Caro direttore, oramai da tempo i mass media pubblicano e diffondono immagini sempre più scioccanti su omicidi, eccidi e massacri. Pare che quel minimo di decenza che dovrebbe suscitare la morte di uomini, donne e bambini sia oramai superato dalle cosiddette “foto notizie”: siamo oramai nella civiltà delle immagini più che in quella delle parole. Confesso però che la fotografia arrivata dalla martoriata terra del Libano che riprende un soldato israeliano mentre con una mazza colpisce un Crocifisso mi ha profondamente colpito. È il segno che la morte e il male hanno sconfitto il bene e la speranza.
Non so se quel soldato lo abbia fatto per odio religioso o perché ateo, ma certo è che quel gesto va oltre l’umanità. Il mondo si è indignato (e divertito) alle immagini pubblicate dal presidente americano che si paragona a Gesù Cristo o a Dio ma le abbiamo derubricate a megalomania. La foto del soldato che “uccide” Gesù Cristo è la foto di un mondo regredito alla barbarie. Riusciremo a uscire da questo tunnel?
Maurizio Conti
Portogruaro
La risposta del direttore del Gazzettino Roberto Papetti
Caro lettore, non so darle una risposta, le propongo però due riflessioni. La prima riguarda il significato di quella foto. Il premier Benjamin Netanyahu e l’Idf, l’esercito di Tel Aviv, hanno preso le distanze dal comportamento di quel loro soldato che si accanisce su una statua del Crocefisso. «È vera, ma non rappresenta i nostri valori», ha tenuto a precisare un portavoce delle forze armate israeliane. Parole importanti.
Tuttavia è lecito chiedersi se quello ritratto nella foto sia da considerarsi solo un atto isolato e scellerato di profanazione o non sia invece una inevitabile conseguenza del clima di guerra permanente che Netanyahu ha imposto al suo Paese. Di una narrazione che si alimenta di odio e di violenza contro i nemici, chiunque essi siano, e che vede nella loro distruzione lo strumento unico e necessario per la sopravvivenza del popolo di Israele.
Il gesto di quel soldato è certamente estraneo ai valori dell’ebraismo e del popolo israeliano, ma è anche figlio della violenza senza fine che incarna quella strategia politica e militare a cui il premier Netanyahu non ha alcuna intenzione di rinunciare e lo ha fatto intendere anche ieri quando ha avvertito il suo alleato Trump che «in Iran c’è ancora molto lavoro da fare». E nessuno ha dubbi su quale significato avessero quelle parole.
La seconda considerazione riguarda invece la sua critica sull’uso sempre più frequente da parte dei media di immagini forti e impressionanti. Non posso darle torto. Ma alcune foto, per quanto scioccanti, hanno una capacità e un’efficacia unica: quella di trasmettere in chi le vede la consapevolezza profonda di ciò che sta accadendo. Spesso dell’abisso in cui l’umanità sta precipitando. La foto di quel soldato israeliano ne è una dimostrazione.