di
Stefano Righi

Dopo l’inatteso esito dell’assemblea, il ritorno al timone della banca più antica al mondo da parte del manager che l’aveva salvata dal fallimento nel 2022 apre una nuova fase: ecco cosa può succedere

Dove eravamo rimasti? Come nelle pellicole della miglior stagione di Hollywood, il protagonista, in questo caso Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, superato l’imprevisto ostacolo con molto coraggio, indubbie capacità e un pizzico di fortuna, riprende la scena proprio lì dove era stata forzatamente interrotta.
Era il 4 marzo scorso quando il consiglio di amministrazione di Mps, allora presieduto da Nicola Maione, unitamente al Comitato nomine guidato da Domenico Lombardi, compilarono la cosiddetta Lista del cda uscente escludendo Lovaglio e proponendo al suo posto tre candidati alternativi: Fabrizio Palermo, Corrado Passera, Carlo Vivaldi. Escludendo cioè il manager che ha letteralmente salvato il Monte dal fallimento (ricordate l’aumento di capitale del 2022?), portandolo in bonis, a essere capace di distribuire ricchi dividendi, con un rapporto prezzo-dividendo attorno al 10 per cento, per arrivare l’estate scorsa a comperare con una operazione di mercato niente meno che Mediobanca, il salotto buono della finanza italiana. Un’esclusione generata da una diversità di vedute con l’azionista più dinamico, il gruppo romano di Francesco Gaetano Caltagirone, che ha il 13,5 per cento del capitale, con il quale dopo mesi di sintonia si è rotto l’incantesimo sulle diverse possibili prospettive delle Assicurazioni Generali, di cui il Monte, attraverso Mediobanca, era nel frattempo diventato il primo azionista.

Colpi di scena

L’esclusione di Lovaglio dalla lista dei candidati al consiglio di amministrazione ha poi generato una serie di colpi di scena mai visti prima: la sua sospensione dalle funzioni operative, la sua candidatura in una sconosciuta lista concorrente (Plt), la candidatura al suo posto di un amministratore delegato (Palermo, risultato il preferito tra i tre della prima ora) che aveva suscitato qualche dubbio nella Bce nonostante il suo lavoro alla Cassa depositi e prestiti, non considerata come una banca. E infine il licenziamento di Lovaglio, per giusta causa, dal Monte. Il tutto, mercoledì scorso, ricondotto al voto dell’assemblea, che invece lo ha premiato, dandogli il mandato a guidare il gruppo senese anche per i prossimi tre anni grazie alla candidatura resa possibile dall’impegno della famiglia di Pierluigi Tortora, già parte del patto di consultazione di Mediobanca, con il quale Lovaglio ha trovato fin dallo scorso anno identità di vedute e di valori.



















































Incarichi

Ufficialmente l’incarico gli verrà conferito dalla prima riunione del nuovo consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi, non ancora convocato al momento di scrivere, che si terrà probabilmente nel corso di questa settimana che condurrà al 25 aprile. Il consiglio dovrà indicare anche il presidente, che potrebbe essere l’ex Unicredit Cesare Bisoni e (novità!) due vice presidenti. Una delle due caselle potrebbe essere occupata da Flavia Mazzarella, fino al 2023 numero uno di Bper. Il consiglio potrà anche ospitare le riflessioni degli altri candidati, su tutti proprio Palermo. L’attuale amministratore delegato di Acea dovrà scegliere, in forza delle norme sull’interlocking applicabili ai rapporti tra Mps e Generali, se sedere nel consiglio dell’una o dell’altra società.
Insediato il nuovo consiglio, che avrà in Lovaglio l’amministratore delegato, sarà il momento di guardare avanti, pur considerando la debole maggioranza e il rischio ostruzionismo. Ci sono scadenze a breve e a medio termine e un tema sovrastante. Il 7 maggio il mercato attende il resoconto del primo trimestre 2026. In settimane di forti tensioni e di aspri confronti l’operatività del Monte è stata tutta nelle capaci mani del direttore generale Maurizio Bai, che ha governato la banca non smettendo mai di girare l’Italia per garantire pieno supporto alla rete, che da sempre, nei momenti più difficili, è uno dei punti di forza del Monte dei Paschi.

