Compie trent’anni, eppure non è invecchiato di un secondo. Soltanto quanto basta per poter ammirare con nostalgia i treni degli anni ’90, la Vienna degli anni ’90 e la fotografia degli anni ’90. Prima dell’alba – Before Sunrise è un film che mantiene intatta la sua bellezza e la sua incrollabile forza di saper arrivare al cuore, alla pancia e alla testa di chi lo guarda.
Jesse e Céline – lui americano, lei francese – s’incontrano su un treno per Vienna, per caso iniziano a parlare, si guardano con attrazione e decidono, irrazionalmente e follemente, di passare una giornata intera insieme nella capiale austriaca, prima che entrambi, al mattino successivo, riprendano le proprie strade, per Parigi e per gli Stati Uniti.
Quante volte abbiamo sperato di vivere un’esperienza di questo tipo? O quante volte, anche in maniera meno totalizzante, ci è capitato di vivere qualcosa di simile? La vita, in quei momenti, prende una direzione inattesa, dimentica gli schemi su cui è stata costruita e si abbandona: alla bellezza dell’imprevisto, allo spaziotempo affascinante del ciò che non dovrebbe esistere, al vivere qualcosa libero da ogni vincolo e costruzione sociale.

Richard Linklater, prendendo ispirazione da un incontro simile accadutogli in un negozio di giocattoli, s’inserisce proprio dentro questo luogo magico, in cui tutto è possibile. Il film non è altro che il racconto di meno di 24 ore in circa 100 minuti: la macchina da presa pedina i personaggi, li segue nelle peregrinazioni attraverso una Vienna incantata che non esiste più (alzi la mano chi trova ancora un poeta di strada, una chiromante o un barista che, sulla parola, ti offre una bottiglia di vino in una grande città europea).
Il miracolo della scrittura (eseguita in tempo record insieme a Kim Krizan) e della regia di Linklater è quello di costruire un film sulla parola – e quanto sia bravo il regista texano in questo genere di film lo ha dimostrato anche recentemente con Blue Moon – in cui tutto sembra estremamente sincero e naturale, e non si capisce mai veramente se gli attori stiano recitando o siano sé stessi, due ventenni che vivono la magia di un colpo di fulmine, un innamoramento improvviso. Il regista statunitense gioca quindi con i generi, le loro aspettative e i suoi riferimenti cinefili: la rom-com, infatti, è guardata dal punto di vista del cinema indipendente (il film esce, infatti, dal Sundance), e quindi viene svuotata dei suoi classici stilemi narrativi, ma soprattutto occhieggia al modello della Nouvelle Vague – e del cinema peripatetico e verboso degli innamorati di Eric Rohmer in particolare – per creare una sceneggiatura meticolosamente costruita e pensata, eppure leggera e leggiadra.
E ciò è possibile anche grazie alla natura stessa dell’occasione mostrata. Il tipo di incontro descritto è talmente unico che rende possibile non indugiare nelle solite conversazioni del quotidiano basate sulle superficiali indagini dello stato d’animo altrui che non arrivano mai a un grado effettivo di sincerità (l’automatico “tutto bene” alla domanda “come stai?”, per intenderci). L’eccezionalità dell’incontro tra Jesse e Céline, invece, permette di fare le domande più private, di parlare di sé stessi e delle proprie angosce e dei propri sogni come non lo si fa nemmeno con i genitori o i migliori amici. Quella persona conosciuta tanto rapidamente, che forse non vedrai mai più, diventa confessore dell’anima per una giornata.

Allora Jesse e Céline si confessano, raccontano il loro passato, le vecchie relazioni, i dubbi sul futuro e i ragionamenti sulla società che sta cambiando. Trent’anni fa, infatti, Linklater riesce a indagare i rapporti tra uomo e donna con molta più lucidità e sincerità rispetto a tanti film, libri e opinioni odierne. A metà degli anni ’90, i nostri personaggi si trovano infatti dentro una mutazione antropologica. E il testo è già in grado di problematizzare il femminismo e le contraddizioni di alcune sue manifestazioni già edulcorate che tradiscono lo spirito originario del movimento, così come la costruzione dell’identità maschile tra gli schemi ancora persistenti del sistema patriarcale e le alternative al modello virile.
Quella di Hawke e Delpy è la generazione dei nati negli anni Settanta, coloro che hanno vissuto durante l’adolescenza e la giovinezza la liberalizzazione dei costumi, e che poi sono stati sempre di più risucchiati dal neocapitalismo e dalle sue silenziose ma asfissianti pratiche di controllo. Che si traducono nella formazione di nuove generazioni sempre più bloccate nelle mura domestiche, assorbite dalle tecnologie, e terrorizzate da ciò che c’è fuori rispetto all’anestetizzante comodità dei luoghi quotidiani. Anche per questa ragione è opportuno domandarsi: è ancora possibile un incontro come quello fra Jesse e Céline? O almeno: quanto si sono abbassate le possibilità che ciò accada, visto che sul treno le persone sono sempre più con lo sguardo rivolto in basso allo smartphone e raramente verso il famoso paesaggio fuori dal finestrino?
In un certo senso, rivedendolo oggi, il film di Linklater ci ricorda che c’è un’alternativa alla vita che stiamo vivendo. Una vita più libera, aperta all’imprevisto e quindi al mondo. Una vita in cui i sentimenti sono più forti e non filtrati da uno schermo, e in cui la cosa più entusiasmante di tutte rimane conoscere delle persone, affezionarsi a esse e forse innamorarsene.
Quanto è bello il mondo di Prima dell’alba. E se tutto ciò funziona è anche perché abbiamo davanti a noi due attori che allora (e forse anche oggi) erano fuori dai grandi circuiti e che hanno saputo dare ai loro personaggi un’intensa naturalezza fuori dal comune. Ethan Hawke e Julie Delpy sono imperfetti, imbarazzati, impacciati e per questo dolci, due ragazzi come tanti desiderosi di vivere e di provare emozioni forti, fuori dall’ordinario. Quello che dovrebbe essere il desiderio di tutti coloro che attraversano quell’età.
L’errore più grande, rivedendo questa pellicola a distanza di trent’anni, sarebbe guardarla con accorata nostalgia – pensando che sia sfumata nel tempo e lontana dalla nostra realtà -, invece di fare in modo che quella storia e tante altre simili possano essere anche le nostre.