermazione sui consumi Usa in crisi al momento non è suffragata dai fatti
– L’aumento medio della benzina è ormai perfino superiore al dato sopra citato, avendo raggiunto il 35%, però è influenzato dal peso dello Stato più ricco e popoloso, la California, che è l’unica a importare petrolio arabo. 
– L’economia americana, a differenza di quella cinese, si trova da ambo le parti della crisi energetica: i consumatori soffrono, le imprese produttrici di energia aumentano i loro profitti, anche a vantaggio dei loro dipendenti e del gettito fiscale. 
– In quanto al ruolo della Cina in favore della stabilità in Medio Oriente, mal si concilia con le forniture di armi da Pechino all’Iran, potenza poco pacifica e poco stabilizzatrice… 
– Più in generale la propaganda sul pacifismo cinese cancella le molte guerre di aggressione dal Tibet alla Corea, dall’India al Vietnam, nonché gli atti di espansionismo e di prepotenza militare per i quali la Cina ha calpestato il diritto internazionale ed è stata condannata dalla giustizia Onu. 

Ma immagino che questi appaiano dettagli, rispetto ad una narrazione cinese ampiamente condivisa dalla maggioranza dei media americani oltre che europei. Vista l’impopolarità di questa guerra e del presidente che l’ha voluta, all’interno del suo stesso paese, non occorre che questa analisi cinese sia onesta e lucida, perché sia ampiamente condivisa e perfino dominante.

18 aprile 2026, 14:53 – modifica il 18 aprile 2026 | 19:05