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Jaafar Jackson (29 anni) è zio Michael Jackson in Michael di Antoine Fuqua. Il biopic è nei cinema: com’è?

25 ANNI DOPO il suo ultimo album in studio (Invincible). 38 anni dopo l’uscita della sua autobiografia (Moonwalk) e dal fondamentale Bad Tour (partì dallo Stadio Flaminio di Roma il 23 maggio 1988). Michael Jackson (1958 – 2009) torna a farci ballare e cantere insieme.

Cos’è un Sing-a-Long movie

Perché questo è quello che vi succederà guardando Michael di Antoine Fuqua, 127 minuti di biopic sul re del pop (nei cinema). La grande “dote” del film è proprio questa “partecipazione” fisica collettiva: questo significa essere un Sing-a-Long movie. Non riuscirete a stare fermi. E se la cosa vi era già successa con Bohemian Rhapsody (su Freddie Mercury) sappiate che il produttore è lo stesso: Graham King. Che qui è in partnership con (quasi tutta) la famiglia Jackson (manca solo Janet, la sorellina). Altro plusvalore: Michael sullo schermo è il nipote Jaafar Jackson, figlio di  Jermaine. Scelta di casting giusta o sbagliata? Ve lo diciamo più avanti. Ma sappiate che il film è un tuffo nel passato e nel mito/musica di uno dei più grandi artisti, musicisti e ballerini di sempre. Meglio: come si diventa tali se sei nato Michael Jackson. E questa è solo la prima parte: perché la storia continua…

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I Jackson 5 agli inizi: Judah Edwards (Tito), Jaylen Hunter (Marlon), Juliano Krue Valdi (Michael), Nathaniel McIntyre (Jackie) e Jayden Harville (Jermaine)

La trama e il cast di Michael, il film sulla storia vera di Michael Jackson

Wembley, Londra, 1989: i piedi di Jacko “moonwalkano” sul palco. Salto. Gary, Indiana, 1966: il piccolo Michael (Julian Krue Valdi) guarda con un pizzico di invidia i suoi coetanei che giocano nella neve. Ma è un momento. Il padre Joseph Jackson (Colman Domingo) lo richiama al suo dovere e alle prove con i fratelli Jackie, Tito, Jermaine e Marlon. Da quel duro lavoro nascono i Jackson 5, gruppo di successo all’inizio degli anni ’70. Soprattutto, di fare da trampolino per Michael (Jaafar Jackson) , ormai cresciuto e sempre più desideroso di affrancarsi dal controllo del violento e oppressivo genitore. Dopo l’importante intervento di Berry Gordy (Larenz Tate) e dell’assistente Suzenne (Laura Harrier) della Motown e con l’aiuto della EPIC, Jacko riesce a incidere Off the Wall e il successo è immediato. Lo step successivo è lavorare a Thriller (1982), ancora oggi l’album più venduto di tutti i tempi. L’incidente subito su un set pubblicitario e l’obbligo paterno di partecipare al Victory Tour con i fratelli non fanno che rimandare l’inevitabile. Il Bad Tour (1987 – 1989) segna la fine del film (di nuovo a Wembley) e l’inizio del mito. La storia continua…

Il trailer italiano di Michael

La recensione di Michael: emozioni contraddittorie e la sensazione di non aver visto tutto

Successo annunciato ed ennesima tappa della beatificazione di Jacko (morto il 25 giugno 2009 a 40 anni, per intossicazione acuto da Propofol), com’è Michael di Antoine Fuqua? Intanto esci dal cinema con emozioni contradditorie e la sensazione di non aver visto tutto. Inevitabilmente emozionante. Trascinante soprattutto quando fa rivivere performance storiche (su tutte: la prima esibizione live di Billie Jean all’evento per i 25 anni della Motown, con la nascita del moonwalk). E quando ricostruisce il dietro le quinte di pietre miliari della storia del pop (la realizzazione dei video di Beat It e di Thriller). Per il resto, il film sembra costruito per puntare sul richiamo universale dell’icona e distrarre da tutto quello che manca (lo sbiancamento, per esempio).

Pro e contro di Michael: il film su Michael Jackson è un santino trascinante su un eletto benedetto dall’Arte- immagine 4

Jaafar Jackson è Michael

Un affare di famiglia e un sequel “riparatore”

Ma qui c’entra la famiglia. L’inizio e il terzo atto originari sono stati eliminati (con 22 giorni di riprese aggiuntive e 15 milioni di dollari extra budget): venivano affrontati gli anni 90, i più controversi. E le accuse in tribunale. Incredibilmente troppo tardi, il progetto iniziale è stato bloccato da una clausola presente nell’accordo con la famiglia dell’accusatore Jordan Chandler, che non poteva venire ritratto nel film. Una assenza importante, per quanto si continui a favoleggiare di una seconda parte che potrebbe recuperare il materiale girato e alcune apparizioni eccellenti tagliate (Diana Ross di Kat Graham). Ma che difficilmente non sarà – come questa – condizionata dall’approvazione della famiglia e del co-esecutore testamentario John Branca (nel film, il contestato Miles Teller).

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Colman Domingo è Joseph Jackson, il padre

Mission: celebrare il mito del re del pop. Riuscita!

