Per fugare gli ultimi dubbi sul futuro della norma relativa ai rimpatri volontari bisogna attendere l’ora di pranzo. Quando a parlare, a distanza di pochi minuti l’uno dall’altra, sono Matteo Piantedosi e Giorgia Meloni. «Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse su un punto specifico della norma e ci predisponiamo a una sua correzione», dice il primo dai banchi del governo, a Montecitorio. «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc», gli fa eco la seconda dal Salone del Mobile di Milano.

L’exit strategy scelta dal governo per ritoccare l’articolo 30bis del decreto Sicurezza (che, al momento, prevede un contributo economico agli avvocati che eseguano pratiche di rimpatrio volontario) è quella del decreto correttivo, da approvare subito dopo il via libera definitivo al provvedimento che include la norma contestata nelle scorse ore dal Colle. Nessun coinvolgimento del Consiglio nazionale forense nell’attuazione dei programmi di rimpatrio, e via la parte in cui si prevede il riconoscimento del compenso «ad esito della partenza dello straniero»: questi i principali ritocchi da mettere a punto nel prossimo testo che estenderà il contributo non solo agli avvocati difensori (ma anche a mediatori e associazioni), a prescindere dall’esito della procedura, «senza che possa ingenerarsi il sospetto – spiegano fonti vicine al dossier – che sia costruito per favorire l’effettivo rimpatrio».

Un’opera di maquillage da conciliare con coperture economiche tutte da ricalcolare. Motivo che avrebbe spinto il governo ad abbandonare la via della presentazione di un emendamento correttivo in commissione la sera prima. Insieme, alla consapevolezza che per andare incontro alla terza lettura sarebbe servito un accordo con le opposizioni, in modo tale da chiudere il testo alla Camera entro domani sera rispettando il termine per la conversione fissato al 25 aprile. Una mission impossible, visto l’ostruzionismo della minoranza, critica sull’impianto del ddl e sulla disposizione in sé.

Fin qui il dato tecnico. Ma poi c’è quello politico: la premier non va di retromarcia sulla norma, ma la rivendica: «Rimane, perché è una norma di assoluto buon senso». E la stessa cosa fa il titolare del Viminale: «Il governo andrà avanti con determinazione perché siamo convinti di essere sulla strada giusta». Parole che suonerebbero come una forzatura dopo i richiami sul rischio di «incostituzionalità», se non fosse che la nuova formulazione godrebbe del beneplacito del Colle (che pure avrebbe preferito l’abrogazione), intenzionato a firmare i due testi “in parallelo” quando arriveranno sulla sua scrivania. Nessun colpo di bianchetto sull’articolo, visto che, rincara la dose Piantedosi, «I rimpatri volontari assistiti sono previsti nel nostro ordinamento da oltre 10 anni in attuazione di norme europee e nazionali».

La discussione in aula

Tutto il resto è la cronaca di una giornata parlamentare trascorsa all’insegna del caos e delle polemiche. Fin dalla mattina le opposizioni hanno protestato dilatando i tempi della discussione e chiedendo al governo di venire in Parlamento a spiegare in che modo intendesse «adempiere agli impegni che Mantovano si è assunto con Mattarella, come evitare l’ulteriore mortificazione del Parlamento?» (copyright della capogruppo dem Chiara Braga).

Alle 12 la richiesta di Fratelli d’Italia di mettere ai voti, a un’ora e mezza dall’avvio, la chiusura anticipata della discussione generale, approvata dalla maggioranza. Dopo altre due ore, la bocciatura delle pregiudiziali di costituzionalità e la scelta delle opposizioni di occupare i banchi del governo. Una mossa che è valsa l’espulsione al dem Arturo Scotto, ma ha fatto anche scattare la convocazione della capigruppo per definire le tempistiche del provvedimento. Fino all’apposizione della fiducia nel primo pomeriggio. Una giornata che, di certo, ha rinsaldato le opposizioni.

La scena che si verifica in Transatlantico è eloquente: il leader del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte che guarda dal telefonino della dem Braga, insieme con la segretaria Elly Schlein, la norma “contestata”. Vicino pure il leader di Avs, Angelo Bonelli. Prima di loro nel corridoio dei passi perduti c’era un’altra deputata del Pd, Deborah Serracchiani, a sfogliare il dossier sulle coperture al decreto, evidenziando come l’emendamento avesse «il parere negativo del ministro Nordio e del ministro Giorgetti perché carente di copertura finanziaria».

Fuori dall’Aula non mancano i pontieri del governo, come la sottosegretaria Matilde Sicurano: è stata lei a fare da “parafulmine” spiegando ai giornalisti la ratio e i contenuti di massima del nuovo intervento correttivo, provando a spegnere il fuoco delle contestazioni: «È stata una scelta politica dopo una serie di interlocuzioni con tutte le istituzioni coinvolte». Chissà se basterà.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti e retroscena del panorama politico
Iscriviti e ricevi le notizie via email