di
Giuseppe Sarcina
E ora a Washington si teme di dover scendere ad accordi al ribasso
Donald Trump prova a uscire dalla «trappola di Hormuz» in cui è caduto ormai da settimane, anche per la spinta di Benjamin Netanyahu. Il presidente americano annuncia che oggi ci sarà un altro giro di colloqui diretti tra la delegazione americana e quella iraniana a Islamabad, in Pakistan. Gli iraniani replicano seccamente: noi non ci saremo. Vedremo: il quadro cambia di ora in ora.
Ma chi ha più fretta di arrivare a un accordo è proprio Trump. Perché? La sua strategia iniziale si è visibilmente sfaldata. Pensava di poter ammansire la teocrazia iraniana, eliminando la Guida suprema Ali Khamenei; si ritrova davanti un Paese in pieno arrocco politico e militare, sempre più nelle mani dei pasdaran, l’ala più dura del regime.
Prima dell’attacco di Usa e Israele, la «minaccia iraniana» si poteva ricondurre, essenzialmente, alla «questione nucleare». Adesso l’avventurismo trumpiano ha consegnato agli ayatollah una leva insperata, l’apertura o il blocco di Hormuz, da manovrare come la chiusa di un fiume interno, quando, invece, è uno dei passaggi da cui transita, in acque internazionali, il 20% del fabbisogno di petrolio mondiale.
Questa somma di errori colloca Trump in una posizione di oggettivo svantaggio negoziale. Adesso vuole un’intesa al più presto, perché ha dovuto prendere atto che la dittatura di Teheran regge, mentre, ogni giorno di più, aumentano i rischi per l’economia mondiale.
Sarebbe logico, quindi, aspettarsi una strategia diversa da parte della Casa Bianca. Nei giorni scorsi, il sito Axios ha rivelato che gli americani sarebbero disposti a restituire agli iraniani beni finanziari congelati all’estero per un valore di 20 miliardi di dollari. In cambio gli ayatollah dovrebbero rinunciare definitivamente all’arricchimento dell’uranio per fabbricare la bomba atomica.
Trump, però, ha smentito sui social: «Non ci sarà passaggio di denaro». Altro spunto: sempre i media americani riferiscono che l’11 aprile scorso, le due parti avrebbero analizzato nei dettagli la possibilità di una «moratoria nucleare». Il vice presidente JD Vance, affiancato dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbe chiesto alla controparte, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, di rinunciare per vent’anni all’arricchimento dell’uranio. Risposta: possiamo fermarci al massimo per cinque anni.
Il confronto si sarebbe interrotto lì, ma la comunità diplomatica internazionale aveva colto un segnale positivo. Dallo scontro totale massimalista (o tutto o niente) si era passati alla disponibilità a ragionare sui tempi. Come dire: ci muoviamo sullo stesso terreno, dobbiamo capire dove ci possiamo incontrare.
Trump, però, ha stroncato pubblicamente anche questo tentativo. Non solo ha detto che gli ayatollah non dovranno avere mai più la possibilità di arrivare alla Bomba, ma ha anche aggiunto che gli iraniani sono d’accordo. Da Teheran è arrivata prima la risposta nel merito: nessuno ci può togliere l’accesso al nucleare. Poi il rifiuto a riprendere la trattativa, fino a quando gli americani non toglieranno il blocco navale al largo di Hormuz.
Ora, la contraddizione trumpiana pare evidente: difficile raggiungere velocemente un’intesa senza alcuna apertura al compromesso. Inoltre, abbiamo già visto che le minacce di distruggere gli impianti energetici non hanno smosso i pasdaran. Trump, però, insiste anche con quelle. Nelle capitali europee e nei Paesi del Golfo si teme che, alla fine, il presidente americano possa accettare un «accordicchio», una soluzione generica, senza risolvere fino in fondo la questione nucleare e lasciando lo stretto di Hormuz in una situazione precaria. Cattivi presagi alimentati da una certezza: Trump ha iniziato la guerra senza consultarsi con gli alleati e si prepara a chiuderla nello stesso modo.
20 aprile 2026
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