Reggio Emilia, 18 aprile 2026 – Un vinile sul piatto, la puntina che scende, il suono che riempie un Teatro Cavallerizza euforico. È con ’La gente della notte’ che Jovanotti entra in scena a Vyni 2026, sorprendendosi lui stesso per la resa dell’impianto hi-fi di Audiocostruzioni. Si avvicina alle casse, ascolta, poi saluta: “Non l’ho mai sentita così bene. Buonasera a tutti”.
Accanto a lui il giornalista Luca Sofri, che introduce e accompagna un format costruito sull’ascolto più che sulla performance.
Jovanotti: “La mia idea di paradiso è questa”
È una serata fuori dagli schemi: niente concerto, nessuna scaletta, ma un percorso tra i dischi che hanno segnato la formazione dell’artista. “La mia idea di paradiso è questa: stare qui tra amici ad ascoltare la musica”, dice Jovanotti, definendo subito il senso dell’incontro.
Il racconto parte dagli inizi e da un passaggio difficile. Il disco Giovani Jovanotti fu un insuccesso: “I miei fan erano cresciuti e io non avevo più un pubblico”. Ma proprio allora il capo della Cbs gli disse: “Secondo me tu sei un artista. E gli artisti a volte passano da porte strette”.
Un momento che oggi appare come una svolta. Sofri gli chiede chi abbia rifiutato sue collaborazioni e lui ne cita due: Mark Knopfler e Laurie Anderson. “Ma poi l’ho perdonata”. E chiosa con una battuta: “No così sembro quella che ha perdonato il sindaco… ”, rievocando Francesca Albanese al Valli.

L’artista ha salutato brevemente alcuni fan fuori dal teatro prima di salire in macchina in direzione autostrada
Il vinile è il filo conduttore della serata
“Il disco l’ho sempre trattato come uno strumento musicale”, spiega, citando De André: “Dove finisce la mia mano inizia una chitarra. Per me dove finisce la mano inizia un giradischi”. Un’idea nata negli anni da dj, quando “i primi soldi li spendevo tutti in dischi”.
Tra le prime epifanie c’è American Graffiti con Rock Around the Clock: “Per noi non era il passato, era il futuro”.
Poi la scoperta della bossa nova con Ornella Vanoni e il passaggio decisivo: l’hip hop. “Era come vedere Medjugorje”, dice ricordando un servizio televisivo. Da lì The Sugarhill Gang, la scelta di una musica “ritmica, con il battito”.
Per Jovanotti resta “la musica più importante degli ultimi 50 anni”, una cultura “fatta di scarti” che ha cambiato tutto.
Il percorso attraversa Bob Marley (“è nella mia top 3”), Prince (“mi ha cappottato”) e il jazz di Miles Davis (“è musica dell’universo”), fino ai Clash di Sandinista, esempio di contaminazione tra generi.
Non mancano riflessioni sulla musica di oggi: “Su Spotify escono 160 mila pezzi al giorno, una volta le novità erano quattro o cinque”.
In conclusione di serata
Nel finale sale sul palco anche Benny Benassi, accolto come uno dei protagonisti della scena contemporanea. “Quando ho sentito Satisfaction la prima volta ho pensato: questa è una cosa nuova”, racconta Jovanotti.
La chiusura è affidata a due consigli: “Fate musica da ballo, perché capisci subito se funziona. E coltivate la vostra ignoranza: è una spinta a fare un passo in più”.