Il loro scopo è celebrare il mito. E in questo ci sono riusciti. Al limite del revisionismo. Michael è la storia “quasi” religiosa di un “eletto”. Artisticamente e umanamente. Acuita dal suo appassionato spendersi per i bambini malati e dalla convinzione di essere “destinato” a portare gioia e “luce” alle genti di tutto il mondo. Peccato, perché quella che arriva sullo schermo è un’opera dal crescendo coinvolgente, con un protagonista sorprendente. Il nipote Jaafar non sarà Michael – e certi dettagli delle sue performance lo evidenziano – ma ne dà una interpretazione incredibile.

Mancano le ombre, le paure, i desideri e le ambiguità. Avrebbero aggiunto profondità a questa perfetta operazione commerciale travestita da biografia artistica.

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Jaafar Jackson e Antoine Fuqua (Training Day, Brooklyn’s Finest, King Arthur, I magnifici 7, la saga di The Equalizer) sul set

5 domande al regista Antoine Fuqua

Nel film c’è il Michael Jackson degli spettacoli dal vivo e quello più intimo, familiare: erano due aspetti ugualmente fondamentali per lei?

Sono quei momenti senza parole, dai quali emerge l’umanità di un personaggio, momenti che cerco sempre. Soprattutto quando hai una sceneggiatura fantastica come quella di John Logan e dei grandi attori che sanno come renderla al meglio. È il modo migliore in cui posso descrivere questo film.

Avete lavorato molto sugli attori perché riuscissero a sviluppare un vero legame tra loro? Magari facendoli stare insieme prima del set?

Cerchiamo sempre di riunire gli attori e fare qualcosa di questo tipo, ma non sempre funziona. Devono farlo da soli. È qualcosa che succede, e basta. Io e Graham King (il produttore, ndr) prepariamo tutto, ci occupiamo degli aspetti tecnici, ma il vero lavoro lo fanno loro. È il loro impegno a rendere tutto così speciale. È qualcosa che appartiene solo a loro. Fa parte della loro magia.

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Come avete ricreato performance tanto celebri e iconiche?

Gran parte del merito va a Rich e Tone, i coreografi. Sono davvero incredibili. Jaafar ha dovuto imparare i movimenti di Michael e farli sembrare naturali. Tutte quelle piccole sfumature, quei dettagli che solo Michael Jackson poteva avere. Venendo dai videoclip musicali, io capivo quel linguaggio, ma con Michael era comunque diverso. Abbiamo girato Bad il primo giorno di riprese: una delle performance più difficili che si possano immaginare. Jaafar non era mai stato su un set cinematografico prima e quello è stato il primo giorno. Non vi dico quante volte abbiamo ripetuto la scena: aveva i piedi che sanguinavano. Non sentiva più le dita. Al montaggio avevamo abbastanza materiale da essere sicuri di poter mettere insieme qualcosa di emozionante, come se fossimo a un concerto. Con Michael però anche quella che ti sembra un’ottima ripresa, per l’angolazione, magari non si poteva usare perché si perdeva un piccolo movimento. Il modo in cui Michael muoveva i fianchi o cose del genere. Dovevi cogliere tutto. Per questo l’abbiamo girato tantissime volte. Jaafar è stato un vero atleta: Michael lo faceva in concerto ogni sera, lui l’ha fatto 20, a volte anche 30 volte al giorno. E in più, recitando e cantando.

Un essere umano sul palco e la spiegazione del titolo

Che sensazione volevate che trasmettessero le sequenze dei concerti?

Volevamo che fossero il più possibile simili a un concerto di Michael Jackson. Ci siamo concentrati su questo. Nel film vediamo post-it con le frasi che si scriveva e lo sentiamo ripetere il suo mantra “Sono il più grande di tutti i tempi”. Indizi di una insicurezza con cui tutti possiamo identificarci. Quando lo vedi salire sul palco ed esibirsi, sai che stai guardando un essere umano. Personalmente, conoscevo le sue performance. Ma in realtà sono i momenti di quiete tra una esibizione e l’altra che ti permettono di conoscere Michael davvero. C’è un bellissimo momento con Nia Long (la madre, ndr) in cui dice: “Non mi guardano come i bambini normali”. Nel modo in cui lei lo guarda si può percepire l’empatia: sono i momenti del film che amo di più. Per questo quando ho parlato con Graham del titolo, lui ha detto: “chiamiamolo solo Michael”, perché tutti conosciamo Michael Jackson, ma qui vediamo l’essere umano. 

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A casa (quella vera) di Michael

Avete girato nella vera tenuta di Hayvenhurst: è stata un’emozione in più, un’arma segreta?

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Come regista, poter girare in un luogo reale è un sogno. Non riesco a credere alla fortuna che abbiamo avuto. Il luogo inizia a parlarti in un modo diverso. Hayvenhurst poi è costruita in un modo particolare, ha un’atmosfera stravagante, una luce diversa da altri posti. Aver potuto girare lì, compresi gli studi di registrazione, è un grande merito di Graham King e ringrazio la famiglia Jackson per averlo reso possibile. È stato un sogno che si è avverato.