di
Valerio Cappelli
Il teatro inaugura fra contestazioni e applausi. Il regista Luca Guadagnino: «Indagine umana non politica»
Dal nostro inviato a FIRENZE Leonard Klinghoffer è sulla sedia a rotelle, i quattro terroristi palestinesi, in scena, imbracciano pistole e mitragliatrici. Cantano di non essere criminali ma uomini con ideali. Il dirottamento dell’Achille Lauro, a distanza di 41 anni, vive dentro di noi, non si dimentica. Il Maggio, sul podio Lawrence Renes, regia di Luca Guadagnino alla seconda prova lirica, apre tra molti applausi con The Death of Klinghoffer di John Adams, un’opera satura di sovraccarico ideologico. Se 20 anni fa al Met di New York protestarono le comunità ebraiche, qui alza la voce, fuori dal teatro, un’associazione pro Palestina: «Si rischia di rappresentare la resistenza in chiave terroristica». A mettere le mani avanti, tutti parlano di «opera poetica» e non politica. Ma ascoltare da un’azione criminale le ragioni dell’odio tra israeliani e palestinesi, spiega il rifiuto a riprendere quest’opera da parte di tanti teatri, dalla Germania al Nord Europa.
La nave è simboleggiata da due passerelle, una diventa il ponte, poi il palco si alza scoprendo delle cabine, il salone e la sala comando. All’inizio il coro di palestinesi esiliati canta che Israele ha distrutto le loro terre e le loro case; alla fine una scultura riproduce un corpo martoriato. Alla vittima (Sanford Sylvan), un ebreo americano paraplegico, sparano due volte, da morto canta l’aria del «corpo che cade in mare» (non cade, ci viene gettato, ndr), ma nello spettacolo non si vede; la moglie che ha perso tutte le sue lacrime insulterà il capitano, reo di aver abbracciato i terroristi. Il vero «scandalo», dice il regista, «è che tutti hanno la possibilità di dire la loro verità».
A Firenze la paura per la strumentalizzazione, data la guerra in Medio Oriente, c’era. Lo scontro di ideologie e culture poggia sul dirottamento della nave da crociera nel 1985, preludio alla crisi tra Italia e Stati Uniti sulla base di Sigonella. L’opera ebbe vita travagliata fin dal debutto, nel 1991 a Bruxelles, che coincideva con la guerra del Golfo. Negli Stati Uniti fu accusata di essere filopalestinese e di profanare la memoria di Klinghoffer. Le figlie di Klinghoffer e organizzazioni sioniste sostennero che Adams e la sua librettista Alice Goodman, per la quale «nessun personaggio è eroico», abbiano umanizzato i terroristi palestinesi, creando «una falsa equivalenza morale».
Guadagnino getta sul fuoco tutta l’acqua che trova: «È un’indagine sull’interiorità umana» e sul dolore. Non teme le polemiche: «Non è cronaca ma una trasfigurazione che si avvicina alla solennità dell’oratorio. Il cosiddetto scandalo che ha accompagnato Klinghoffer non è di natura politica ma umana». Non ci sono arie o recitativi, il libretto è ricco di riferimenti biblici e coranici, la musica un flusso di energie tra elettronica, sintetizzatori e amplificazione, «non per aumentare il volume ma per dialogare col modo attuale di ascoltare». Per il regista «non esiste un bianco e nero, pensare in questi termini significa tradire l’opera». In un ecumenismo etico per cui non si accusa e non si assolve nessuno, «i personaggi, e noi con loro, siamo chiamati a entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è distante e difficile da accettare». Restano le sofferenze del popolo palestinese, i bombardamenti di Netanyahu. Ma qui si parte da un’oscenità: un disabile ebreo gettato in mare.
19 aprile 2026 ( modifica il 19 aprile 2026 | 20:56)
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