Davvero Donald Trump potrebbe decidere, da solo, l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato? Questa minaccia va presa sul serio? Quali sono le probabilità che si realizzi, e quali sarebbero le conseguenze? Un retroscena cruciale – e dimenticato – dice quanto il rischio sia considerato reale. 

Alla fine del 2023, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden, il Congresso approvò con una larga maggioranza bipartisan una legge che proibisce al presidente degli Stati Uniti proprio questo: decidere da solo l’uscita dalla Nato. Uno dei co-firmatari di quella legge era… Marco Rubio, allora senatore repubblicano, oggi segretario di Stato e capo del National Security Council.



















































La tempesta di reazioni scatenata dagli attacchi al Papa aveva messo quasi in ombra, e comunque aveva fatto passare in secondo piano, la questione atlantica. Eppure questa è la più importante. Gli attacchi al pontefice possono avere indignato e alienato una parte del mondo cattolico americano che aveva votato per Trump. Ma le conseguenze si limitano a questo. 

Invece l’eventuale uscita dalla Nato sarebbe un cataclisma geopolitico, chiudendo una storia durata 80 anni. Questa possibilità, Trump l’aveva ventilata e minacciata già durante il primo mandato. Allora non ebbe seguito. Ma nel quadriennio 2017-2020 lui era circondato da repubblicani del vecchio establishment che si adoperavano per controllare i suoi impulsi. Oggi questo è meno vero, anche se Rubio esercita un’influenza moderatrice ed è un ostacolo a eventuali riavvicinamenti con Putin.

La posta in gioco, ridotta all’osso, è proprio questa: se l’America esce dalla Nato, viene meno quella protezione contro l’imperialismo russo che ha consentito all’Europa occidentale un periodo eccezionalmente lungo di pace (Pax Americana, per l’appunto) mentre tutt’intorno divampavano conflitti, alcuni dei quali hanno anche lambito le frontiere Ue come la guerra dei Balcani (anni ’90) o le ripetute invasioni armate di Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968), Georgia (2008), Ucraina (2014 e 2022), ma senza mai violare i confini Nato. 

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Una Nato senza Stati Uniti non ha senso. Al suo posto potrebbe nascere una difesa comune europea, di cui per adesso vediamo solo dei virgulti iniziali, pieni di debolezze e limitazioni. C’è un robusto e trasversale partito putiniano, a destra e a sinistra, che in molti paesi europei è pronto a stappare lo champagne. L’argomentazione ufficiale l’avete sentita mille volte: la minaccia russa non esiste, è un’invenzione della propaganda americana e dei «mercanti di cannoni», finalmente la morte della Nato libererà l’Europa dal tallone dell’unico imperialismo vero, quello americano. Se ci credete, Trump è il vostro uomo: potrebbe realizzare i vostri sogni.

Un’argomentazione più sottile dice: la Nato è già morta. La sua credibilità dalla nascita ad oggi non dipendeva dall’articolo 5 che richiede di entrare in guerra per difendere un alleato aggredito. Quell’articolo è solo una frase scritta sulla carta di un documento legale. Vale solo finché l’America ha la volontà politica di mantenere i suoi impegni. Vale solo finché i potenziali aggressori credono che lo scudo americano ci sarà. Trump ha già distrutto quella credibilità, annullare la partecipazione al Trattato atlantico e uscire dalla Nato sarebbe solo il gesto formale, la ratifica di un abbandono che nei fatti sta accadendo. 

Oggi Putin ha già delle buone ragioni per pensare che l’Europa non verrebbe difesa dagli Stati Uniti. Nei calcoli del Cremlino forse la Nato è già morta, o comunque in caduta di credibilità. Per adesso le forze armate russe sono impantanate sul fronte ucraino, ma se dovesse cedere quella barriera – ad oggi la vera «difesa europea», l’unica degna di questo nome: i soldati di Kiev – i calcoli di Mosca potrebbero cambiare.

Trump non è eterno. E negli Stati Uniti – incluso dentro il partito repubblicano – esiste una constituency pro-Nato, che considera il legame con l’Europa come un patrimonio fondamentale, irrinunciabile: per ragioni economiche, geopolitiche, culturali. Se Trump sta facendo una fatica enorme – e con risultati modesti – a far accettare la guerra in Iran alla sua base, sarebbe ancora più in difficoltà qualora tentasse di far digerire l’abbandono della Nato.

Resta un fatto fondamentale: lui può farlo, quell’uscita dall’alleanza è una decisione che rientra nell’ambito delle sue prerogative.
Lo ha spiegato in questi giorni John Yoo, uno dei più noti giuristi e costituzionalisti americani contemporanei, docente all’Università della California a Berkeley, figura influente nel dibattito sul potere esecutivo negli Stati Uniti e già protagonista di importanti controversie durante l’amministrazione Bush. Yoo, di origine sudcoreana, è repubblicano.

Yoo parte dal dato politico: la guerra in Iran ha incrinato il rapporto transatlantico. Gli europei, pur alleati storici di Washington, hanno rifiutato di sostenere militarmente gli Stati Uniti. Conosciamo le ragioni europee: questa guerra non gli è stata spiegata, è stata lanciata senza chiedere il loro parere, non ne condividono le ragioni, non è la «loro» guerra. Sta di fatto che per la Casa Bianca il petrolio del Golfo serve molto agli europei, poco agli americani; però gli europei non difendono le vie d’accesso a quel petrolio. 

