di
Monica Guerzoni

Il ministro: noi possiamo partire, ma prima serve la tregua. Gli Usa? Ci hanno chiesto, non formalmente, di scendere in guerra al loro fianco ma l’Italia non può farlo con nessuno, lo dice la Costituzione

Ministro Guido Crosetto, l’Iran ha richiuso Hormuz e Trump minaccia di distruggere centrali e ponti se non accetterà un negoziato. Vede vie d’uscita, o la sicurezza e l’economia del mondo resteranno appese ai ricatti degli Ayatollah?
«La nuova chiusura dello Stretto di certo non stupisce, perché Hormuz è diventato il punto nevralgico di questa guerra. L’Iran ha capito che non poteva combatterla, né vincerla sul suo territorio e l’ha allargata ai Paesi del Golfo, a Hormuz e quindi al resto del mondo. Sarà una trattativa lunga, continua, complicata».

I Pasdaran sono più forti di prima e rivendicano il «diritto al nucleare». È stato un grave errore di Trump e Netanyahu attaccare l’Iran, fornendogli una potente arma di ricatto?
«Se guardiamo lo scenario dal punto di vista nazionale, italiano o di qualsiasi altra nazione che sta subendo le conseguenze di questa guerra si è trattato di un grave errore, sì. Ma dal punto di vista israeliano la possibilità che l’Iran abbia la bomba atomica o aumenti la sua capacità di lancio di missili anche non atomici è una questione esistenziale, di sopravvivenza».



















































Comprende anche le ragioni di Trump?
«Gli Usa ritengono che l’Iran sia un elemento di totale destabilizzazione del mondo per il terrorismo diffuso e per i proxy, Hamas, Hezbollah e Houti. Ma soprattutto, nella visione di America First, l’Iran è uno dei più grandi produttori di petrolio e quindi è un asset cruciale che gioca un ruolo fondamentale nella prospettiva dello scontro con la Cina. La potenza dominante cerca nell’energia un vantaggio sulla potenza emergente, con cui ha perso la sfida su materie prime e terre rare».

Quante navi cacciamine invierà l’Italia a Hormuz?
«C’è una spinta della comunità internazionale, che punta a mettere in sicurezza Hormuz e a far sì che riprenda la libera e pacifica navigazione delle merci a pieno regime. L’Italia, che ha una delle migliori marine militari del mondo, potrebbe pensare ad assetti cacciamine. Da 20 giorni ho detto al capo della Difesa e della Marina di tenersi pronti con due navi. Ma per inviarle occorre la fine delle ostilità, perché nessuno vuole entrare in una guerra».

Davvero ci vorranno anni perché il flusso di petrolio e gas torni a com’era prima del conflitto?
«Ma no, una volta che hai garantito la sicurezza, le navi si muovono. I flussi potrebbero riprendere da subito, quasi con la stessa velocità di prima. Per l’impianto di gas liquido danneggiato in Qatar invece sì, potrebbero volerci anche tre anni. Il tema è quando sarà possibile inviare le navi. La comunità internazionale potrà accedere a Hormuz solo dopo la tregua, per non trovarsi in una zona di guerra. E il governo italiano passerà dal voto del Parlamento, che per noi è un passaggio dovuto, obbligatorio, fondamentale».

APPROFONDISCI CON IL PODCAST

Le opposizioni chiedono un mandato chiaro dell’Onu. Le ascolterete o tirerete dritto in ogni caso?
«Il primo Paese a chiedere un intervento dell’Onu, già mesi fa e su mia esplicita dichiarazione, è stata l’Italia e non solo per la guerra in Iran. Sono contento che ci arrivi anche l’opposizione. Mi auguro che ci sia l’egida dell’Onu, ma non mi formalizzerò se invece ci saranno 42 nazioni con un mandato e una forza multilaterale di pace. E non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo».

Meloni manderà le navi anche senza Trump?
«Il primo ad avere interesse che Hormuz torni navigabile sarà proprio Trump, il giorno che finirà la guerra».

È credibile la conversione a U della premier, da ponte con la Casa Bianca a volenterosa europeista? Dal Nobel per la pace a Trump, alle affettuosità con Macron?
«Non mi pare ci sia stata alcuna conversione, Giorgia Meloni continua a mantenere la linea di sempre. Il dialogo con gli Usa è necessario. Qualsiasi premier Ue deve parlare con gli Usa, chiunque sia il presidente in carica. L’alleanza tra Ue e Usa è il presupposto della nostra deterrenza».

Meloni sta provando a ricucire il «rapporto privilegiato» con Trump?
«A Meloni è stato riservato una volta sola il trattamento che hanno subito decine di volte Macron, Starmer, Merz, Zelensky e altri leader. Quanto al ricucire, è una questione di tempo. L’Italia è sempre stata disponibile alla cooperazione con gli Usa. Ma quando Trump ci ha chiesto, non formalmente, di scendere in guerra al loro fianco contro l’Iran, il tema non è stato Meloni. È che l’Italia non può scendere in guerra con nessuno, lo dice la Costituzione».

Quanto ha pesato il suo no all’uso della base di Sigonella ai bombardieri Usa, in volo a marzo verso l’Iran?
«Non ha pesato nulla. Gli americani sono i primi a sapere quali siano le regole e a volerle rispettare. E sanno che se abbiamo detto no è stato perché non potevamo dire di sì».

Trump minaccia di non sostenere più l’Italia. Prevede ritorsioni?
«Non penso sarà così. Qualcuno dei suoi collaboratori gli spiegherà la verità, quali sono le nostre regole d’ingaggio. Trump prenderà atto di aver dato un giudizio ingeneroso e affrettato sull’Italia».

È preoccupato per i nostri soldati in Libano, dopo l’uccisione del francese?
«Sono preoccupato per il Libano e non da oggi. Quel che è successo al soldato francese è da attribuire a Hezbollah, che è la prima a non volere la pace. Sono un’organizzazione terroristica e sanno che la pace e l’eventuale disarmo corrispondono alla loro fine».

Lei ha detto che Unifil non ha più senso. Le regole di ingaggio cambieranno?
«Sono stato il più duro interlocutore delle Nazioni Unite, cui ho chiesto più volte un cambio di passo e di regole con atti ufficiali, a maggiore protezione dei nostri militari. Da due anni avevo chiesto all’Onu di consentire ai contingenti un modo diverso di operare, dicendo che se avesse fallito Unifil, sarebbe entrato l’esercito israeliano. Così è stato. Ora Unifil è in ritardo per cambiare perché a dicembre finirà. E dovremo pensare come sostituirla. Perché un Libano che esplode è l’ennesimo problema per il mondo».

Nel 2027 sospenderete il bando Ue al gas russo?
«È un dibattito che mi fa sorridere. Sembra che la Russia ci regalerebbe il gas, invece il prezzo sarebbe di mercato, lo stesso che paghiamo all’Algeria o all’Azerbaijan».

Si è aperta la lunga battaglia elettorale. Cosa vede all’orizzonte per la destra, vittoria o sconfitta?
«Vedo atti molto forti e complessi che il governo deve fare sull’economia, la sburocratizzazione, la crescita».

Per il Fmi l’Italia è fanalino di coda in Europa.
«Bisogna tagliare un po’ di fili. È la tela di Penelope. Il governo fa e qualcuno disfa».


Vai a tutte le notizie di Roma

Iscriviti alla newsletter di Corriere Roma

20 aprile 2026 ( modifica il 20 aprile 2026 | 07:53)