di
Federico Fubini
Tra guerra, shock energetico e tensioni globali, i mercati salgono spinti da liquidità, fede nell’AI e dinamiche collettive che premiano il conformismo degli investitori
Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.
Allora, provo a riassumere. Per la prima volta nella storia il canale da cui passa un quinto di tutto il petrolio del mondo, un quarto del gas naturale liquefatto, un terzo dei fertilizzanti e molto altro è chiuso. Da quasi due mesi. Ottanta impianti dell’energia sono danneggiati dai combattimenti in tutta l’area del Golfo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, dice che siamo di fronte a uno choc pari almeno al primo e secondo choc petrolifero e a quello della guerra in Ucraina «messi insieme». In dodici Paesi sono già in vigore razionamenti.
L’incertezza e il Fondo monetario
Quanto ai negoziati di pace, l’Iran non sembra intenzionato a inviare una delegazione agli incontri oggi a Islamabad. E per la prima volta nella storia il presidente degli Stati Uniti d’America minaccia una nazione nemica di compiere contro di essa crimini di guerra («distruggeremo le vostre centrali elettriche») e crimini contro l’umanità («un’intera civiltà morirà»). L’incertezza è tale che il Fondo monetario internazionale rivede le proprie previsioni sull’economia mondiale ogni due settimane e, in una vicenda separata, sui mercati finanziari le perdite nei fondi di credito privato sono stimate di almeno tremila miliardi di dollari.
Intanto dall’inizio della guerra a venerdì 17 aprile il valore del principale indice di Borsa a Wall Street, lo S&P500, è salito di oltre 2.500 miliardi: più o meno come il prodotto lordo dell’Italia. Sette imprese da sole vi hanno aggiunto 1.500 miliardi mentre i droni e i missili volavano nel Golfo. Dall’inizio del conflitto a venerdì 17 aprile il titolo di Amazon è salito del 22%, quello di Broadcom (semiconduttori e software) del 26%, Alphabet-Google del 9%. E né le imprese tecnologiche, né gli Stati Uniti in genere sono un caso isolato. Il principale indice azionario di Milano, il Ftse-Mib, è salito del 3,6% dall’inizio della guerra a venerdì sera; negli ultimi venti giorni è cresciuto del 14% (vedi grafico sotto), appena meno del principale indice giapponese che è salito del 16%. Lo spread fra titoli italiani e tedeschi a dieci anni non è lontano da minimi non più visti da decenni. Lo stesso prezzo dei futures sul petrolio corretto per l’inflazione (i barili fisici sono un’altra storia) è molto sotto ai livelli del 2022, ma anche a tutto il periodo fra il 2009 e il 2015. I mercati finanziari fino alla correzione di oggi hanno abbondantemente festeggiato. Ma cos’hanno da festeggiare?
È possibile che chi opera più attivamente sui mercati finanziari abbia in testa qualcosa che gran parte delle persone valutano meno spesso. L’intelligenza artificiale generativa è realmente un fattore rivoluzionario e rende l’inflazione meno temibile per le imprese che l’adottano. Queste diventano capaci di produrre di più in meno tempo e, prima o poi, di ridurre il personale e dunque i costi senza risentirne nelle loro operazioni. Non dico sia indolore e, in questo momento, non giudico. Ma gli operatori vedono che l’anno scorso Microsoft ha licenziato il 7% del personale, continua ad aumentare la sua redditività, vale più di tremila miliardi (trecento miliardi in più solo dall’inizio della guerra) e il suo titolo non è neanche caro in proporzione a quanto guadagna.
Il caffè «artificiale»
Poi c’è una dimensione che si appoggia alla realtà, ma riguarda la psicologia di chi partecipa al mercato. Le parole «intelligenza» e «artificiale» sono diventate magiche: basta spruzzarle da qualche parte per far salire un titolo. Qualche giorno fa Starbucks, la catena del caffè, ha introdotto uno strumento nella app di ChatGPT che risolve il tuo problema se al mattino non hai voglia di parlare; guarda una tua foto e giudica con l’AI di che caffè puoi avere bisogno stamattina: «Che ne dici di un Iced Caramel Machiato?» (una sola “C”, giuro). Poi c’è il caso Allbirds e qui devo cercare di restare serio. Le Allbirds sono delle scarpe di tela che si vendevano negli Stati Uniti a prezzi ridicoli, prima che gli ultimi clienti scoprissero l’assurdità dell’idea stessa. Il titolo crolla del 99,5%, l’azienda vende tutto e resta giusto una scatola vuota con i suoi debiti. A quel punto qualcuno ha un’idea: cambia il nome in NeuBirdAI e annuncia che l’azienda «sta costruendo soluzioni di intelligenza artificiale generativa per complessi ambienti nativi del cloud». Non ho capito cosa voglia dire, o se voglia dire qualcosa, ma martedì scorso il titolo è salito del 582% mentre i negoziati fra America e Iran saltavano.
Meglio sbagliare insieme?