La Spagna ha negato agli Usa l’uso delle basi e dello spazio aereo; la Francia ha rifiutato autorizzazioni per operazioni militari dirette verso l’Iran o di supporto a Israele; il Regno Unito ha posto limiti alle operazioni offensive da basi britanniche; l’Italia ha impedito l’uso della base di Sigonella per bombardieri americani. Altri paesi europei hanno offerto un sostegno discreto, ma nessuno ha partecipato direttamente alle operazioni per riaprire lo Stretto di Hormuz o proteggere il traffico marittimo.

Trump, deluso dagli alleati, ha sostenuto di poter uscire dalla Nato da solo, senza bisogno del Congresso (dove non avrebbe i voti necessari). È su questo che si concentra l’analisi di Yoo: al di là del giudizio politico su una simile mossa, esiste davvero un potere costituzionale del presidente di uscire unilateralmente da un trattato internazionale?

La Costituzione americana funziona in modo molto diverso dalle costituzioni europee. Negli Stati Uniti la separazione dei poteri tra esecutivo (il presidente) e legislativo (il Congresso) è molto più rigida, e soprattutto il presidente ha competenze dirette in politica estera che in Europa sono spesso condivise o subordinate ai parlamenti. Yoo sostiene che, dal punto di vista costituzionale, la risposta è chiara: il presidente può uscire da un trattato senza il consenso del Congresso. La Costituzione, all’articolo II, attribuisce al presidente il potere di stipulare trattati, ma con il consenso dei due terzi del Senato. Questo è un punto fondamentale: il Senato interviene solo nella fase di creazione del trattato. La Costituzione, invece, non dice nulla sulla sua eventuale revoca. Questo silenzio, per Yoo, è decisivo: tutto ciò che non è esplicitamente sottratto al presidente rientra nei suoi poteri esecutivi.

Qui entra in gioco un concetto chiave della tradizione costituzionale americana: attribuisce al presidente il potere esecutivo nella sua totalità. A differenza del Congresso, che possiede solo i poteri esplicitamente elencati, il presidente gode di una competenza generale. E la politica estera, storicamente, è considerata una funzione tipicamente esecutiva.

Il secondo pilastro dell’argomentazione è la storia costituzionale americana. Yoo richiama uno dei primi grandi dibattiti della giovane repubblica, quello tra Alexander Hamilton e James Madison durante la Rivoluzione francese. Quando la Francia rivoluzionaria chiese agli Stati Uniti di onorare un trattato di alleanza del 1778, il presidente George Washington decise di mantenere la neutralità. Madison sosteneva che fosse il Congresso a dover decidere; Hamilton replicava che la politica estera spettava al presidente. 

Questa disputa — nota come dibattito tra «Pacificus» e «Helvidius» — è fondamentale perché anticipa il principio che il presidente è l’organo principale nelle relazioni internazionali. Questo precedente è importante perché va alle origini dell’isolazionismo dei Padri Fondatori: pur di non farsi invischiare nelle guerre europee, gli americani tradirono quella Francia che li aveva aiutati a liberarsi dal giogo imperiale inglese.

Yoo aggiunge che, nel corso della storia americana, diversi presidenti hanno effettivamente terminato trattati senza il consenso del Congresso. Tra questi cita Abraham Lincoln, Franklin Roosevelt, Ronald Reagan e George W. Bush. Un caso particolarmente rilevante è quello del 1979, quando Jimmy Carter decise di interrompere il trattato di difesa con Taiwan. Il Congresso protestò, ma la Corte Suprema si rifiutò di intervenire, considerandolo un conflitto politico e non giuridico.

Yoo affronta anche un’obiezione intuitiva: se per fare un trattato serve il Senato, non dovrebbe servire anche per cancellarlo? È un’idea di simmetria che può sembrare logica, è sbagliata. Se fosse vera, molti trattati diventerebbero praticamente irreversibili, perché richiederebbero una maggioranza qualificata molto difficile da ottenere. La storia dimostra che non è così: gli Stati Uniti hanno spesso abbandonato accordi internazionali senza seguire quella procedura.

Veniamo alla legge del 2023, approvata durante la presidenza Biden, che vieta al presidente di uscire dalla Nato senza il consenso del Congresso. La misura Kaine-Rubio fu incorporata nel National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2024. In Senato quel pacchetto passò con un voto bipartisan molto largo, 87 a 13; alla Camera l’NDAA fu approvato 310 a 118. 

Questo indica che la norma non fu una bandierina democratica, ma una scelta sostenuta da una parte consistente del partito repubblicano istituzionale. Secondo Yoo però quella legge è semplicemente incostituzionale, perché tenta di limitare un potere esecutivo fondamentale. Il Congresso può esprimere una posizione politica, ma non può modificare l’equilibrio dei poteri stabilito dalla Costituzione. Se Trump volesse davvero uscire dalla Nato, la Corte suprema gli darebbe ragione: può farlo da solo.

Lo stesso Yoo introduce una distinzione fondamentale tra diritto e politica. Dal punto di vista giuridico Trump ha il potere di uscire dalla Nato. Dal punto di vista politico, però, sarebbe un grave errore. La Nato, ricorda, è stata per quasi ottant’anni uno dei pilastri della sicurezza occidentale: ha contenuto la Russia, ha stabilizzato l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, ha permesso agli Stati Uniti di proiettare la loro potenza globale.

20 aprile 2026, 12:36 – modifica il 20 aprile 2026 | 14:56