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Provare a potenziare un cervello sano? Ecco perché non conviene
SSalute

Provare a potenziare un cervello sano? Ecco perché non conviene

  • 19 Aprile 2026

di
Danilo di Diodoro

Esistono metodi validi per rimediare a deficit, ma i tentativi di aumentare le capacità cognitive finora hanno prodotto più che altro effetti collaterali

È forse l’oggetto più complicato dell’Universo e sta dentro la nostra scatola cranica. Il cervello solo molto lentamente sta svelando i suoi segreti strutturali e funzionali, nonostante i grandi avanzamenti della neurologia e delle neuroscienze. Un libro appena pubblicato, La danza dei neuroni di Marco Locatelli con Edoardo Rosati (Sperling & Kupfer), apre letteralmente quella scatola cranica e mostra le meraviglie del cervello, o meglio si dovrebbe dire dell’encefalo, termine più ampio, che comprende altre strutture spesso dimenticate ma importantissime. Come il cervelletto, che orchestra i movimenti e l’equilibrio del corpo, il tronco encefalico, che garantisce funzioni antiche e automatiche essenziali per la vita, come il respiro e il battito cardiaco, il ritmo del sonno e della veglia. 
Il cervello propriamente detto è invece costituito dagli emisferi, ricoperti da quella vera e propria star che è la corteccia cerebrale, un sottile strato di sostanza grigia che se venisse distesa misurerebbe circa due metri e mezzo e che è la sede dei neuroni. Sotto di essa corrono le fibre della sostanza bianca, nelle cui parti più profonde operano i nuclei della base, stazioni di regolazione automatica che modulano il tono muscolare e i movimenti complessi, partecipano ai processi cognitivi, motivazionali ed emotivi.

Un dialogo corale

Un insieme fenomenale, che opera in una sorta di dialogo corale e incessante tra regioni diverse, come in un concerto di straordinaria complessità. Una complessità che comunque sembra non bastare agli umani contemporanei, che quel cervello vorrebbero conservare al riparo del decadimento dovuto all’età e a malattie neurodegenerative, mantenendolo attivo fino alla fine. E addirittura, se possibile, vorrebbero tentare di potenziarlo. «Sarebbe spettacolare poter mettere mano a una “pillola delle superprestazioni” capace di aprire una scorciatoia verso un cervello più veloce, lucido, potente» dice Marco Locatelli, primario di Neurochirurgia alla Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. «Ma la realtà scientifica, almeno per ora, è articolata e in via di sviluppo. Siamo a un punto in cui alcune tecniche di stimolazione cerebrale sono diventate strumenti clinici concreti, soprattutto quando si tratta di cervelli che hanno perso funzioni, per esempio in presenza di una malattia neurodegenerativa. In questi casi, l’obiettivo non è “andare oltre”, ma aiutare il cervello a riorganizzarsi, sfruttando la sua plasticità. A questi fini risponde almeno in parte la stimolazione magnetica transcranica, una metodica non invasiva che modula l’attività di specifiche aree cerebrali attraverso campi magnetici, con applicazioni già consolidate nella depressione resistente ai farmaci, nella riabilitazione post ictus e in alcuni disturbi neurologici e psichiatrici».



















































Un sistema già ottimizzato

«Diverso è il discorso quando si pensa di poter potenziare un cervello sano», aggiunge il giornalista medico-scientifico Edoardo Rosati. «In questo caso le aspettative di un potenziamento generalizzato, con farmaci o tecnologie, devono essere decisamente ridimensionate. Le evidenze sull’efficacia delle sostanze cosiddette nootrope o sugli stimolanti restano deboli: i benefici osservati sembrano spesso legati più alla percezione soggettiva di una maggiore efficienza che a un reale miglioramento cognitivo, a fronte peraltro di possibili effetti collaterali. Anche le tecniche di stimolazione cerebrale, come la citata stimolazione magnetica transcranica, non producono certamente un potenziamento globale dell’intelligenza o della memoria. Il quadro che emerge, dunque, è piuttosto chiaro: quando il cervello è malato o in difficoltà, può essere supportato da interventi finalizzati al parziale recupero. In condizioni di normalità di funzionamento, invece, non esistono scorciatoie tecnologiche o farmacologiche davvero capaci di migliorarlo».
«Piuttosto, il cervello sano si conferma un sistema già ottimizzato per proprio conto», conclude Locatelli. «Ogni intervento esterno su di esso produce effetti complessi, non sempre prevedibili. E forse la lezione più importante è che più che pensare di spingere il cervello oltre i suoi limiti, la sfida realistica è imparare a usarlo meglio, rispettandone i delicati equilibri».

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19 aprile 2026

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