di
Redazione Esteri

L’ultima ondata di combattimenti ha causato oltre 2.100 morti

La fila di auto che non si muove tra Tiro e Sidone – dove solo la notte prima del cessate il fuoco sono morti 15 civili in un raid -, le migliaia di persone con le valigie, le borse, gli scatoloni, i motori accesi, le persone fuori dagli abitacoli: gli occhi puntati verso Sud. Sembra un fiume in piena quello che si è mosso da prima dell’alba, subito dopo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah: sono le famiglie del Sud del Libano e della zona di Beirut, sfollate da marzo, durante la guerra, che tornano a casa. Le monitora l’Onu, il cui portavoce Stephane Dujarric ha descritto la situazione alle agenzie di stampa: «Migliaia di persone sono in viaggio verso Sud dalle prime ore di questa mattina, con le principali strade congestionate, in particolare nei pressi dei villaggi di Qasmiyeh e Zefta, nel sud del Libano, nonostante i gravi danni a ponti e infrastrutture civili».  L’ultima ondata di combattimenti, iniziata il mese scorso dopo che Hezbollah ha aperto il fuoco contro Israele in segno di solidarietà con Teheran, ha causato oltre 2.100 morti e più di un milione di sfollati. Molti ora provano a tornare indietro. 

Al ponte di Qasmiye i soldati lavorano sulla carreggiata colpita, riempiendo il cratere lasciato dalle bombe. Il passaggio è parziale, ma la gente prova comunque a passare. Più a est alcune strade secondarie sono state riaperte, altre restano chiuse. Sulla strada per il Sud, nel cassone di un camion carico di materassi e valigie, Ali, 28 anni, è bloccato nel traffico vicino a uno dei ponti distrutti da Israele. Vuole tornare nel suo villaggio. Racconta alle agenzie di stampa: «Non posso aspettare ma non so cosa troverò. Non so se la casa è distrutta o è stata vandalizzata dagli israeliani». E ammette: «Ho paura che la guerra riprenda». 



















































In un’auto poco distante, con appesa al finestrino la foto di un combattente ucciso mentre resisteva all’invasione, una donna aspetta di tornare nel suo villaggio. «Torniamo con orgoglio, grazie al sangue dei combattenti che hanno difeso la nostra terra», dice. Accanto a lei, il fratello: «L’Iran ha umiliato gli Stati Uniti e Israele». Anche lui dice che non sa cosa troverà. «Non importa. Anche se ci uccidono tutti, non ce ne andremo più». A Nabatiye, tra edifici sventrati e facciate aperte, Jamil dirige una squadra di soccorso e non crede alla tregua. «Non ci sono garanzie, lo abbiamo già visto. Non cambiamo le procedure per ora». 

Jalal, proprietario di un caffè distrutto, scuote la testa. «Ho perso tutto. Torno, ma questo cessate il fuoco non durerà». Tra le macerie, Nibal raccoglie pezzi di legno e vetro: «Comincio a riparare. Qualunque cosa succeda». 

A Deir Zahrani, lungo la strada principale, Rawda trova un cappello tra i detriti. Era di suo fratello. «Lo indossava alla festa dell’indipendenza, venticinque anni fa», quando si ricordava il ritiro israeliano del 2000. Intorno, la casa è distrutta. «Tutti i nostri ricordi sono sotto le macerie». Il cugino mostra pochi oggetti recuperati. «Questo cessate il fuoco è doloroso. Ma restiamo». 

Intanto, nella periferia sud di Beirut, Samir, palestinese, spazza via i vetri dalla vetrina del suo negozio. È tornato dopo mesi. «Non dormirò qui stanotte. Non c’è elettricità, non c’è acqua». Guarda intorno. «I danni sono meno del 2024». Poi abbassa lo sguardo. «Dal ’48 soffriamo. Le case al sud le abbiamo ricostruite quattro volte», racconta riferendosi alla pulizia etnica subita dai palestinesi durante la prima guerra con Israele nel 1948. Sul terreno, la tregua non ferma le conseguenze dei bombardamenti israeliani. 

Sulla strada tra Kunin e Beit Yahun un attacco ha colpito una moto e un’auto: un morto e tre feriti. A Majdel Selm un adolescente è stato ucciso dall’esplosione di ordigni inesplosi. A Kfar Hatta si continua a scavare: tre morti, tra cui militari libanesi. 

La «linea gialla» nelle aree occupate

Ed è di questa mattina la notizia che Israele intende imporre in Libano una cosiddetta «linea gialla», vietando ai residenti il ritorno nelle aree occupate dall’esercito israeliano, secondo quanto riferito da alti funzionari delle Forze di difesa israeliane citati dalla Cnn. La misura ricalca un modello già adottato nella Striscia di Gaza, dove la «linea gialla» delimita una zona sotto controllo militare israeliano, inaccessibile alla popolazione civile nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra. «Il modello della “linea gialla” di Gaza sarà replicato anche in Libano, e l’Idf ha già definito una linea fino alla quale le proprie forze stanno attualmente operando», hanno dichiarato funzionari militari nel corso di un briefing con la stampa. Secondo le stesse fonti, ai residenti sarà impedito di rientrare in 55 villaggi libanesi situati all’interno dell’area interessata. 

18 aprile 2026 ( modifica il 18 aprile 2026 | 12:23)