di
Gloria Bertasi

Padova, l’appello di Roberto di 67 anni. L’ok in Svizzera e il sostegno dell’associazione Luca Coscioni

«Mi chiamo Roberto (Frigo, ndr) e vorrei porre fine ai miei giorni prima che diventino impossibili a vivere». Tono pacato, Roberto nel video in cui affida la sua volontà di porre fine alle sue sofferenze scandisce ogni parola, con convinzione. Padovano, 67 anni, commerciante e artista, e una diagnosi che non lascia alcuna speranza: glioma diffuso, una forma aggressiva di tumore cerebrale, non operabile, che gli causa crisi epilettiche quotidiane, difficoltà motorie, deterioramento cognitivo. A Padova, la sua storia è nota: nel 2024 ha chiesto all’Usl di poter accedere al suicidio medicalmente assistito, secondo quanto previsto dalla sentenza del 2019 della Corte costituzionale. Cinque mesi dopo, il no dell’azienda sociosanitaria: per la commissione sanitaria non soddisfa uno dei quattro requisiti previsti, quello della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

Professionista conosciuto in città

Ma Roberto, professionista conosciuto in città con la passione per l’arte (da sempre si dedica alla pittura) e per la scrittura (ha pubblicato più di un libro) non rinuncia e, dopo un peggioramento delle sue condizioni e il rifiuto di un intervento chirurgico da lui ritenuto troppo rischioso e privo di garanzie sull’esito, assistito dall’associazione Luca Coscioni, a dicembre ottiene una rivalutazione del suo caso, come previsto dalla sentenza Cappato della Consulta. Nel frattempo, sempre con l’associazione Luca Coscioni, si rivolge alla Svizzera che, al contrario dell’Italia, dà il via libera al suicidio medicalmente assistito. Le condizioni di salute di Roberto sono precarie e, soprattutto, lui desidera che gli venga riconosciuto il diritto a «porre fine alle mie sofferenze» qui, dove ci sono casa e affetti. E così dopo aver raccontato la sua storia in forma anonima ora ha scelto di metterci la faccia, con un video divulgato dalla stessa associazione che lo sta aiutando e sostenendo.
«Ho un tumore al cervello incurabile che si propaga sempre più velocemente. Da un momento all’altro potrebbe provocare un ictus — spiega —. All’improvviso potrei perdere la vista, la parola, la capacità di muovere le braccia, le gambe. Purtroppo non c’è possibilità di cura. Ogni sera spero di morire nel sonno. La mattina faccio fatica ad alzarmi dal letto. Per questo ho chiesto di essere aiutato a morire come previsto dalla Corte costituzionale. In Svizzera sono pronti ad aiutarmi, ma preferirei morire a casa mia. Credo che una prognosi infausta come la mia debba essere un requisito sufficiente per avere l’aiuto del mio sistema sanitario. È una questione di dignità». Una testimonianza che per l’associazione Luca Coscioni dimostra quanto sia urgente che l’Italia faccia un passo avanti nel riconoscimento dei diritti del malato a 360 gradi.



















































Le parole dell’associazione Luca Coscioni

«Il caso di Roberto dimostra la necessità di una legge che ampli i diritti delle persone nel fine vita, come la nostra legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale — sottolineano l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale, e Marco Cappato, tesoriere dell’associazione — . Il testo di legge del governo, invece, esclude il servizio sanitario nazionale dal percorso di fine vita e restringe il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale ai soli trattamenti sostitutivi di funzioni vitali, in contrasto con quanto indicato dalla Corte costituzionale. Così si ignorano le sofferenze reali dei malati e si introduce una discriminazione basata sulle modalità della malattia, anziché sulla condizione clinica e sulla volontà della persona». Dal 2022 sono state depositate in Veneto una quindicina di richieste di suicidio medicalmente assistito: otto hanno ricevuto responso negativo.


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20 aprile 2026