Il punto serale sulle notizie del giorno
Iscriviti e ricevi le notizie via email
A 18 anni si ritrovò catapultata dalla sua cameretta di provincia – è cresciuta a Latina, basso Lazio – direttamente sul palco più importante d’Italia, quello del Festival di Sanremo. Era il 2012 e Giordana Angi, che all’epoca si faceva chiamare Dana Angi, gareggiava tra i giovani con “Incognita poesia”. Sette anni più tardi sarebbe entrata nella scuola di “Amici”: si classificò seconda nell’edizione vinta dal tenore Alberto Urso. Hanno fatto seguito un’altra partecipazione a Sanremo, stavolta tra i big, nel 2020 con “Come mia madre”, quattro album, un tour con Sting e un singolo (“Il nostro amore”) inciso nel 2024 insieme all’ex Police. Ora Giordana Angi torna sulle scene. Nel cassetto c’è un nuovo album, stavolta in italiano dopo la parentesi inglese di due anni fa con “She’s So Great”. Prima, però, una serie di concerti, quelli che compongono il calendario del tour teatrale “Piano piano”, che fa tappa stasera al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti e domani alla Sala Umberto di Roma. «Sono tornata a studiare. Mi sono iscritta all’università. E gioco a calcetto: è la mia valvola di sfogo», racconta.
Che fase della sua carriera sta vivendo?
«Serena. Ho recuperato tanti aspetti della mia vita che avevo lasciato indietro. Mi sono iscritta alla facoltà di filosofia a Roma Tre. E gioco a calcetto: sembra una stupidaggine, ma per me è una valvola di sfogo».
E la musica?
«È tornata ad essere quello che era all’inizio: un’esigenza vera. Se te la vivi così, non ti crea aspettative e non ti senti male se non fai numeri giganti. Tutte cose che per noi cantanti sono toste, perché la concorrenza è tantissima e ci sono tante uscite ogni settimana. Sono ripartita “Piano piano”, per citare la canzone che dà il titolo al tour, dopo essere tornata in Italia dall’esperienza nel Regno Unito e negli Usa: un’esperienza formativa, per me. Mi piaceva l’idea di ripartire da questo concetto, per ricostruire anche il legame con i fan, senza la fretta di dover fare tutto subito».
APPROFONDIMENTI
Cosa ha preparato per questa serie di concerti?
«Uno spettacolo che è una sorta di libro.
In teatro mi sento a casa. Le canzoni che scrivo nascono sempre in una forma intima, pianofotte e chitarra. La bolla di solitudine che ho sempre cercato nella mia cameretta la ritrovo ora su questi palchi. Ci sarà anche la voce di un narratore tra una canzone e l’altra».
E chi è?
«Sono io, ma la mia voce è modificata con l’intelligenza artificiale. Ho sentito l’esigenza di rimettere in ordine tutte le esperienze che ho fatto, che poi si sono tramutate in musica».
Perché farlo con la sua voce modificata con l’intelligenza artificiale?
«Perché avevo l’esigenza che fosse una terza persona a parlare, non io. Racconto come ero da bambina, cosa è successo dentro di me in alcuni momenti, come ho iniziato a scrivere».
La collaborazione con Sting ha dato altri frutti dopo il singolo e il tour?
«No. Ma ci sentiamo spesso. Gli sono eternamente grata per quello che ha fatto per me».
Cosa ha imparato al suo fianco?
«A spingermi oltre i miei limiti. Dopo grandi tour orchestrali, ora è tornato ad esibirsi in trio, come quando c’erano i Police. È una scelta coraggiosa, perché con pochi elementi sul palco se sbagli una cosa l’errore risulta più evidente, quindi devi essere molto più concentrato, sul pezzo. Quando gli ho chiesto il perché di questa scelta lui mi ha risposto proprio così: “To push myself”, “Per spingermi oltre i miei limiti”. L’insegnamento più bello».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