E certo, uno può continuare con i casi del genere. Ma c’è qualcosa di più serio nel divorzio fra i mercati finanziari e il mondo che ne è al di fuori. Qualcosa che tocca i meccanismi profondi della società dopo una successione in pochi anni di crisi e choc prima inimmaginabili (Lehman Brothers, crisi dell’euro, Covid, Ucraina, i dazi di Trump e ora la guerra del Golfo, solo per stare ai principali). In primo luogo, immaginate di avere la responsabilità di gestione di molto denaro di un fondo d’investimento. Diceva John Maynard Keynes: «La saggezza degli uomini di mondo insegna che per la propria reputazione è meglio fallire in modo convenzionale, che riuscire in modo non convenzionale». È meglio perdere i soldi dei propri clienti investendo come investono tutti i vostri colleghi – non sarà colpa vostra, «è accaduto qualcosa di imprevedibile» – che rischiare di guadagnarne facendo qualcosa di testa vostra. Nel mondo di oggi significa restare sempre investiti, con masse crescenti di denaro. Anche perché si rischia di perdersi il rimbalzo che arriverà a qualunque spiraglio possibile di una soluzione, come nelle ultime settimane.
Perché alla successione di choc e crisi le grandi banche centrali del pianeta (Federal Reserve, Banca centrale europea, Banca del Giappone) hanno reagito perlopiù proprio così: creando denaro. I loro bilanci nel complesso sono cresciuti da poco più di tremila miliardi nel 2007 a 17 mila miliardi oggi, con un lieve calo sono negli ultimi anni. Il mondo è pieno di liquidità che va investita da qualche parte. E proprio questi interventi per salvare l’economia mondiale da Lehman, poi dal dramma dell’euro, poi dal Covid, poi le marce indietro di Trump sui dazi un anno fa di fronte al terremoto sui mercati, hanno radicato negli investitori un’idea ormai molto profonda nella loro psiche: tanto alla fine arriva la cavalleria e ci toglie dai guai. Non può essere un caso se nel 2025, dopo il dietrofront di Trump seguito al Liberation Day, e poi di nuovo questo mese con la tregua abbiamo assistito a rimbalzi di borsa fra i più rapidi della storia. Centinaia di migliaia di investitori, migliaia di miliardi di dollari in giro per il mondo sono sempre posizionati per uno happy ending. Anche di fronte alle peggiori catastrofi. È come un thriller per adolescenti: tanto alla fine arrivano i buoni e ci salvano.
Se chiedi a un operatore di mercato, non lo descriverà così. Dirà che era logico che dovessero prevalere le soluzioni «razionali». Sono anni che ne sento alcuni dirmi che a un certo punto l’Ucraina dovrebbe arrendersi e le borse europee guadagnerebbero un bel 20%. Sono settimane che ne sento alcuni dirmi che Trump sicuramente sa quello che fa in Iran, perché ha dimostrato di sapere il fatto suo in Venezuela: come se piegare un popolo millenario di 90 milioni di persone e controllare il Golfo sia paragonabile a rapire il capobanda di un regime centroamericano.
Il trionfo di Samuelson
Non è immaturità. È qualcosa di più profondo, che ha avuto un ruolo decisivo nel dare forma ai nostri sistemi nei quasi quarant’anni dalla caduta del Muro. Le scuole di pensiero economico che trionfarono allora nel mondo politico – dopo vent’anni di dominio nelle grandi università americane – condizionano ancora gli operatori a pensare che tutto andrà bene. Quelle scuole si fondano su poche idee molto forti. L’uomo è un agente perfettamente razionale che opera per massimizzare il proprio benessere economico, così beneficiando l’intera società. I mercati sono sempre efficienti, luoghi una saggezza collettiva, in grado di assorbire ed esprimere attraverso il prezzo di un titolo tutte le informazioni disponibili nel mondo. I prezzi dunque sono sempre «giusti». I sistemi economici tendono sempre a ritrovare il loro equilibrio, sia per il miracolo dell’azione di domanda e offerta, sia per l’occasionale intervento pubblico. E tutto questo lo si può modellare, come se le vicende degli uomini rispondessero a leggi simili a quelle della fisica.
Economisti come Milton Fridman o Paul Samuelson influenzano ancora oggi la psicologia di masse di investitori sui mercati più di quanto essi stessi non capiscano. Diceva sempre Keynes che le idee degli economisti e dei filosofi politici, «sia giuste che sbagliate», sono più potenti di quanto si creda e «uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto».
La saggezza di Biden
Queste credenze e dottrine – l’uomo come agente razionale, i sistemi collettivi che si riequilibrano spontaneamente – sono state alla base dell’«economista imperiale». Un nuovo modello di intellettuale universale, come i filosofi o romanzieri in altri tempi. Per decenni dopo la caduta del Muro esperti di mercati finanziari o bilanci societari sono stati interpellati e si sono pronunciati su tutto: sul clima, la demografia, ovviamente la politica e la geopolitica. Ora però la rottura dei quarant’anni gloriosi seguiti al crollo del Muro, incarnata da Trump, segna anche il declino di questo modello di economista come intellettuale universale. Già Joe Biden aveva estromesso gli economisti dalla sua amministrazione. Capiva che il modo di pensare di molti di loro non riesce a fare i conti con il collasso dell’ordine internazionale, che riflette la crisi sociale e istituzionale degli Stati Uniti. Siamo di fronte a fenomeni storici che funzionano secondo criteri diversi, rispetto a quelli sui cui sono addestrati loro. Ancora Keynes, nel saggio sulle prospettive economiche per i nostri nipoti: «Se gli economisti riuscissero a farsi considerare come persone umili e competenti, allo stesso livello dei dentisti, sarebbe meraviglioso».
Ma non chiedetemi come finirà, né nel Golfo né sui mercati finanziari. Sono troppo abituato a pensare in modo razionale per avvicinarmi a capirlo.
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20 aprile 2026 ( modifica il 20 aprile 2026 | 11:45)
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