di
Lorenzo Cremonesi
Tra droni, barchini e razzi, la guerra asimmetrica dello Stretto costringe i comandi statunitensi a inventare nuove tattiche per individuare
e attaccare un nemico più debole, ma agile, e nascosto tra mare e terra
Per comprendere la sfida per il controllo dello Stretto di Hormuz aiuta una sguardo alle carte geografiche. Nel suo punto più stretto il corridoio d’acqua misura circa 35 chilometri e per almeno una cinquantina di lunghezza le petroliere e le grandi navi cargo hanno pochissimo spazio di manovra. Lo stesso vale per le unità da battaglia, anche quelle americane, che, pur se super difese dal meglio delle tecnologie belliche d’avanguardia, devono comunque dribblare tra i bassi fondali, le isole e gli isolotti sia lungo le coste iraniane che dell’Oman. I militari iraniani e soprattutto le unità scelte dei pasdaran, motivate dallo spirito di sacrificio totale della rivoluzione islamica sciita, per cui è considerata un’onta personale non morire da martire nel fuoco dello scontro col nemico «infedele», dispongono di armi poco sofisticate ma letali per imporre il loro diktat.
Prima di tutto i droni aerei, che servono sia per osservare i movimenti del nemico ma soprattutto sono utili per colpire. Sono semplici, facilmente costruibili, costano molto poco e soprattutto sono in grado di confondere i radar americani e i loro costosissimi sistemi di difesa navale coi razzi e droni antidroni. Immaginate l’incubo di un comandante americano, il quale all’improvviso vede apparire sui radar ondate di droni kamikaze che in un paio di minuti (probabilmente meno di 5) da semplici anfratti lungo la costa possono gettarsi sulle navi. A loro si aggiungono razzi di ogni tipo, persino quelli antiaerei modello «Strela» che possono essere sparati dalla spalla di un soldato.
Altro attore, i barchini in grado di sfiorare i 200 chilometri all’ora, a patto ovviamente che le acque siano calme. Dall’inizio dell’aggressione israelo-americana, lo scorso 28 febbraio, sappiamo che decine di questi barchini sono stati distrutti a colpi di bombe dall’aria mentre erano ormeggiati nelle loro basi sulla costa del Golfo. Ma sembra che molti siano stati messi in salvo, camuffati, ancorati nelle baie minori e utilizzati per sparare alle navi civili tra venerdì e sabato scorsi. Gli americani appaiono nettamente a malpartito in questa difficile sfida asimmetrica, dove le tattiche della guerriglia mordi e fuggi vengono applicate tra le onde e le nebbie per la calura del Golfo. Dopo avere messo fuori uso larga parte delle unità pesanti della marina iraniana, i comandi Usa si trovano ora a dover reinventare i sistemi di individuazione e distruzione di un nemico molto più debole, ma agile, determinato e ben nascosto tra mare e terra.
Uno sguardo sulle sette settimane di conflitto rivela che la guerra navale per Hormuz ha causato soprattutto vittime civili. Secondo la società di analisi dei rischi marittimi Windward, dal 28 febbraio si sono verificati almeno «68 incidenti», che hanno visto coinvolte 31 navi commerciali e 37 infrastrutture energetiche offshore come piattaforme petrolifere, impianti per il gas e infrastrutture portuali. Un quinto del mercato energetico mondiale resta paralizzato. Da Washington viene specificato che dall’inizio del blocco del traffico commerciale iraniano e dei suoi porti almeno 27 navi sono state fermate e ricacciate indietro. L’atto americano sino ad ora più rilevante è stato il fermo di un cargo iraniano domenica mentre cercava di transitare per Hormuz. Teheran replica che questo «atto di pirateria» non resterà impunito. Lo stesso Donald Trump ha spiegato che un’unità lanciamissili americana nel Golfo di Oman ha ordinato al cargo iraniano «Touska» di fermarsi, quindi, scrive sui social, «la nave è stata fermata immediatamente a colpi di cannone che hanno causato uno squarcio nella sala macchine».
Teheran reagisce minacciando una risposta «appropriata», negando che in questo contesto possano tenersi significativi negoziati di pace e sostenendo di temere che per l’ennesima volta gli Stati Uniti di Trump utilizzino la diplomazia come paravento di ulteriori aggressioni militari. A ieri pomeriggio veniva segnalato il passaggio di soltanto tre navi commerciali. Secondo la marina britannica, sabato due cargo erano stati colpiti dagli iraniani. Sembra che un barchino iraniano abbia aperto il fuoco senza nessun preavviso radio. A detta dell’Onu, una ventina di navi sarebbe stata colpita nelle ultime settimane. Prima della guerra almeno 120 grandi navi attraversavano quotidianamente Hormuz.
21 aprile 2026
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