di
Gian Guido Vecchi
Papa Prevost si rivolge in portoghese ai 100 mila fedeli durante la celebrazione eucaristica nella «new town» finanziata dalla Cina a una trentina di chilometri da Luanda in Angola
DAL NOSTRO INVIATO
LUANDA (Angola) – I diamanti, il petrolio, gli affari miliardari occidentali e cinesi, la miseria diffusa. Leone XIV parlava ieri della «distribuzione ineguale della ricchezza», facendo notare che «la fede non separa lo spirituale dal sociale» e anzi «dà la forza» per affrontare «le sfide legate a povertà e giustizia». Così ora, davanti a centomila fedeli, Prevost parla in portoghese e scandisce: «Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta».
La «new town» costruita da Pechino
Il Papa celebra al mattino in una spianata a Kilamba, una «new town» a una trentina di chilometri dalla capitale costruita in soli tre anni e completata nel 2012 dalla «Cina International Trust and Investment Corporation», tre miliardi e mezzo di dollari di investimento, 115 isolati, negozi, scuole, presidio sanitari e 750 palazzi che in teoria possono ospitare fino a mezzo milione di abitanti, anche se i prezzi sono assai alti e finora gli abitanti sono settantamila, la minoranza di angolani che se lo può permettere e gli stranieri che lavorano nelle multinazionali. Del resto gli investimenti cinesi in Angola fanno di Pechino il secondo «partner commerciale» del Paese, con affari da oltre venti miliardi l’anno tra investimenti, infrastrutture e prestiti in cambio di petrolio, con relativa tensione tra la manodopera cinese e lavoratori angolani.
In tutto questo, come Francesco nel suo primo viaggio del 2013 in Brasile, Leone XIV sceglie come immagine della Chiesa il brano evangelico della strada verso Emmaus, con i due discepoli che tornano a casa delusi dopo la crocifissione e vengono accostati da Gesù, «una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli», e aggiunge: «In questa scena del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà».
Luanda, la capitale più cara al mondo
La capitale Luanda è considerata la città più cara al mondo, con ville e grattacieli sul lungomare, e c’è gente che vive poco distante tra stamberghe con i tetti di lamiera, canali di scolo e discariche. Luna Nord e Lunda Sud, le province nordorientali al confine con la Repubblica democratica del Congo, custodiscono miniere di diamanti tra le più redditizie del pianeta ma espropri e scavi hanno decimato l’agricoltura e i 750 mila abitanti sono sempre più poveri. Appena arrivato in Angola, il Papa si è rivolto all’intero Paese: «ll vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili». Su 35 milioni di abitanti, l’80 per cento circa ha meno di trent’anni. Così è soprattutto ai giovani che Prevost si rivolge, esortandoli a «ripartire e ricostruire il futuro, rimettere insieme i pezzi della storia e guardare oltre il dolore».
Il Paese è a maggioranza cattolica, il 58 per cento della popolazione: «L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno». Le ultime parole del Papa sono un nuovo invito a non scoraggiarsi: «Oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!».
Alla fine della messa, al Regina Coeli, il pontefice è tornato a parlare dei conflitti in Ucraina e Libano: «Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo», ha esordito. È invece «motivo di speranza» la «tregua annunciata in Libano», ha aggiunto: «Rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente».
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19 aprile 2026 ( modifica il 19 aprile 2026 | 15:12)
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