Dividendo in arrivo

Firmata la trimestrale, altra data rilevante è il mercoledì 20 maggio, quando sarà messo in pagamento il dividendo per complessivi 2,613 miliardi di euro, ovvero 0,86 euro lordi per singola azione. E poi c’è, sopra tutto, l’attesa per l’esito dell’indagine della Procura di Milano che vede indagati Lovaglio, Francesco Gaetano Caltagirone e il presidente di Delfin Francesco Milleri, per le ipotesi di reato di «aggiotaggio» e di «ostacolo alle Autorità di vigilanza» nell’ambito dell’ops della scorsa estate lanciata sulla totalità del capitale di Mediobanca. Come finirà?
In attesa di saperlo, Lovaglio potrà riprendere in mano le redini del piano industriale da lui stesso presentato alla fine di febbraio. Punto cruciale sarà la fusione per incorporazione di Mediobanca nel Monte dei Paschi. Per arrivarci serviranno i via libera delle due assemblee straordinarie, attese tra giugno e luglio, mentre l’intera operazione si concluderà, secondo quanto annunciato, a ridosso della fine del 2026 e comporterà alcune significative evoluzioni. Dentro il Monte dei Paschi finiranno la società per il credito al consumo Compass e una parte di Mediobanca Premier, che confluirà in Widiba. Mentre uno spin-off porterà nella nuova Mediobanca, che conserverà lo storico marchio e la licenza bancaria oggi in portafoglio a Mediobanca Premier, le attività di corporate and investment banking, il private banking e il wealth management. In più, alla voce «Altre attività», si troverà la partecipazione al capitale delle Assicurazioni Generali, oggi pari al 13,19 per cento del Leone di Trieste.

Il peso dei fondi

Mercoledì 15 aprile 2026, nel micromondo della finanza italiana, è destinato a diventare una data da ricordare. «Un segnale incoraggiante di vitalità e libertà», è stato detto subito dopo la lettura del voto. Un risultato che potrebbe cambiare non solo i meccanismi e le logiche che governano il sistema bancario, allargandosi all’intera sfera finanziaria nazionale. Alcuni grandi fondi di investimento, come BlackRock e Norges che si sono schierati con la lista dell’outsider Pierluigi Tortora, hanno dimostrato di avere più lungimiranza di chi opera sul territorio, come la Fondazione Mps (0,2 per cento del capitale della banca) che ha preferito astenersi.
L’ago della bilancia è stato però spostato dal gruppo Delfin. Gli eredi di Leonardo Del Vecchio, primi azionisti a Siena, non si erano mai espressi così ordinatamente nella medesima direzione. Le candidature proposte dalla lista del cda uscente non hanno incontrato il loro favore. Se il piano industriale non cambia, nessuno meglio di Lovaglio può implementarlo. Se fosse invece stato destinato a cambiare, andava detto. Nell’opacità delle comunicazioni, la scelta è stata per la stabilità, la trasparenza, la garanzia dell’execution e il cospicuo dividendo che si sarebbe ridotto qualora in mancanza dei requisiti come da dubbi Bce dell’amministratore delegato si fosse reso necessario un assorbimento di capitale.

Entro fine anno

La prospettiva è chiara da qui a fine anno. Lovaglio si sta per mettere al lavoro sul piano industriale e lo farà più speditamente del solito: c’è del tempo da recuperare. A quel punto Generali tornerà in primo piano. Forse non solo lei. Il voto del Banco Bpm (3,5%) a favore della lista Plt ha messo al sicuro il risultato di mercoledì scorso, ma soprattutto, con una scelta coraggiosa del ticket Tononi-Castagna, apre a una possibile evoluzione comune per dopodomani. Mps e Banco Bpm potrebbero davvero, unendosi, dare vita al terzo polo bancario nazionale. Sempre che l’Unicredit di Andrea Orcel, definita l’esperienza tedesca con Commerzbank, non torni a guardare la possibilità di crescere per linee esterne anche in Italia.

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22 aprile 2026