Prima il titolo da giocatore, poi in panchina: un’impresa che in nerazzurro era stata compiuta 88 anni fa da…
Giornalista
19 aprile – 08:33 – MILANO
Il generale Po è bloccato a letto, convalescente dopo un grave incidente stradale. Sta fumando il solito sigaro, “perché porta fortuna”, quando la radio annuncia il risultato di Bari: 2-0, gol di Peppino Meazza e Annibale Frossi, Non ci sono più dubbi. L’Ambrosiana che il presidente industriale Ferdinando Pozzani, soprannominato appunto dai media il generale Po, ha preteso di far chiamare Inter ha vinto il quarto scudetto della sua storia. È il 24 aprile 1938: la notizia segue gli aggiornamenti sulla crisi europea – da un mese la Germania nazista ha annesso l’Austria al Reich – mentre nel calcio l’Italia di Vittorio Pozzo si prepara a vincere il secondo Mondiale di fila.
che doppietta—
L’Inter è guidata in panchina da un campione del mondo in carica, Armando Castellazzi, che nel 1934 ha vinto il titolo allo stadio Nazionale di Roma. E che nel 1936, a soli 31 anni, si ritrova ad allenare la squadra nella quale ha trascorso l’intera carriera. Corsi e ricorsi: come Cristian Chivu, che quindi sta per diventare il primo uomo nel dopoguerra a vincere lo scudetto sia da calciatore che da tecnico nell’Inter, Castellazzi non è assistito dall’esperienza ma viene incaricato di gestire la transizione della quale un grande campione, ovviamente Meazza, sarà il faro. Aver puntato su un allenatore neofita è un azzardo che Pozzani ritiene ragionevole. Solo un prodotto della casa, che conosce le dinamiche interne, può risolvere gli equivoci del passato ripristinando ordine in un gruppo che non vince più. Pozzani-Po, che è stato ribattezzato generale per i metodi risoluti ma non ha legami con il mondo militare, passerà alla storia per aver scritto un codice che preveda delle multe per i calciatori indisciplinati. Con un accorgimento, però: la gestione delle sanzioni pecuniarie è personalizzata. E così il presidente spesso punisce Meazza per i ritardi agli allenamenti e per altre bravate ma gli restituisce il denaro sotto forma di premi partita.

trascinatore—
In effetti Peppìn, come veniva chiamato in dialetto milanese il campione al quale sarebbe poi stato intitolato lo stadio di San Siro, sfrutta a dovere il talento e le motivazioni, proprio sostenuto da Castellazzi che è stato suo compagno di squadra per nove anni: insieme hanno vinto l’ultimo scudetto dell’Ambrosiana coinciso con il primo di campionato di Serie A giocato a girone unico, cioè il 1929/30. Nei primi mesi il sodalizio non funziona granché, tanto è vero che la squadra chiude al settimo posto il torneo 1936/37. Ma nella stagione successiva, spinto anche da un mercato ambizioso orchestrato dalla società, Meazza si erge a protagonista assoluto con 20 reti in 26 partite che gli valgono il titolo di capocannoniere. L’Ambrosiana-Inter vince il suo quarto scudetto in uno sprint da brividi, dopo un controsorpasso alla penultima giornata a danno della Juventus. All’ultimo atto addirittura cinque squadre, Genova, Milan e Bologna oltre a Inter e Juve, conservano le possibilità aritmetiche per arrivare prime al traguardo. Ma Castellazzi è in testa e difende il vantaggio grazie al 2-0 di Bari. In trasferta, al seguito della capolista, c’è anche un giovane tifoso, Peppino Prisco, che dell’Inter sarebbe diventato leggendario vicepresidente.
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commiato—
È un trionfo che i calciatori condividono con il generale Po, facendogli visita a casa per festeggiare. Ma Castellazzi, che in un giorno molto più moderno avrebbe avuto un erede omonimo nell’Inter, il portiere Luca, lascia subito l’incarico: ha stabilito il record tuttora ineguagliato di allenatore più giovane (33 anni) ad aver vinto uno scudetto. Però non se la sente di continuare. Si allontanerà per sempre dal calcio e morirà nel 1968, l’anno di una grande rivoluzione culturale. Svanito nel nulla eppure indimenticabile.
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