Andrea Pezzoli e Giulia Urciuoli di co.arch ci hanno abituati alle loro poliedriche capacità creative: il loro studio milanese si configura come un laboratorio dinamico in cui l’architettura si apre a contaminazioni continue tra interni, prodotto e sperimentazione. Attraverso un approccio collettivo e interdisciplinare, danno forma a spazi e progetti capaci di attivare nuovi comportamenti e immaginari, alimentati anche dal confronto con giovani talenti. Abbiamo apprezzato le installazioni per il Salone del Mobile, il progetto nomade Street Chick ispirato all’izakaya giapponese, fino agli arredi e agli spazi sperimentali tra Milano e Los Angeles, e oggi, all’interno di MIART 2026, presentano una collezione privata che prende forma all’interno di una residenza. A fare da sfondo è il quartiere di Brera, intreccio di stratificazioni storiche: palazzi sette-ottocenteschi con cortili interni, facciate sobrie ma eleganti, balconi in ferro e poi botteghe, gallerie e spazi culturali che contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa tra memoria e continua produzione creativa. È qui che la casa, realizzata anni fa proprio da co.arch, apre le sue porte il 18 aprile, trasformandosi in un dispositivo domestico inedito.

interior view of a dining area visible through a partially opened doorpinterest

francesca iovene

Più che un allestimento, quello messo in scena è un ritorno progettuale. Co.arch rientra in uno spazio già definito per verificarne la capacità di trasformarsi nel tempo, misurandolo con una nuova materia: la collezione dei proprietari. L’arte non si dispone come semplice presenza decorativa, ma agisce come un sistema di forze capace di riorganizzare l’interno, ridefinendo gerarchie, percorrenze e intensità.

interior space featuring three framed artworks and contemporary furniturepinterest

francesca iovene

L’ingresso alla zona giorno è forse il punto più esplicito di questa trasformazione: Personal Accounts (Deinde Falase) di Gabrielle Goliath, articolato su tre schermi, interrompe la continuità domestica e introduce una soglia carica di tensione, dove il linguaggio video e sonoro porta nello spazio dell’abitare una riflessione sul corpo e sulla violenza sistemica. In dialogo, quasi per contrasto, Verde di Giorgio Andreotta Calò lavora su un registro opposto, più rarefatto e organico, offrendo una contro-misura sensibile alla presenza elettronica delle immagini.

display of a torso image on wooden wall within a minimalist settingpinterest

francesca iovene

Nel cuore della casa, Fritz di Diego Marcon — video in CGI del 2024, costruito in loop — diventa occasione per un intervento architettonico mirato: co.arch disegna una lunga panca in legno che integra il sistema di visione e, allo stesso tempo, si impone come elemento autonomo. Qui la tecnica non viene nascosta ma esibita e assimilata, trasformandosi in arredo e struttura percettiva insieme, in una continuità materica con il resto della casa che richiama, quasi in filigrana, anche il tema del trasporto e della conservazione delle opere.

modern dining area with wooden walls and geometric patterned flooringpinterest

francesca iovene

La precisione dell’intervento emerge anche nei gesti più misurati. Nella zona pranzo, Situazione con M. di Chiara Enzo si colloca come punto di condensazione visiva: un’opera di piccolo formato che evita qualsiasi enfasi, richiedendo piuttosto prossimità e attenzione. Poco distante, nella cucina, Minaccia Cavallo di Leonardo De Vito — bassorilievo in terracotta del 2024 — introduce una presenza laterale, quasi narrativa, che incrina la compostezza degli spazi con una vibrazione più materica e figurativa. Tra questi poli, fotografie e lavori di scala ridotta costruiscono un sistema di pause e deviazioni, accompagnando il movimento senza mai saturarlo. È però nella camera da letto che l’equilibrio si ribalta: Noidi Emily Jacir, grande stampa su tessuto nautico del 2021, occupa la parete come un fondale totale. Qui l’opera non si limita a inserirsi, ma assorbe lo spazio, trasformandolo in un ambiente immersivo dove la dimensione domestica si dilata in una percezione quasi scenografica.

Il risultato sfugge a una definizione univoca. Non è una casa-museo né una semplice esposizione temporanea, ma una condizione intermedia in cui abitare e guardare si sovrappongono. In questo scarto sottile si riconosce il lavoro di co.arch: non tanto costruire un evento, quanto attivare una possibilità. Quella di una casa che continua a trasformarsi nel tempo e che, senza smettere di essere vissuta, può rivelarsi come spazio di visione.

bedroom featuring a large red wall hanging with black arabic scriptpinterest

francesca iovene

Il progetto si inserisce inoltre in una dinamica sempre più evidente nel panorama milanese, dove, in occasione di MIART e della art week, anche gli spazi più intimi e non istituzionali entrano a far parte di una geografia espositiva diffusa. Lontano dai circuiti ufficiali ma in sintonia con lo spirito della città, questa apertura restituisce l’idea di un abitare capace di accogliere e rielaborare linguaggi contemporanei. Una dimensione quasi sommersa, ma proprio per questo significativa, in cui la casa smette di essere solo contenitore e diventa, temporaneamente, uno dei luoghi più interessanti in cui osservare le trasformazioni del progetto e dello sguardo.

two framed portraits on a wall in a gallery space with a wooden benchpinterest

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Fautrice di un modello di comunicazione ampio e diversificato già dagli anni ’90, ama esprimere la sua creatività passando dal giornalismo, al press office fino a progetti di branding, digitale o tradizionale.  Appassionata conoscitrice e divulgatrice della sua città, Roma, dai primi anni 2000 scrive di design, food e cultura. Le piace viaggiare per diletto senza mai trascurare l’opportunità di unire l’utile al dilettevole e tornare a casa con spunti per nuovi articoli. Il suo hobby è la fotografia, che esercita con una macchina Sony, ma la sua vera passione sono gli scatti estemporanei riprodotti con il suo IPhone.