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Ci sarebbe Ahmad Vahidi dietro la linea dura dell’Iran. Definito dagli analisti internazionali come un radicale persino all’interno della cerchia più intransigente del regime, il capo delle Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, rappresenta l’ostacolo più alto tra la Repubblica Islamica e qualsiasi ipotesi di distensione con gli Usa. La sua promozione a capo della “macchina da guerra iraniana”, come sottolineato da Lisa Daftari su Fox News Digital, chiarisce che il potere reale si è ormai spostato fuori dalle istituzioni civili per concentrarsi nelle mani di uomini che hanno costruito la propria carriera sull’esportazione della rivoluzione e sulla repressione.
APPROFONDIMENTI
Chi è Ahmad Vahidi
Vahidi non è un volto nuovo, ma una figura che attraversa come un filo rosso quarant’anni di tensioni globali. Molto prima che Qassem Soleimani diventasse un’icona mediatica, era lui a tessere le trame della Forza Quds, l’unità d’élite responsabile delle operazioni segrete all’estero. Il suo curriculum è un compendio di crisi internazionali: i tribunali argentini lo indicano come uno dei principali responsabili dell’attentato al centro ebraico AMIA di Buenos Aires del 1994, mentre dossier di intelligence lo collegano alla pianificazione di attacchi storici contro basi statunitensi e ambasciate. È questa eredità a rendere la sua attuale influenza così rilevante per la stabilità globale. Per esperti come Beni Sabti, Vahidi sarebbe oggi persino più influente delle cariche istituzionali e di Mojtaba Khamenei.
Il ruolo nei negoziati
La centralità di Vahidi assume un peso determinante soprattutto alla luce dei recenti negoziati saltati con gli Stati Uniti.
Mentre il governo civile cercava margini di manovra diplomatica, l’IRGC sotto la sua direzione ha agito come un contropotere paralizzante. La logica di Vahidi non prevede la pace, ma una gestione del conflitto che garantisca la sopravvivenza economica e militare dei Pasdaran. In questo scenario, ogni proposta di cessate il fuoco o di accordo sul nucleare viene vista dal nuovo capo delle Guardie Rivoluzionarie non come un fine, ma come una finestra tattica per riorganizzarsi e colpire con maggiore efficacia.
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